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Sui compagni e le compagne

20 dicembre 2013

Perlopiù chi mi conosce s’è abituato. Sa a chi mi riferisco quando dico “compagna”, ma dubito che tutti ne conoscano il significato. Quante volte mi sono sentita dire: “ma perchè devi dire per forza compagna, non puoi dire semplicemente amica?”. No, non posso, e poi semplicemente non è l’avverbio appropriato.

Ricordo che mia madre, donna di partito da sempre, dopo un decennio di allontanamento (e in 10 anni nella sinistra italiana può succedere di tutto senza che nulla cambi) torna sconvolta da una riunione e fà: “hanno iniziato dicendo, amiche e amici, ma non non eravamo compagne e compagni?”.

Ecco appunto! Compagni è una parola di lunga storia, perlopiù politica, che a un certo punto si è deciso di abbandonare: nostalgica, vetero, ancorata a vecchi modelli venuti giù insieme al muro. Per anni è stata legittimata solo nelle scuole, e a ragione. Il compagno o la compagna di banco erano quelli con cui si passava la maggior parte del tempo, si condividevano libri, merenda, strigliate dei prof, compiti a casa e bravate. Poi è diventata di uso comune anche nella vita: quando la famiglia ha cambiato di segno, quando la società ha sorpassato gli interventi normativi e politici, quando non c’erano più solo marito e moglie, ma compagne e compagni di vita, coppie di fatto. Dire “questo è il mio compagno” è stato per anni rivendicare una scelta altra, diversa da quella imposta da una cultura cattolico-patriarcale che disegnava il matrimonio come il destino, unico e ineludibile, di un percorso d’amore. Oggi anche questo è norma: un compagno può essere per sempre.

Compagna è una parola che tiene insieme la politica e la vita, la rivendicazione e il cuore. Con una compagna condividi. Tempo, luoghi, libri, percorsi, scritture, azioni, viaggi, manifestazioni, cibo, sigarette, strade, conflitti, parole. Linguaggi, progetti, aperture, porte in faccia, disagi, gioie, eccitazione, fatica, cariche. Riunioni, incontri, laboratori, lavori, feste, balli, musiche, fotografie, arti marziali. Scontri, confronti, attacchi, pratiche, strategie, cori, striscioni, manifesti. Lo fai per scelta, lo fai perchè lo desideri, lo fai per responsabilità, lo fai per prenderti cura di te, di lei e del mondo. Lo fai perchè sia visibile, riconoscibile, perchè abbia un segno, perchè lasci un segno.

Dico compagna perchè questa parola porta il segno di una relazione, perchè mi dà il senso, perchè mi fa ordine. E quando le compagne sono tante, quando c’è comunità e comunione, quando c’è riconoscimento e fiducia, vai nel mondo con la forza e il peso di tutte, sei radicata e nomade, sei appassionata e appassionante, sei tanta, incontenibile, inaddomesticabile, inarrestabile.

Sui maestri e le maestre

21 novembre 2013

Maestro. Contrazione del latino magistrum, accusativo di magister. Condivide la stessa radice dell’aggettivo “grande” (magnus) e dell’avverbio “di più” (magis).

Doveva quindi indicare il più grande-il più forte-il capo, qualche secolo fa. Oggi si riferisce a insegnanti delle scuole elementari, ad artisti, a guide spirituali (dette anche precettori di discepoli). ah, ci sono anche i maestri del lavoro, quelli che prendono la stella al merito del lavoro. e poi i maestri di vita, quelli che hanno imparato la vita per le strade e che sempre nelle strade la insegnano. e poi i maestri da salotto, quelli che per strada non ci sono stati mai ma che insegnano agli altri come gira il mondo. tutti loro (tranne i maestri di lavoro, perchè secondo me non esistono) hanno un gran fascino.
io da piccola volevo fare la maestra, e neanche lo sapevo che la la parola “maestra” sul dizionario non c’è e che se la cerchi su google (in effetti il web non c’era ancora) ti escono notizie di cronaca tipo: “bimba si rifiuta di togliersi il cappotto, la maestra la uccide rompendole la testa”, o una serie di blog maestrasilvia-maestragemma-maestrasabry-maestramary con tutte le informazioni sulla didattica e la programmazione a scuola: cornicette-copertine-disegni-alfabeti-giochi-echipiùnehapiùnemetta.

sì, volevo fare la maestra, ma senza cattedra (le cattedre m’hanno sempre messo a disagio). passavo i miei pomeriggi con i libri in mano a leggere, ad una platea che non aveva volti, ma che immaginavo essere tanti piccoli occhi fissi su un racconto che prendeva vita dalle mie parole. giocavo a fare la maestra senza giudizio, o forse volevo fare l’attrice.

poi, a un certo punto, quella figura, affascinante e ostile, l’ho allontanata sempre di più, anche fisicamente, finendo negli anni ad occupare quell’ultimo banco vicino al muro che mi dava l’agio dell’intermittenza: dell’attenzione, dello studio, del cazzeggio, della ribellione. sempre distante da quell’istituzione che mi valutava, mi giudicava, mi puniva, mi lodava. ma che pure continuava a affascinarmi. era come fossi legata al maestro di turno da un elastico: puoi tirare quanto vuoi, ma prima o poi ti riavvicini.

poi ho incontrato finalmente una maestra e ho corretto il dizionario, ho mollato l’elastico e mi sono avvicinata ai primi posti. la cattedra c’era ma non si vedeva. io invece c’ero e mi sono presa tutto, tutto quello che riusciva ad entrarmi dentro. poi, come succede nelle rivoluzioni, quelle molecolari, scopri che intorno a te è pieno di maestre, quelle vere, che in cattedra non ci salgono mai, che non vogliono insegnarti la vita, nè per strada nè in salotto, che non pensano a collezionare discepoli, che non cercano medaglie al merito.

sono quelle che ti prendono per mano, ti accompagnano nel mondo e poi ti lasciano lì, senza regole, senza consigli, senza discipline. sono quelle che si fidano e si affidano, quelle che si mettono in discussione insieme a te, sono quelle che hai sempre accanto anche quando non ci sono, sono quelle che se c’è da combattere imbracciano le armi e ti guardano le spalle. sono quelle che ti fanno amare, odiare, faticare, cadere, gioire, emozionare, incazzare di più. sono compagne di viaggio.

“maestra” nel dizionario non c’è. per fortuna.