Archive for the ‘amore’ Category

Forse…però boh

13 maggio 2014

Certe cose arrivano forti, potenti, crudeli, come un pugno nello stomaco quando meno te lo aspetti. E ci vuole tempo per riprendere fiato, rimettersi in piedi, ricominciare a camminare. Quando ci riesci cominci a pensare, anzi no, a sentire. E di solito senti che c’è qualcosa che non va, qualcosa che stona.

Ecco, io sento che c’è qualcosa che stona quando si inceppa il meccanismo di una relazione, che è una cosa complicatissima, che anche gli ingegneri aerospaziali si mettono le mani nei capelli (se gliene è rimasto qualcuno). Perché è una macchina senza forma, fatta di passioni, amore, odio, riconoscimenti, conflitti, paure, desiderio e tante parole e tanti corpi. E si sa, quando ci sono di mezzo i corpi è sempre un gran casino. E poi se sono corpi di donne… Com’è che si inceppa? Quando? Perché?

Forse quando il desiderio prende percorsi diversi, però boh, stare in relazione significa fare spazio al desiderio dell’altra, anche se questo si traduce nel mediare il tuo. Forse perché non si parla più lo stesso linguaggio, però boh, risignificare le parole è la nostra specialità. Forse quando non si riesce a stare più su un terreno di conflitto, però boh, la relazione senza conflitto non è relazione. Forse è perché si ha paura, paura di riconoscersi a tal punto da scomparire, paura di affidarsi e fidarsi, paura di perdere di autenticità, però boh, la paura è sana se ti apre al mondo, non il contrario. Forse è perché si ama troppo, oppure si odia troppo, e dopo un po’ non si riesce più a contenere tutto, però boh, amare, odiare, che significa? Forse quando non hai più voglia, energie, forza, perché si sa, la relazione è fatica.

Forse non è poi così complicato, però boh, io quando sento che si inceppa il meccanismo di una relazione mi trasformo in un ingegnere aerospaziale e non riesco a far altro che passarmi le mani nei capelli (tanti e ricci).

Il guardiano del faro

3 gennaio 2011

Mi hanno sempre detto che il guardiano del faro è uno dei lavori più nobili e romantici mai esistiti, o forse l’ho solo immaginato. Sono cresciuta con l’idea che colui (e mai colei) che avesse il compito di “guardare” il faro fosse in realtà una guida illuminante, per la rotta delle navi, per gli avventurieri, per gli amanti, per interi paesi e città. Ho sempre pensato che ogni guardiano amasse il proprio faro, lo sentisse suo, godesse nel trascorrere notti intere ad ammirare la profondità del buio squarciata a cadenza regolare dalla luce.

Ora voglio che il guardiano del faro dorma ogni notte in un caldo letto, il suo.

una giostra che gira

27 aprile 2010

una passeggiata al primo sole di primavera, l’incantevole quadro di un cristo sofferente e bellissimo, una birra all’ombra di un pezzo di storia, gli occhi ridenti di un fratello innamorato, una giostra di cavalli che gira, una mano calda che stringe la mia. ci penso e mi emoziono.

Uomini e Proscimmie

27 dicembre 2009

Tre ricercatori vanno in Madagascar a studiare il comportamento sessuale dei lemuri, i primati più antichi.

Scoprono questo:

Benchè maschi e femmine in apparenza perseguano lo stesso scopo (riprodursi), i due sessi sono perennemente in conflitto: il maschio ha tutto l’interesse a disseminare i propri spermatozoi, mentre la femmina ha tutto l’interesse a non sprecare il proprio uovo, selezionando fortemente il maschio.

In sostanza, mentre il maschio punta sulla quantità, la femmina punta sulla qualità.

Io leggo la loro ricerca e scopro di incontrare lemuri ovunque.

Vera

17 dicembre 2009

La giovane donne è seduta di fronte a me. Mi guarda. Io la guardo. E’ amore a prima vista.I suoi occhi scuri, profondi, mi fissano, mi entrano dentro, parlano al mio cuore. Si chiama Vera, ha degli orecchini bellissimi, rossi, come le scarpe. Scarpe di vernice, tacco 10 o 12. Ha un abbigliamento provocante, maglia nera che lascia intravedere un bel decolté, un neo poco sopra il seno destro, minigonna corta, troppo corta, che scopre due lunghe gambe poco curate, stanche. Il viso è allungato, labbra sottili accentuate da un rossetto, anch’esso rosso, zigomi esaltati da un tocco di cipria. Ma gli occhi, quelli non sono truccati, sono i suoi, occhi grandi, e tristi.

Mi parlano, mi raccontano ciò che hanno visto e ciò che stanno per vedere ancora una volta, ciò che ormai si ripete da tempo, tutti i giorni, tutte le sere, tutte le notti. Vedono violenza, violenza mascherata da piacere, un piacere fisico, animale, ancestrale. Vedono uomini disperati che godono nel possedere quel corpo, ma che non li guardano mai quegli occhi, perché quegli occhi sono sempre chiusi quando Vera lavora, ma loro vedono e sentono, non basta chiuderli per non vedere. Sono loro che mi parlano, che mi raccontano di Vera.

E’ giovane, veramente giovane, forse poco più che maggiorenne, ma il suo corpo no, è vecchio, desolato, stanco, il suo viso è triste, il trucco non può nasconderlo, le sue braccia magre, livide, non lasciano spazio a dubbi. Lei vive circondata dalla violenza, lei vive circondata da uomini, uomini cattivi, che si servono di lei per guadagnare denaro, che si servono del suo corpo per soddisfare i propri impulsi, per sfogare le proprie umiliazioni, le proprie sconfitte, le proprie frustrazioni. Solo i suoi occhi riescono a dirmi della sua giovinezza, della vita rubata, della voglia di fuggire a tutto questo, della paura a farlo.

Vera è una prostituta, una delle tante ragazze portate via dal proprio paese e dalla propria famiglia con la promessa di una vita migliore, e poi sbattute come cani randagi in mezzo alla strada, costrette a passare lì le loro giornate, su un marciapiede, tra i cespugli, in un camion, in un’auto, addestrate a provocare chi passa per la loro strada, a vendersi il meglio possibile, e non al miglior offerente, a tutti, perché devono fare soldi, perché i soldi servono a far girare il traffico di chi le sfrutta, perché se quei soldi non li guadagnano si ritrovano ad essere il bersaglio della brutale violenza dei loro sfruttatori.

Vera mi guarda. Guarda le mie scarpe comode, i jeans e la maglia che fanno molto brava ragazza, la giacca è il sentore che sono lì seduta di fronte a lei perché anche io sto andando a lavorare. Guarda il mio viso, rotondo e olivastro, non c’è un filo di trucco, fa molto acqua e sapone. I miei occhi, scuri come i suoi, le parlano, le raccontano ciò che hanno visto e ciò che vedono ora.

Lei si vede nei miei occhi, è questo l’amore no?

Sa che la sto ascoltando e non giudicando, sa che non c’è compassione, non c’è pena, ma c’è solo comprensione e rabbia. Rabbia perché semplicemente non è giusto, non è giusto che lei stia lì di fronte a me, seduta come me, ma vestita così perché deve esserlo, pronta per una giornata di lavoro che odia più di qualsiasi cosa. Comprensione perché capisco come si sente, so che vuol dire essere costretta ad andare lì, quel posto di lavoro, un ufficio nel mio caso, soddisfare le richieste di persone che non guardano mai i miei occhi, ma che sono solo interessate al guadagno che io possa portare loro. E’ una violenza diversa, ma è violenza, è una prostituzione diversa, ma è prostituzione. La prostituzione del corpo e quella del pensiero, Vera ed io, una di fronte all’altra. Lei si prostituisce per sopravvivere, nel vero senso della parola; io mi prostituisco per… per cosa?

I suoi occhi me lo stanno chiedendo: perché lo fai? tu che puoi scegliere? Lo faccio anch’io per sopravvivere, nel senso di vivere con agio e non di non morire, in questa società. Qualcuno ha ingannato Vera quando le ha promesso una vita migliore, la nostra società ha ingannato me quando mi ha fatto credere di essere libera di poter scegliere la mia vita, il mio lavoro, la mia strada. Lei è costretta su un marciapiede tutto il giorno, io in un ufficio; lei deve sottostare quotidianamente ad una violenza fisica che le fa sanguinare il cuore, io ad una violenza psicologica ed emotiva che il cuore lo congela. Le dico che non siamo poi tanto diverse, che potremmo scambiarci di posto senza troppi sconvolgimenti, che lei cerca qualcuno che la ascolti e la aiuti e che io cerco lo stesso, una persona che mi dica che tutto quello per cui sto lottando non è un sogno irrealizzabile, che non ho sbagliato tutto, che arriverà il giorno in cui tutti i tasselli torneranno al posto giusto.

Lei cercava me, io cercavo lei. Ci siamo incontrate una mattina di ottobre su un autobus mezzo pieno che viaggia tra le vie grandiose e rumorose di Roma, ci siamo confidate senza parlarci, ci siamo capite senza spiegarci, ci siamo amate perché tanto diverse e tanto simili.

Devo scendere, la mia corsa finisce qua, la sua no. Io lavoro in centro, lei no.

Mi alzo senza togliere i miei occhi dai suoi, non voglio smettere di parlare con il suo cuore, so che non la rivedrò più. E’ lei a decidere, lei è più forte. La giovane donna che era seduta di fronte a me abbassa lo sguardo, perdo il calore dei suoi occhi, sento freddo. Lei porta la mano all’orecchio sinistro, si toglie lentamente l’orecchino bellissimo, lo guarda, me lo porge senza alzare la testa. E’ un regalo per me. Lo prendo, tocco la sua mano, è fredda, ha freddo anche lei.

Scendo dall’autobus con il suo orecchino tra le dita, è bellissimo. Mi incammino, faccio tre passi e sento un brivido improvviso che mi attraversa la schiena, sono i suoi occhi! Mi giro mentre le porte del mezzo si chiudono, lei è ancora lì, una giovane donna che va a lavorare. Le manca un orecchino, il sinistro. Mi guarda, il suo viso allungato e truccato è ancora stanco, ma i suoi occhi sorridono. E’ un saluto, è un felice addio. Le sorrido anch’io, ma i miei occhi sono tristi. Scende una lacrima, mi riga il volto.

Seguo l’autobus che si allontana, è nato un amore lì dentro questa mattina. Entro in ufficio. Abbigliamento da brava ragazza, viso acqua e sapone. Quell’unico orecchino rosso al mio orecchio sinistro stona. Ma è bellissimo…