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La tessera dell’autodeterminazione

4 aprile 2012

Ieri sera sono tornata a casa con una tessera in tasca, e non era la solita tessera. Una falce e un martello sul fronte sono il simbolo inequivocabile di un partito, di una storia, di un’idea. Che ha avuto molto seguito in anni non troppo lontani, che arranca ultimamente. C’è chi con quel simbolo ci è cresciuto, chi l’ha incontrato, chi ci ha creduto, chi l’ha abbandonato. A me è sempre sembrato amico, eppure per anni l’ho tenuto a distanza: prima una croce nelle cabine elettorali, poi manifestazioni condivise, iniziative comuni, percorsi intrecciati, politici e non solo. Fino a ieri, quando, con quella tessera, sono entrata per la prima volta (e forse in passato ho detto che non l’avrei mai fatto) in un partito, quello più rosso e piccolo della mia città, quello che ha seguito le sorti del paese ed è uscito dalla rappresentanza istituzionale durante le ultime elezioni amministrative. Ma che resiste, tiene duro, e cerca di ripartire da dove ha fallito. Ho scelto loro per questo, perché vedo la voglia e il desiderio di ri-costruire un percorso, e perché la segretaria è una donna che fa la differenza, la differenza che piace a me. Ora ho la tessera con me, la stessa tessera, in stile postmoderno, che ai tempi andati era un simbolo di appartenenza, classe, lavoro e stile di vita. Quella tessera che nelle mani di chi la tiene oggi assume forse un significato diverso, e nelle mie assume la consapevolezza di voler vivere la città in modo diverso, renderla differente, forse migliore, a partire da me e il mio lavoro con altre e altri. E non su singoli temi, ma su un’idea condivisa, del mondo. Continuare a fare la mia politica senza ignorare la mia città, questo mi ha spinto. E poi ho girato la tessera e ho letto: autodeterminazione, beni comuni, diritti e movimento. Ottimo inizio no?