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Sui maestri e le maestre

21 novembre 2013

Maestro. Contrazione del latino magistrum, accusativo di magister. Condivide la stessa radice dell’aggettivo “grande” (magnus) e dell’avverbio “di più” (magis).

Doveva quindi indicare il più grande-il più forte-il capo, qualche secolo fa. Oggi si riferisce a insegnanti delle scuole elementari, ad artisti, a guide spirituali (dette anche precettori di discepoli). ah, ci sono anche i maestri del lavoro, quelli che prendono la stella al merito del lavoro. e poi i maestri di vita, quelli che hanno imparato la vita per le strade e che sempre nelle strade la insegnano. e poi i maestri da salotto, quelli che per strada non ci sono stati mai ma che insegnano agli altri come gira il mondo. tutti loro (tranne i maestri di lavoro, perchè secondo me non esistono) hanno un gran fascino.
io da piccola volevo fare la maestra, e neanche lo sapevo che la la parola “maestra” sul dizionario non c’è e che se la cerchi su google (in effetti il web non c’era ancora) ti escono notizie di cronaca tipo: “bimba si rifiuta di togliersi il cappotto, la maestra la uccide rompendole la testa”, o una serie di blog maestrasilvia-maestragemma-maestrasabry-maestramary con tutte le informazioni sulla didattica e la programmazione a scuola: cornicette-copertine-disegni-alfabeti-giochi-echipiùnehapiùnemetta.

sì, volevo fare la maestra, ma senza cattedra (le cattedre m’hanno sempre messo a disagio). passavo i miei pomeriggi con i libri in mano a leggere, ad una platea che non aveva volti, ma che immaginavo essere tanti piccoli occhi fissi su un racconto che prendeva vita dalle mie parole. giocavo a fare la maestra senza giudizio, o forse volevo fare l’attrice.

poi, a un certo punto, quella figura, affascinante e ostile, l’ho allontanata sempre di più, anche fisicamente, finendo negli anni ad occupare quell’ultimo banco vicino al muro che mi dava l’agio dell’intermittenza: dell’attenzione, dello studio, del cazzeggio, della ribellione. sempre distante da quell’istituzione che mi valutava, mi giudicava, mi puniva, mi lodava. ma che pure continuava a affascinarmi. era come fossi legata al maestro di turno da un elastico: puoi tirare quanto vuoi, ma prima o poi ti riavvicini.

poi ho incontrato finalmente una maestra e ho corretto il dizionario, ho mollato l’elastico e mi sono avvicinata ai primi posti. la cattedra c’era ma non si vedeva. io invece c’ero e mi sono presa tutto, tutto quello che riusciva ad entrarmi dentro. poi, come succede nelle rivoluzioni, quelle molecolari, scopri che intorno a te è pieno di maestre, quelle vere, che in cattedra non ci salgono mai, che non vogliono insegnarti la vita, nè per strada nè in salotto, che non pensano a collezionare discepoli, che non cercano medaglie al merito.

sono quelle che ti prendono per mano, ti accompagnano nel mondo e poi ti lasciano lì, senza regole, senza consigli, senza discipline. sono quelle che si fidano e si affidano, quelle che si mettono in discussione insieme a te, sono quelle che hai sempre accanto anche quando non ci sono, sono quelle che se c’è da combattere imbracciano le armi e ti guardano le spalle. sono quelle che ti fanno amare, odiare, faticare, cadere, gioire, emozionare, incazzare di più. sono compagne di viaggio.

“maestra” nel dizionario non c’è. per fortuna.

Torno a scrivere. Per il piacere di farlo

5 novembre 2013

E’ come quando consegni un saggio sul filo della scadenza e ti vai a bere una birra, come quando concludi un intervento e esci a fare un giro, come quando annaffi le piante e le guardi dal vetro, come quando sistemi casa e cose e ti metti a leggere, come quando fai una corsa e ti butti sotto la doccia, come quando racconti una fiaba a un bambino e poi lo guardi dormire, come quando fai l’amore e ti fermi ad ascoltare il corpo.

Con questa sensazione, quella del fermento che si sedimenta, che si ferma e ti avvolge, un senso di liberazione che fa il vuoto intorno, torno a scrivere qui, un luogo che è stato diverse cose in diversi tempi, e che ha visto cambiamenti, trasformazioni, spostamenti.

Oggi voglio sia lo spazio virtuale che raccoglie pensieri e parole che non trovano posto altrove. Scrivo tanto, tutti i giorni, troppo. Per lavoro, per passione, per dovere, per responsabilità, per desiderio di lasciare un segno, per dire alla gente che non è tutto come sembra. Scrivo così tanto che a volte mi mancano le parole e mi perdo il gusto del pensiero.

E poi ci sono persone e incontri e esperienze che meritano di essere raccontate, cose che meritano di essere scritte, tratti che meritano di essere disegnati. La scrittura è l’unica arte che pratico, il mondo che vivo e che sogno l’unico soggetto che voglio.

Torno a scrivere, per il piacere di farlo.