Recensioni

Vita Cosentino, Tam tam, Nottetempo, Roma, 2013

E’ difficile recensire l’ultimo libro di Vita Cosentino, è difficile dire di un racconto così personale e quotidiano, di quello che accade dopo uno scontro violento tra una “lei” e un avversario invisibile, come lo definisce Luisa Muraro. Tam tam è la storia della protagonista, l’autrice, narrata in terza persona. Ma è una storia breve, gli ultimi due anni di vita, una vita del tutto nuova, che non è una nascita bensì una lotta per rimanere viva. E’ la storia di Vita dopo la malattia invalidante che l’ha colpita. Un racconto che vede protagonista lei, il marito e le sue amiche, compagne di vita e di militanza, ma che mette in primo piano il corpo, un corpo pesante, così ingombrante che le toglie anche le energie mentali: “Fatica a concentrarsi, comincia a leggere un libro e poi un altro e li lascia a metà. I progetti non hanno gambe per camminare e non ne vede più il senso” (p. 85). Partire da sè in questo caso non può ridursi a uno slogan femminista, si tratta non solo di ri-partire dal proprio corpo, ma anche di conoscerne i limiti e di prenderne le misure. Il problema non è solo non poter fare la vita di sempre –  costantemente in giro, tra una riunione e l’altra, a quel convegno, a quell’assemblea, alla Libreria, a Verona – ma anche stare in piedi ai fornelli, andare a fare la spesa, un cinema, una mostra. Tutto diventa complicato: camminare, trovare luoghi senza barriere architettoniche, parcheggi coperti. Un limite che è anche una scoperta: Vita scopre il piacere di sedersi sulla panchina sotto casa e salutare il vicinato, la soddisfazione di lavorare con le mani (come da bambina), di sentirsi a casa in un bar dove la riconoscono. E’ come se questa faticosa ricerca di una misura nuova le aprisse un nuovo mondo, le svelasse anche i limiti di quel mondo che aveva sempre abitato. “Ha passato tanti anni in quella casa sempre correndo da un’altra parte […] La casa era in una specie di terra di nessuno. Così almeno la sentiva lei…” (pp. 97-98). Risuona. E mi chiedo: è davvero necessario che il corpo si fermi? Nelle riflessioni politiche con le mie compagne c’è sempre il desiderio di riappropriarsi di spazi e tempi che diano ascolto ad un corpo troppo spesso dimenticato, messo a tacere, trasportato di qua e di là. Lavoro, tempi frenetici, politica militante. Sì, ma c’è dell’altro. “Era sempre alla ricerca di qualcosa. Sì, ma cosa?” (p. 98). Una domanda a cui l’autrice non risponde, forse perché una risposta non c’è, forse perché ognuna ha la sua. Tam tam – un ritmo evocato e raccontato nel quotidiano – è una storia che destabilizza. Non è il racconto di un dolore – anche se se ne legge molto – ma è piuttosto la storia, semplice e complessa allo stesso tempo, di una lenta e paziente ricerca di sé, di un sé fatto di passato e presente, che prende le misure per “rifarsi una vita salvando quella di prima” (p. 11), lasciando spazio ai miracoli del quotidiano e alle scoperte di un nuovo modo di stare al mondo.

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Celeste Costantino, Marina Comandini, Roberta Lanzino, ragazza, Round robin, Milano, 2012

Roberta Lanzino, ragazza è più di una graphic novel perché la storia di Roberta Lanzino è qualcosa di più della morte di una giovane di 19 anni. La prospettiva di Celeste Costantino e la morbida grafica di Marina Comandini rendono pubblico, sotto forma di fumetto, un femminicidio in una terra angusta come quella calabrese, dove la cultura maschile e patriarcale si intreccia con quella mafiosa. Roberta Lanzino era una ragazza come tante, viveva a Rende in provincia di Cosenza, come tante andava all’università e come tante aveva un motorino Si, con cui quel giorno, il 26 luglio del 1988, voleva raggiungere la casa di famiglia al mare, a Torremezzo. Lì, su quella strada sterrata, la sua vita trova la fine, violentata e uccisa da due uomini. Un omicidio, frutto della barbarie e della sfortuna. La sfortuna di aver percorso quella strada a quell’ora, la sfortuna di essersi disorientata lungo il tragitto, la sfortuna di non avere avuto i genitori in automobile a seguirla come d’accordo. Ma la sfortuna non rende giustizia a ciò che è stato, e del resto ancora oggi giustizia non è stata fatta.

“Dalle mie parti sappiamo bene che certe cose non accadono per caso” (83), si è sentita dire l’autrice anni dopo dalla sua coinquilina a Rende, dove anche lei ha frequentato l’università. Perché se Roberta ha fatto quella strada, in motorino, da sola, ed è stata violentata, deve esserci qualcosa sotto, deve aver fatto qualcosa che non doveva fare, deve aver frequentato qualcuno che non doveva frequentare, oppure “era con le cosce da fuori”, come ha dichiarato Francesco Sansone, uomo di ‘ndrangheta accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Roberta, quando quel giorno la giovane indossava pantaloni lunghi.

La morte di Roberta non ci parla soltanto della violenza di due uomini, ma della violenza di un’intera cultura. “Forse non ho mai avuto percezione di cosa fosse realmente la mia terra prima di arrivare lì. Semplicemente perché lì si consumavano delle aspettative. Non credevo che la mia compagna di casa, giovane, studiosa, ‘fuori sede’ mi potesse dare le stesse risposte di mia nonna. E invece mi sbagliavo” (82). Il di cui parla l’autrice è il “Nervoso”, plesso studentesco dell’Università della Calabria, dove Celeste ha sentito per la prima volta parlare di Roberta Lanzino: “Ho pensato tutta la notte a Roberta Lanzino. La sua storia mi ha ossessionato  per molto tempo. Mi ha ossessionato a tal punto che, a distanza di 15 anni, sono qui, a Roma, con l’associazione daSud, con il mio collettivo di ‘ragazze interrotte’ a parlare ancora di lei, di violenza, di criminalità, di Calabria. Quando ho deciso di affrontare questo lavoro di sceneggiatura ho ragionato molto su quello che volevo che si vedesse. Con molto pudore mi sono avvicinata agli affetti di Roberta e alla sua vita. Ho cercato e trovato Franco e Matilde, i suoi genitori, due persone devastate dal dolore che, nel momento stesso in cui mi dicevano che non si sentivano di collaborare a questo racconto, collaboravano semplicemente accettando di ricevermi, guardandomi, sorridendomi, facendomi vedere la straordinaria ‘Casa di Roberta’, la struttura che hanno costruito a Rende per le donne vittime di violenza” (84).

La violenza sulle donne che questo fumetto mette in scena è rappresentata da immagini mostruose e indefinite, che non hanno i contorni dei due individui assassini ma che sono cariche di una storia più grande, una storia di criminalità e di terrore, che assume tratti fallici, di una cultura che soffoca, che toglie la voce. Roberta è morta soffocata da una spallina che i suoi carnefici le hanno conficcato in gola per non farla urlare. E’ la privazione delle voce che accomuna centinaia di storie di violenza sulle donne, storie di criminalità organizzata. Perché nella storia di Roberta si intrecciano violenza maschile e violenza mafiosa. Lo rende esplicito l’autrice: “C’è un modo di concepire il corpo delle donne nell’organizzazione criminale calabrese che è brutale e vendicativo. Anche nella totale assenza di conoscenza della vittima” (87). La ‘ndrangheta c’entra, perché gli uccisori di Roberta sono personaggi organici all’organizzazione criminale, sotto processo solo grazie alle dichiarazioni di un pentito che hanno permesso la riapertura del caso.

Una vicenda di violenza raccontata con la cura di cui le donne sono capaci, cura della storia e della dignità della vittima, che si scontra contro la morbosità dell’informazione che quotidianamente lascia passare dettagli e particolari delle vite delle centinaia di donne che rimangono uccise per mano maschile senza darne una lettura culturale ampia e veritiera, utilizzando termini come “omicidio passionale”, “amore criminale”, piuttosto che parlare di ciò che è, di femminicidio. Passa da questa graphic novel qualcosa che va al di là della denuncia, oltre i numeri: c’è un’assunzione di responsabilità pubblica e collettiva, politicamente condivisa: “Roberta Lanzino era una ragazza. Una ragazza di 19 anni che andava all’università che aveva un Si come tante di noi. E, come noi, a quell’età pensava di avere tutta la vita davanti. La sua storia poteva essere la mia. E chi non lo capisce si rende complice di questa morte. Tutte e tutti dobbiamo sentire il peso di questa storia e di tutte quelle che non sono state raccontate. Per questo solo Roberta Lanzino, ragazza” (88).

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Ilaria Possenti, Flessibilità. Retoriche e politiche di una condizione contemporanea, Ombre Corte, 2012

“La divisione patriarcale del lavoro si è basata, presso le classi lavoratrici moderne, non sull’assegnazione del lavoro domestico alla donna e del lavoro fuori casa all’uomo, ma sull’assegnazione alla donna di lavori flessibili, spesso giocati in un continuo ‘vai-e-vieni’ dentro e fuori casa, e all’uomo di lavori esterni maggiormente standardizzati” (p. 134).

Inizio con quest’assunto a raccontare un libro – Flessibilità – che è un percorso, un percorso storico, sociale, filosofico e politico che mette in discussione, si interroga, smonta, propone. A partire dalla critica alla teoria baumaniana della modernità liquida come liberazione, dove al rischio e all’incertezza del postmoderno si accompagna – secondo Zigmunt Bauman – “un terreno fertile per la costruzione di una società più autonoma, basata sull’assunzione di responsabilità gli uni verso gli altri e sulla reciproca protezione” (p.34), in uno scambio tra sicurezza e libertà che sta alla base della saggezza postmoderna. L’incertezza che diventa fonte di libertà, il cambiamento come condizione permanente, la rinuncia ad una forma soggettiva per essere pieni cittadini della liquefazione del mondo. “Che ne sarebbe di noi se il nostro sé e il nostro mondo non prendessero mai una forma durevole, e cioè una forma rivedibile, di cui poter dubitare, ma in cui poter al tempo stesso confidare” (p. 39), si chiede l’autrice.

In altri termini, che fine fa il soggetto se alla crisi delle grandi narrazioni si accompagna la crescita di una società privatizzata il cui abitante ideale non è un animale sociale ma un animale che lavora, “tanto impegnato a produrre e consumare da non fare altro che divorare le cose con la stessa rapidità con cui le produce”? (p. 59).

Per dirla in termini arendtiani, nelle democrazie occidentali del secondo dopoguerra si valorizza al massimo l’animal laborans, marginalizzando l’homo faber – la cui opera rappresenta il momento creativo insito in un fare produttivo e sapiente – e lo zoon politikon – la cui azione rappresenta la dimensione comunicativa insita in ogni attività umana che si svolge sempre in un mondo comune.
Se, nella teoria di Hannah Arendt, il soggetto è innanzitutto relazionale e diviene tale solo se la partecipazione tiene in vita uno spazio pubblico, negare quest’ultimo equivale a negare il soggetto.

E il soggetto – nell’era della flessibilità come dispositivo di libertà soggettiva – non è più il lavoratore fordista che abitava la sfera pubblica e il conflitto nei luoghi fisici del lavoro di fabbrica e in serie, ma è un lavoratore a tempo determinato o a progetto, senza spazi e tempi definiti, senza diritti e nessuna certezza, un lavoratore precario, dalla radice “*prek” del verbo pregare. “Si tratta di un termine, osserva Gallino, che rinvia alla possibilità di fare qualcosa solo ‘in base a un’autorizzazione revocabile, poiché è stato ottenuto non già per diritto, bensì tramite una preghiera’. Nessun altro termine, da questo punto di vista, potrebbe rendere meglio l’idea della stretta connessione tra l’arretramento odierno della cittadinanza e il dispositivo di flessibilità. Una volta assoggettato a esigenze estranee e instabili, il lavoro si presta ogni giorno di più al lessico della concessione e della buona sorte, e sempre meno a quello della dignità dei soggetti; così, mentre il lavoro perde valore sociale e formativo, chi lavora arretra nel proprio status di cittadino” (p. 154).

Siamo di fronte ad un soggetto per niente nuovo alla storia sociale e politica, ma che acquista importanza e vigore perché coinvolge gli uomini. Le donne hanno sempre vissuto tale condizione di cittadine marginali di uno stato di diritto pensato sul lavoratore maschio, tanto che si parla di femminilizzazione del lavoro proprio quando, con il postfordismo, lavoro creativo e lavoro precario giungono a ibridarsi entro un unico dispositivo, dando vita a quel “mito seducente” che è riuscito ad incantare anche alcune scuole femministe degli anni Novanta.

Oggi, con l’affermazione delle politiche neoliberiste, la “flessibilità” è diventata il modo di lavorare più richiesto non solo alle donne ma anche agli uomini, con costi elevati “non solo per i singoli, ma anche per la società nel suo insieme: il lavoro flessibile disperde i lavoratori e le lavoratrici rendendo estremamente complicati i processi di comunicazione, partecipazione e conflitto, intesi come percorsi di cittadinanza dentro e fuori i luoghi di lavoro” (p. 151).

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Roberto Ciccarelli, Giuseppe Allegri, La furia dei cervelli, Manifestolibri, Roma, 2011

Furore come unica matrice del cambiamento, inizio dell’auto-trasformazione, liberazione dai peccati degli altri. Espressione della rabbia degna e dell’odio contro un mondo organizzato sul principio della disperazione e della mancanza. Il furore divino in cui Platone riconosceva la vera conoscenza di dio. L’espressione di una potenza femminile che è quella della creazione, di una nuova conoscenza e di una nuova vita. E’ “la furia dei cervelli” di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri, un manifesto, una chiamata, un tentativo, forse il primo dopo anni di movimenti frammentati, di ricomporre e costruire, una coalizione, una nuova repubblica.

Il manifesto del Quinto Stato: un esercito di 6 milioni di lavoratori indipendenti che in Italia svolgono attività di supporto all’impresa, erogano servizi, trasmettono saperi, conoscenze, informazioni, oppure si occupano della cura e dell’assistenza alla persona; sono lavoratori a partita iva, a collaborazione, a progetto, precari, abitanti di una zona grigia che è il lavoro contemporaneo, schiavi con un’aspettativa di vita pari all’incerta durata del contratto. Ma non solo, il Quinto Stato eccede lo status professionale, la categorizzazione (para)contrattuale: è espressione di una condizione generale della società, degli indipendenti tutti – giovani e anziani, autonomi e parasubordinati, italiani e stranieri – che rivendicano una cittadinanza altra. “L’indipendenza è una maniera di vivere e, come tale, non può essere racchiusa in una categoria giuridica, professionale, in una fede e tanto meno nel “precariato”, che è ormai una condizione trascendentale della vita e del lavoro, non un soggetto specifico o universale” (p. 91).

Una chiamata ad alzarsi e a prendere coscienza, a partire proprio da chi il Quinto Stato lo compone, ad affrontare la pesante genealogia di un soggetto – l’indipendente – che non mai avuto cittadinanza, e a modificare i confini di quella cittadinanza che li vede ai margini, apolidi, vagabondi, stranieri in patria. Una rivendicazione che sfida alla radice lo stato sociale fondato sul lavoratore maschio, a tempo pieno, unico soggetto riconosciuto come cittadino perché portatore delle capacità di governo che derivano dalla produzione di beni materiali. Una rivendicazione che prende corpo, parole e pratiche anche dai movimenti femministi che hanno fatto delle donne i soggetti di rivendicazione di autonomia e autodeterminazione rispetto allo stato patriarcale. L’identikit dell’indipendente lo dimostra: difesa dell’autonomia ma anche ricerca della felicità, cura dei corpi e dei tempi, della comunità intera, pensiero del governo di sé in funzione di quello degli altri; ricerca dell’autonomia come asse di una sperimentazione che è politica del quotidiano. Indipendenza come una forma di vita necessaria per sottrarsi all’economia del mondo e per creare un’economia altra, fatta a misura di corpi autonomi dal corpo dominante. Un qui ed ora come condizione del vivere, una fuga sul posto, che porta con sé il desiderio di fondare una nuova città, un’attività che impegna la funzione riproduttiva e la vita della mente, che cede il passo al piacere della produzione.

Un processo di ricomposizione, la coalizione sociale in quanto consorzio di cittadinanza, in nome di un governo dei beni comuni come governo degli esseri umani e non come amministrazione delle cose, a partire dai principi costituenti del Quinto Stato: autonomia, indipendenza e cooperazione, su cui si fonderà la nuova repubblica che tutela tutte le attività utili alla società, e non solo il lavoro dipendente e subordinato, prendendo a modello le pratiche di cittadinanza, la creazione di nuove istituzioni per l’autogoverno, la tutela dei beni comuni, la garanzia dei diritti fondamentali e degli interessi collettivi, in due parole il diritto vivente. Un progetto ambizioso, che prende le mosse da un excursus storico-politico sulle condizioni e le scelte che hanno dominato lo status dell’indipendente minando alle basi della coscienza collettiva di ogni tempo la possibilità di rendersi cittadini autonomi sia dall’ideale socialdemocratico del servizio pubblico sia da quello liberale della gestione privata, ma che trae forza dalle relazioni, dalle esperienze e dalle biografie dei movimenti che negli ultimi anni, dalla Pantera all’Onda, dal 14 dicembre studentesco alle campagne referendarie fino all’occupazione del Valle, hanno offerto il modello dal quale è possibile immaginare la fondazione di una nuova repubblica. Il tutto attorno al denominatore comune, od operatore semantico come lo definiscono gli autori, del “bene comune”, che “risponde alla condizione generale del Quinto Stato, ne delinea l’obiettivo di massima sintetizzando una serie di complesse significazioni in una pratica comunicabile e simbolica. Con questa idea di bene comune il Quinto Stato indica il desiderio di vivere in modo ecologicamente equilibrato dove è possibile rispettare una qualità della vita, la continuità di reddito, le tutele giuridiche, le garanzie sociali per il lavoro indipendente e un’equa distribuzione delle risorse pubbliche destinate alla cultura, alla formazione e alla ricerca” (pag. 125). E l’occupazione dei lavoratori dello spettacolo del teatro romano sono espressione del cuore della proposta politica del Quinto Stato: intrecciare la rivendicazione di un diritto sociale (il reddito di base ad esempio) con un’istanza politica generale (restituire ad un uso comune un’istituzione culturale come un teatro).

Dall’urlo infuocato del 14 dicembre al saluto dell’occupazione del Valle “Benvenuti nella lotta che era già vostra”, ci sono frammenti, più o meno significativi, di un movimento in marcia, una marcia, non solo simbolica, che nomina la realtà attraverso le proprie esperienze e che si muove verso la conquista di un progetto preciso: ridisegnare le istituzioni, riprendersi gli spazi, immaginare un modello altro di economia e un nuovo welfare.

Vivere da indipendenti. Essere autonomi della cittadinanza. Il Quinto Stato è un atto di creazione.

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Luisa Muraro, Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano, 2009

Una prefazione che spiazza, quella che dà l’avvio all’ultima opera di Luisa Muraro, filosofa, mistica e femminista storica, fondatrice insieme ad altre della Libreria delle Donne di Milano. Racconta di un congedo, quello del muratore, che finito il proprio lavoro raccoglie gli attrezzi, dà un’ultima occhiata e lascia la casa a quelli che l’abiteranno. “Anch’io mi congedo, con queste parole”, dice Muraro. Si tratta di un congedo del qui e ora, e non dalle lettrici e dai lettori, quanto dalle parole dedicate nell’intero testo a “far conoscere cose in sé non nuove, anzi antiche” ma che rischiano di andare perdute “perché sono fatte di una materia finissima”. Questa materia è l’esperienza e la politica del simbolico femminili, l’esperienza dell’imparare a parlare – che il femminismo ha fatto sua –, dell’essere attivamente coinvolte nella vita dei segni, un’esperienza che nasce dall’interno del corpo femminile in contatto con il mondo, che è potere senza potere, oscurità che fa luce, piccolo che si misura con il massimamente grande. E’ il mercato della felicità, un mercato elementare che viene prima del mercato del profitto e che è molto più grande, è il mercato che facciamo a partire da dove siamo e dalla nostra esperienza, nel quotidiano, è lo scambio interminabile tra corpo e parola che produce un di più, il di più femminile, il “sopram-mercato”.

Quello che si scorge nella sequenza dei capitoli – ognuno indipendente dall’altro – e nelle storie che Muraro utilizza per raccontare dell’esperienza, è un percorso del desiderio che parte dalla passione del desiderio come contrattazione instancabile, incarnata nell’immagine della vecchia che si mette in fila al mercato per comprare lo schiavo Giuseppe con dei gomitoli di lana, consapevole di non poter competere con i gioielli offerti dagli altri compratori, ma che non si fa vincere da moderazione o rassegnazione, e al mercato ci va lo stesso, ci va in prima persona, perché è in prima persona che si desidera. Con il racconto della donna dei gomitoli Muraro ci parla della forza irrinunciabile del desiderio, di un desiderio sproporzionato che, seppur senza mezzi adeguati, va incontro alla realtà e la mette alla prova, perché “il reale non è indifferente al desiderio e non assiste indifferente alla passione del desiderare” (p. 8). La donna dei gomitoli, e come lei molte altre, è portatrice di un desiderio che non si misura con il reale realizzato, ma che va oltre, diventando un vantaggio tutto femminile, il guadagno – ci dice Muraro – di andare al mercato con la moneta di uno svantaggio storico da spendere. E’ l’invito di Carla Lonzi ad approfittare della differenza. E’ la politica delle donne che lo ha insegnato e lo insegna, con i suoi scacchi, i suoi spostamenti, i suoi passaggi.

Nella semplicità di un pensiero che si fissa nella mente “io sono una donna e non c’è da dimostrare c’è da essere”, una giovane Muraro si esonera dalla parzialità della cultura progressista, tutta risposte, razionalizzazioni e vigilanza, e si libera dalla dipendenza ad un universale e un simbolico maschili, per dire di un nuovo universale, di un pensiero femminile che, come afferma Angela Putino, non è interesse di parte, ma “pensiero per tutti”, che significa “esistere e pensare in prima persona, ed esserci come tali, pensanti a partire da sé, in presenza e in compagnia di altre, altri” (p. 46). E’ questo il femminismo di cui ci racconta Muraro, un movimento che si sgancia da quella “landa d’insensatezza nota come “emancipazione femminile”” (p. 42) e dall’uguaglianza tra i sessi come tana per gli uomini e trappola per le donne, e che si nutre della differenza, dell’altro, come alterità e come plus. E’ qui che l’impensato accade, svuotando la mente del suo patrimonio di cose già pensate, ingarbugliando il confine tra l’interno e l’esterno, rendendo inadeguate le parole. L’irrompere dell’impensato, un “trauma”, come lo definisce al negativo la psicologia scientifica, diventa la possibilità di dare luogo “a sviluppi positivi, a spostamenti liberanti, che fanno cadere i recinti isolanti e i muri separanti” (pp. 52-53), s’impone nella vita cosciente del pensiero come la sola cosa da pensare, e modifica radicalmente l’esperienza del tempo, perché spacca la continuità del tempo-che-passa. Da qui, il “da ora in avanti” – come Muraro lo definisce – appare vuoto, una pagina bianca. Ebbene, su questa pagina il femminismo ha scritto, modificato e riscritto nel corso degli anni, riconoscendosi nell’impensato che irrompe, che porta alla luce le contraddizioni di una temporalità lineare che oscura e annulla una temporalità altra, quella femminile, il tempo delle donne che riconosce la simultanea presenza di numerose e diversificate esperienze del tempo come proprio tratto caratteristico, il resto di tempo che Madame de Maintenon, sposa segreta del Re Sole, dona al collegio Saint Cyr, un tempo qualitativo che eccede il tempo ordinario del re. E’ l’esperienza soggettiva e di grande valore politico che Muraro accosta, con uno spostamento mistico, alla conversione di Paolo sulla via di Damasco, quando dopo una caduta da cavallo viene folgorato da una luce e dalla voce di Gesù Cristo che gli chiede il perché della persecuzione nei suoi confronti. Muraro lo chiama ribaltone e “ribaltone paolino” è il capitolo dedicato al repentino mutamento di Paolo, al suo incontro-scontro con un impensato, la verità di Cristo, che diventerà poi il fulcro della sua predicazione. E’ interessante come la filosofa-mistica renda conto della capacità di Paolo di dire l’indicibile attraverso le mediazioni nel passato con cui ha rotto: “della religione che professava in precedenza riprende tutto, compresa la legge e l’elezione divina del popolo ebreo, e la rimodella così come lui stesso è stato preso e rimodellato dal pensiero impensato, ora pensiero dominante” (p. 68). Oltre la mistica interpretazione, si scorge a mio avviso un simbolico forte della mediazione con il passato, non più, oggi, rigetto di una cultura – il maschile patriarcale – quale passato del primo femminismo, bensì appropriazione e riscoperta di un già pensato, il femminismo nelle sue molteplici declinazioni (i femminismi), che fa da sfondo – o da colonna portante, se rimaniamo ancorati alla figura del muratore con cui abbiamo aperto – alla pratica politica e al linguaggio simbolico femminili delle donne che andranno ad abitare questa casa. E’ forse questo lo spostamento necessario affinché si aggiri il rischio che le cose importanti, fatte di materia finissima, vadano perdute, che la libertà acquisita nel perseguire i propri desideri venga soffocata, che la forza irrinunciabile del desiderio non riesca a salvare il mondo.

C’è preoccupazione nelle pagine del libro per l’incapacità degli uomini a capire il femminismo della differenza, incapacità del pensiero e dell’essere politico maschili ad interagire con un movimento visceralmente politico che attraversa ognuna singolarmente, senza definire obiettivi, ma guidato da una “domanda di godimento”. Muraro si affida alle parole di Manuela Fraire per dire di questa differenza femminile: “La cosa importante non è il desiderio di qualcosa, ma il rapporto e la trasformazione di sé che si opera per via del desiderio” (p. 92).
Ho colto in alcune parti del testo la stessa preoccupazione in relazione alle donne, quelle a cui Muraro si rivolge mettendo per iscritto la sua esperienza femminile e femminista. E’ il rischio dell’esonero dal lavoro della necessaria mediazione: “E così si smette semplicemente di cercare le parole che l’altro potrebbe capire e magari condividere, fino a pensarsi in termini che non comprendono il punto di vista dell’altro e neanche lo prevedono, fino a pensare il mondo come se l’altro non esistesse” (p. 119). Muraro utilizza la figura – per niente retorica – di un paese che diventa militarmente più forte dei suoi vicini e perde la capacità di fare politica estera, e racconta di essere stata colpita, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, da una notizia in particolare: il governo statunitense si rese conto solo allora di non avere al suo servizio traduttori dall’arabo. E lì l’impresa terroristica diventa improvvisamente meno impossibile e meno mostruosa. Cercare le parole per significare, è questo il senso della necessaria mediazione di cui parla la filosofa, è trovare le parole per dire di un’esperienza e riconoscerla come prima non si poteva, “è un disfare maglie per ricavare dal passato la materia prima per riprendere di nuovo a vivere” (p. 121), è attivare un circolo e risvegliarne un di più. Dov’è la preoccupazione verso le donne di cui dicevo? E’ il timore che non si cerchino più le parole per raccontare il sentire e l’essere femminili, che si interrompa il circolo della mediazione da cui riprendere vita, che non si disfino più maglie per ricavare materia prima. E’ – forse – un implicito invito alle donne, soprattutto le più giovani, ad abitare la casa che il muratore ha ultimato, varcare la soglia, guardarsi intorno, riconoscere segni, simboli, il già pensato, il già detto, il passato che serve a dire l’indicibile e dal quale ricavare la materia prima, per poi entrare con la propria esperienza e farne il motore del pensiero, irrompere come impensato nell’ordine simbolico in vigore, perché “al posto della regola ci siamo tu ed io, qui e ora” (p. 136).

E’ il senso della necessaria mediazione, è mediazione vivente che si rivolge al vero, al bello, all’amore, alla gioia, con la certezza che da qualche parte tutto questo si trovi, sicuramente dentro di noi, e in altre ed altri. Muraro ci invita a tenerlo presente, insieme a tutto il resto che conta e pesa, perché possa contare e pesare (anche questo) in ciò che diciamo e facciamo, perché è solo questo ciò che ha la capacità di rendere, di restituire. E’ la libertà.
Non è un caso che il libro si chiuda con l’immagine della donna gravida di mondo, “di quello che il mondo, di fatto, al momento, non è, non sa, non può”.

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