Finchè c’è vita c’è speranza

27 agosto 2015

Circa un anno fa raccontavo questa storia, in una piccola città, provinciale quanto basta, scossa dall’arrivo di migranti, rifugiati, richiedenti asilo. Oggi molto e niente è cambiato. Il centro di accoglienza è sempre lì, i migranti pure, l’attenzione in città è calata, la gestione dei centri finita nello scandalo di mafia capitale.

Io continuo a piangere i morti in mare, nei tir, nelle stive. Continuo a guardare immagini atroci di barche che affondano e muri che si alzano, ascoltare parole d’odio e indifferenza, ingoiare una rabbia difficile da dire e fare i conti con un’impotenza che destabilizza.

Eppure continuo a sperare che quella giovane donna dallo sguardo fiero sia tornata a sorridere e che le sue figlie possano crescere felici.

Viso giovane e bello, sguardo fiero, occhi chiari. N., 27 anni, palestinese nata e cresciuta in Siria, è una delle donne che da lunedì notte è ospite nel centro di accoglienza di Santa Palomba a Pomezia. La trovo seduta all’ombra di un albero nel parco giochi del quartiere, insieme al marito e a un’altra famiglia di rifugiati. Guarda le figlie, 3 e 4 anni, giocare sulle giostre. Tardo pomeriggio, il parco è vivo: i bambini giocano, gli adulti chiacchierano. Da una parte un gruppo seduto sul prato, due donne col capo coperto. N. vuole parlare, raccontarmi la sua storia, e lo fa con un sorriso dolce e amaro insieme, gli occhi lucidi.

“Io sono nata e cresciuta nel campo profughi di Yarmouk, in Siria. Mia madre aveva appena una settimana quando la mia famiglia si è rifugiata in Siria dopo la Nakba del 1948. Quando tre anni fa è scoppiata la guerra abbiamo perso tutto: casa, lavoro, soldi. La nostra zona è stata una delle prime ad essere bombardata, non avevamo più cibo né luce. Mio marito, M. 32 anni, si è trasferito in Libia e noi, io e le mie figlie, lo abbiamo raggiunto 6 mesi fa, quando la situazione in Siria è diventata insostenibile. Da Damasco siamo arrivate regolarmente in Egitto attraverso il Libano, poi ci siamo spostate come potevamo fino in Libia. Un viaggio che ci è costato seimila dollari. Qualche giorno fa ci siamo imbarcati tutti e 4 su un barcone: niente valigie, nessun vestito, non abbiamo potuto portare niente con noi. 300 persone ammassate in uno spazio piccolissimo, senza possibilità di muoverci, senza servizi igienici, senza alcuna protezione e soprattutto senza alcuna certezza di toccare terra sani e salvi. Abbiamo viaggiato per 12 ore, poi ci hanno buttati tutti in mare aperto dove ci ha soccorso una grande nave in cui abbiamo trascorso 3 giorni prima di sbarcare a Taranto”.

Il viaggio della speranza: 1000 dollari a testa, esclusi i bambini, per scappare dalla guerra e dalla miseria, per consegnare un futuro migliore alle figlie, per salvarsi la vita.

Cosa vi ha spinto ad intraprendere un viaggio così pericoloso? “L’importante era scappare dalla morte”, mi dice. “Una volta a Taranto un’equipe di medici ci ha visitati, sono stati tutti molto gentili e scrupolosi. Ci hanno portati in un grande campo sportivo, ci hanno fatti lavare, pulire e vestire, ci hanno identificato e rilasciato un foglio e con un pullman ci hanno trasferiti qui. Dopo quello che abbiamo passato negli ultimi anni questo posto sembra un paradiso, perlomeno qui siamo al sicuro”.

Chiedo loro cosa pensano di fare ora, se hanno parenti o amici da qualche altra parte, se hanno progetti per il prossimo futuro. “Non abbiamo più soldi – continua N. – Tutto quello che avevamo lo abbiamo speso per arrivare qui. I nostri parenti in Siria sono spaventati da questo lungo e rischioso viaggio per scappare dalla guerra, ma lì non si riesce più a vivere. Il nostro problema più grande, in quanto palestinesi, è che non possiamo andare da nessuna parte, il nostro paese non è riconosciuto, ci sentiamo odiati da tutti, anche nei paesi arabi. Basta vedere quello che sta succedendo ancora oggi a Gaza”.

Nel frattempo J. e H., le due bambine, si sono avvicinate e siedono accanto ai genitori. Hanno vestiti e scarpe di fortuna, gli unici che gli hanno fornito. Anche il resto del gruppo ha superato la diffidenza iniziale e mi racconta, con il dolore e il sollievo di chi ha perso tutto ma ha la fortuna di non essere solo, di avere i propri cari accanto. Stanno bene, sono lontani dalle bombe, dalla fame, dalla distruzione. Ora è questo che conta.

Se siamo umani #restiamoumani

5 agosto 2014

La prima cosa che mi è venuta in mente è stata: come stanno? hanno bisogno di qualcosa? vestiti, lenzuola, giochi per i piccoli? La prima cosa che ho fatto è stata andarli a trovare, far sentire che non erano soli e chiusi in un ghetto, che oltre quelle strade e quelle fabbriche c’è una città, c’è gente che vuole accoglierli. Ci è venuta incontro una donna, capo coperto, occhi grandi e (nonostante tutto) sorridenti; poi una bambina mora e riccia, un ragazzo imbarazzato. Non parlavano inglese, io non parlo arabo. Non so come ma ci siamo capiti: state bene? mangiate? cosa vi serve? Lei ci ha chiesto: come si chiama questa città?

Non sanno dove sono, dove li hanno portati, noi non sappiamo dove volevano andare e dove andranno. Un gruppo di uomini, padri di famiglia, si incamminano alla ricerca di un supermercato, bambini giocano in cortile, donne in balcone stendono i panni. In questo pomeriggio caldissimo riusciamo a dirci poco, torneremo con chi sa parlare la loro lingua, perché vogliamo sapere, conoscere le loro storie, i loro sogni, quelli infranti e quelli ancora vivi, vogliamo aiutarli se possiamo.

Non so dire bene cosa sia l’accoglienza, ma so benissimo cosa non lo è: quello che ho sentito, visto e letto oggi nella mia città mi ha fatto schifo e mi fa paura. Negri, neri, di colore? Profughi, clandestini, delinquenti? Malati, infetti, ladri, violenti? Ci mancavano solo questi nel quartiere, e ora a chi le vendiamo le case, così si svalutano! Controllateli, seguiteli, vogliamo due pattuglie h24, polizia, carabinieri, l’esercito non può fare un salto? Chi ce li ha mandati, il governo, il comune? Comunque vanno rimandati indietro! Questi ci rubano il lavoro, che qua c’è già una crisi nera, quasi quanto loro! E perché quel residence non l’hanno dato agli italiani bisognosi, prima ci sono gli italiani, l’italia, la patria, dell’elmo di scipio s’è cinta! Se è mare nostrum vuol dire che il mare è nostro, non loro, e pure la terra, e pure pomezia, via, cacciamoli!

Di una cosa sono felice, che quella donna con quella bambina, quel gruppo di uomini, quel ragazzo imbarazzato, non leggeranno mai cosa si è detto di loro in queste ore, perché non conoscono la nostra lingua – almeno per ora – perché le occhiataccie, la freddezza e l’odio di chi incontreranno in questi giorni e mesi non potranno mai tradurla in ciò che è davvero, perché bisogna essere razzisti per sentire la paura intorno, perché bisogna essere soli per percepire il nemico nella diversità.

Loro non hanno paura, ma coraggio da vendere. Loro non sono soli, perché sono una comunità. Per tutti gli altri, valgono le parole di un ragazzo che ha dedicato la vita ad un popolo oppresso, un ragazzo che non credeva nei confini, nelle barriere e nelle bandiere, un ragazzo che è morto inseguendo il suo sogno di libertà: #restiamoumani.

 

Forse…però boh

13 maggio 2014

Certe cose arrivano forti, potenti, crudeli, come un pugno nello stomaco quando meno te lo aspetti. E ci vuole tempo per riprendere fiato, rimettersi in piedi, ricominciare a camminare. Quando ci riesci cominci a pensare, anzi no, a sentire. E di solito senti che c’è qualcosa che non va, qualcosa che stona.

Ecco, io sento che c’è qualcosa che stona quando si inceppa il meccanismo di una relazione, che è una cosa complicatissima, che anche gli ingegneri aerospaziali si mettono le mani nei capelli (se gliene è rimasto qualcuno). Perché è una macchina senza forma, fatta di passioni, amore, odio, riconoscimenti, conflitti, paure, desiderio e tante parole e tanti corpi. E si sa, quando ci sono di mezzo i corpi è sempre un gran casino. E poi se sono corpi di donne… Com’è che si inceppa? Quando? Perché?

Forse quando il desiderio prende percorsi diversi, però boh, stare in relazione significa fare spazio al desiderio dell’altra, anche se questo si traduce nel mediare il tuo. Forse perché non si parla più lo stesso linguaggio, però boh, risignificare le parole è la nostra specialità. Forse quando non si riesce a stare più su un terreno di conflitto, però boh, la relazione senza conflitto non è relazione. Forse è perché si ha paura, paura di riconoscersi a tal punto da scomparire, paura di affidarsi e fidarsi, paura di perdere di autenticità, però boh, la paura è sana se ti apre al mondo, non il contrario. Forse è perché si ama troppo, oppure si odia troppo, e dopo un po’ non si riesce più a contenere tutto, però boh, amare, odiare, che significa? Forse quando non hai più voglia, energie, forza, perché si sa, la relazione è fatica.

Forse non è poi così complicato, però boh, io quando sento che si inceppa il meccanismo di una relazione mi trasformo in un ingegnere aerospaziale e non riesco a far altro che passarmi le mani nei capelli (tanti e ricci).

Quello che resta

11 aprile 2014

stefania

Quello che resta sono le statistiche, le cifre, i numeri che preferiremmo non conoscere.
Quello che resta è la giustizia da una parte e l’ingiustizia dall’altra.
Quello che resta è la nostra capacità di scegliere tra le due, ogni giorno.
Quello che resta è una stanza vuota, ancora arredata di tutto punto, con una chiara predilezione per l’arredamento etnico.
Quello che resta sono gli occhi lucidi. L’incredulità. Il senso di colpa.
Quello che resta è la nostra propensione alla distrazione.
Quello che resta è il rosa per le femminucce e il blu per i maschietti.
Quello che resta sono le bandiere arcobaleno.
Quello che resta sono le dediche, gli striscioni, le targhe, la musica, i convegni.
Quello che resta è la possibilità, a volte peggio la certezza, che accada di nuovo tutto, domani. Che magari stia già accadendo, in questo esatto momento.
Quello che resta sono le cicatrici sul volto e su tutto il corpo di Gaetana Ballirò.
Quello che resta sono i ricordi, quelli tristi ma anche quelli felici.
Quello che resta è il futuro.
Quello che resta sono i cortei mezzi vuoti, le cronache rassegnate.
Quello che resta è una sentenza.

Resta anche lei, Stefania, una di noi. Resta il ricordo di una giovane femminista militante uccisa da quella violenza contro cui credeva di combattere. Resta il mal di stomaco, la nausea, la rabbia nel rileggere la sua storia, troppo breve. Resta l’amarezza nel riconoscere percorsi già tracciati. Resta chi pensa che no, a me non può succedere. Resta chi pensa che il femmicidio non esiste. Resta, qualcosa resta sempre, anche quando è qualcuno a andarsene, per sempre!

Stefania Noce. 24 anni. Uccisa dal fidanzato con 10 coltellate

Cuba e dintorni

16 gennaio 2014

Sono arrivata a cuba con la testa piena, piena di quello che mi portavo, piena di quello che pensavo di trovare: le donne più belle del mondo – il paese della rivoluzione – la patria del comunismo – dittatura povertà e prostituzione – sole e mare – la musica loro ce l’hanno nel sangue – sono tutti atei – il governo gli passa casa servizi scuola e sanità – polizia – la cazzata dell’embargo – fidel è morto e non glielo dicono – non hanno internet – nessuna libertà – guadagnano tutti lo stesso stipendio, tutti poveri tutti uguali – il Che – cohiba di daniele silvestri – attenti che là ti ammazzano per 10 euro – la baia dei porci – è il paese più sicuro del mondo – mi raccomando il rum – ricordati i sigari – porta qualcosa ai bambini, qualche quaderno, un po’ di vestiti.

Da quando sono andata via, cuba non è più nella testa, ma dentro – cuore e viscere – con tutta la sua bellezza, le sue contraddizioni, la sua vivace decadenza, la sua voglia di andare altrove e essere altro, la consapevolezza che qualcosa deve accadere e sarà bello e difficile, la rabbia di chi si sente stretto, la serenità di chi vive con quello che ha e se lo fa bastare, l’orgoglio di un popolo che sa cos’è la lotta, l’accoglienza delle mujeres regine di casa, i sorrisi delle bambine in divisa – gonna, camicetta, calzettoni – che vanno a scuola, la gestione dell’imprevisto, che lì è gestione del quotidiano, l’inquietudine della vista di poliziotti ovunque, la vergogna del turismo sessuale, la resistenza alle regole del regime.

Mi sono portata a casa un pezzetto di ogni scorcio, di ogni viso, di ogni storia incontrata in questo viaggio. L’Habana e i suoi edifici abbandonati, ma no, sono in via di restauro! Maria la loca, una donna giovane e già nonna con la forza di reinventarsi. La dolce donna Lele e le sue tisane medicamentose. Morito, il caballo problematico di vinales. I sigari dei campesinos. Trinidad e i suoi vicoli fatti di ciottoli. L’incanto delle spiagge deserte. Le confidenze degli uomini sul futuro politico del paese cuando fidel va a morir. La sede del partito comunista cubano a santa clara. Le storie dei pochi che hanno visto il mondo e di quelli che raccontano rocambolesche fughe sul kayak dei parenti. Gli occhi tristi del signore che ci mostrava le foto della figlia medico che vive in USA e che non può rientrare a Cuba. Gli occhi vispi e intelligenti di una dodicenne incontrata alla stazione dei bus che mi scriverà una carta. Valentina e Daniele, ottimi compagni di viaggio. Una nottata passata per strada, al buio, ad aspettare che qualcuno venisse a recuperarci. Le chilometrate in bici per raggiungere il mare. Il diario del Che in Bolivia, originale, del 1968. Il Granma – giornale di stato, l’unico – del 1 gennaio 2014, 55° anniversario della rivoluzione. La gente in strada in attesa di un passaggio. La musica a palla in ogni casa. I fuochi per la calle l’ultimo dell’anno. Moira e il suo sposo, duenos della casa di Santa Clara. La semplicità di playa Giron. Il volto tirato dell’uomo in taxibici che aveva appena divorziato. L’autentica laicità di uno stato. Le zuppe, il platano fritto e le tortillas del desayuno. Le chiamate dal telefono pubblico.

Mi sono portata via un pò di quell’atmosfera surreale, dove tutto sembra essersi fermato al 1959 e dove un potere forte che c’è e si sente cerca di mettere le pezze, di arginare le derive, di rallentare un percorso che capitalistico non potrà essere, o almeno spero…

Sui compagni e le compagne

20 dicembre 2013

Perlopiù chi mi conosce s’è abituato. Sa a chi mi riferisco quando dico “compagna”, ma dubito che tutti ne conoscano il significato. Quante volte mi sono sentita dire: “ma perchè devi dire per forza compagna, non puoi dire semplicemente amica?”. No, non posso, e poi semplicemente non è l’avverbio appropriato.

Ricordo che mia madre, donna di partito da sempre, dopo un decennio di allontanamento (e in 10 anni nella sinistra italiana può succedere di tutto senza che nulla cambi) torna sconvolta da una riunione e fà: “hanno iniziato dicendo, amiche e amici, ma non non eravamo compagne e compagni?”.

Ecco appunto! Compagni è una parola di lunga storia, perlopiù politica, che a un certo punto si è deciso di abbandonare: nostalgica, vetero, ancorata a vecchi modelli venuti giù insieme al muro. Per anni è stata legittimata solo nelle scuole, e a ragione. Il compagno o la compagna di banco erano quelli con cui si passava la maggior parte del tempo, si condividevano libri, merenda, strigliate dei prof, compiti a casa e bravate. Poi è diventata di uso comune anche nella vita: quando la famiglia ha cambiato di segno, quando la società ha sorpassato gli interventi normativi e politici, quando non c’erano più solo marito e moglie, ma compagne e compagni di vita, coppie di fatto. Dire “questo è il mio compagno” è stato per anni rivendicare una scelta altra, diversa da quella imposta da una cultura cattolico-patriarcale che disegnava il matrimonio come il destino, unico e ineludibile, di un percorso d’amore. Oggi anche questo è norma: un compagno può essere per sempre.

Compagna è una parola che tiene insieme la politica e la vita, la rivendicazione e il cuore. Con una compagna condividi. Tempo, luoghi, libri, percorsi, scritture, azioni, viaggi, manifestazioni, cibo, sigarette, strade, conflitti, parole. Linguaggi, progetti, aperture, porte in faccia, disagi, gioie, eccitazione, fatica, cariche. Riunioni, incontri, laboratori, lavori, feste, balli, musiche, fotografie, arti marziali. Scontri, confronti, attacchi, pratiche, strategie, cori, striscioni, manifesti. Lo fai per scelta, lo fai perchè lo desideri, lo fai per responsabilità, lo fai per prenderti cura di te, di lei e del mondo. Lo fai perchè sia visibile, riconoscibile, perchè abbia un segno, perchè lasci un segno.

Dico compagna perchè questa parola porta il segno di una relazione, perchè mi dà il senso, perchè mi fa ordine. E quando le compagne sono tante, quando c’è comunità e comunione, quando c’è riconoscimento e fiducia, vai nel mondo con la forza e il peso di tutte, sei radicata e nomade, sei appassionata e appassionante, sei tanta, incontenibile, inaddomesticabile, inarrestabile.

Sui maestri e le maestre

21 novembre 2013

Maestro. Contrazione del latino magistrum, accusativo di magister. Condivide la stessa radice dell’aggettivo “grande” (magnus) e dell’avverbio “di più” (magis).

Doveva quindi indicare il più grande-il più forte-il capo, qualche secolo fa. Oggi si riferisce a insegnanti delle scuole elementari, ad artisti, a guide spirituali (dette anche precettori di discepoli). ah, ci sono anche i maestri del lavoro, quelli che prendono la stella al merito del lavoro. e poi i maestri di vita, quelli che hanno imparato la vita per le strade e che sempre nelle strade la insegnano. e poi i maestri da salotto, quelli che per strada non ci sono stati mai ma che insegnano agli altri come gira il mondo. tutti loro (tranne i maestri di lavoro, perchè secondo me non esistono) hanno un gran fascino.
io da piccola volevo fare la maestra, e neanche lo sapevo che la la parola “maestra” sul dizionario non c’è e che se la cerchi su google (in effetti il web non c’era ancora) ti escono notizie di cronaca tipo: “bimba si rifiuta di togliersi il cappotto, la maestra la uccide rompendole la testa”, o una serie di blog maestrasilvia-maestragemma-maestrasabry-maestramary con tutte le informazioni sulla didattica e la programmazione a scuola: cornicette-copertine-disegni-alfabeti-giochi-echipiùnehapiùnemetta.

sì, volevo fare la maestra, ma senza cattedra (le cattedre m’hanno sempre messo a disagio). passavo i miei pomeriggi con i libri in mano a leggere, ad una platea che non aveva volti, ma che immaginavo essere tanti piccoli occhi fissi su un racconto che prendeva vita dalle mie parole. giocavo a fare la maestra senza giudizio, o forse volevo fare l’attrice.

poi, a un certo punto, quella figura, affascinante e ostile, l’ho allontanata sempre di più, anche fisicamente, finendo negli anni ad occupare quell’ultimo banco vicino al muro che mi dava l’agio dell’intermittenza: dell’attenzione, dello studio, del cazzeggio, della ribellione. sempre distante da quell’istituzione che mi valutava, mi giudicava, mi puniva, mi lodava. ma che pure continuava a affascinarmi. era come fossi legata al maestro di turno da un elastico: puoi tirare quanto vuoi, ma prima o poi ti riavvicini.

poi ho incontrato finalmente una maestra e ho corretto il dizionario, ho mollato l’elastico e mi sono avvicinata ai primi posti. la cattedra c’era ma non si vedeva. io invece c’ero e mi sono presa tutto, tutto quello che riusciva ad entrarmi dentro. poi, come succede nelle rivoluzioni, quelle molecolari, scopri che intorno a te è pieno di maestre, quelle vere, che in cattedra non ci salgono mai, che non vogliono insegnarti la vita, nè per strada nè in salotto, che non pensano a collezionare discepoli, che non cercano medaglie al merito.

sono quelle che ti prendono per mano, ti accompagnano nel mondo e poi ti lasciano lì, senza regole, senza consigli, senza discipline. sono quelle che si fidano e si affidano, quelle che si mettono in discussione insieme a te, sono quelle che hai sempre accanto anche quando non ci sono, sono quelle che se c’è da combattere imbracciano le armi e ti guardano le spalle. sono quelle che ti fanno amare, odiare, faticare, cadere, gioire, emozionare, incazzare di più. sono compagne di viaggio.

“maestra” nel dizionario non c’è. per fortuna.

Torno a scrivere. Per il piacere di farlo

5 novembre 2013

E’ come quando consegni un saggio sul filo della scadenza e ti vai a bere una birra, come quando concludi un intervento e esci a fare un giro, come quando annaffi le piante e le guardi dal vetro, come quando sistemi casa e cose e ti metti a leggere, come quando fai una corsa e ti butti sotto la doccia, come quando racconti una fiaba a un bambino e poi lo guardi dormire, come quando fai l’amore e ti fermi ad ascoltare il corpo.

Con questa sensazione, quella del fermento che si sedimenta, che si ferma e ti avvolge, un senso di liberazione che fa il vuoto intorno, torno a scrivere qui, un luogo che è stato diverse cose in diversi tempi, e che ha visto cambiamenti, trasformazioni, spostamenti.

Oggi voglio sia lo spazio virtuale che raccoglie pensieri e parole che non trovano posto altrove. Scrivo tanto, tutti i giorni, troppo. Per lavoro, per passione, per dovere, per responsabilità, per desiderio di lasciare un segno, per dire alla gente che non è tutto come sembra. Scrivo così tanto che a volte mi mancano le parole e mi perdo il gusto del pensiero.

E poi ci sono persone e incontri e esperienze che meritano di essere raccontate, cose che meritano di essere scritte, tratti che meritano di essere disegnati. La scrittura è l’unica arte che pratico, il mondo che vivo e che sogno l’unico soggetto che voglio.

Torno a scrivere, per il piacere di farlo.

Per un buon inizio

19 dicembre 2012

ci siamo, l’anno sta per finire, e forse finirà tutto in anticipo se i maya o la hack hanno ragione. maya o non maya, margherita o no, quest’anno i segni della fine li abbiamo sentiti tutti, chi più chi meno. io di più. si, ho visto da vicino la morte più violenta, poi la violenza delle malattie che ti prendono in un punto e ti mangiano tutto, inesorabili, poi la violenza più meschina, quella degli uomini sulle donne, poi quella più intima, della fine di una storia. Per non parlare del mondo fuori di me e di tutte quelle volte che ci siamo scontrati violentemente. si, se dovessi dire in una parola il 2012 direi VIOLENZA. ma siamo alla fine.

e allora quest’anno i miei regali saranno per un inizio, uno buono, collettivo:

alle compagne un bel luogo occupato, da tutte noi, a garbatella, preferibilmente caldo d’inverno e fresco d’estate, accompagnato da un gran reddito di esistenza

alle colleghe un altro posto di lavoro, più sereno e rilassato, onde evitare l’inevitabile trasformazione vetero-burocratico-statale

alla redazione del giornale uno spazio durango che spacca, pieno, ricco, colorato, affollato

alle amiche che non ce l’hanno un principe azzurro, a quelle che già ce l’hanno il principe di riserva (che fa sempre comodo)

ai maschi, quelli che amo di più, un pacco regalo con dentro qualche libro scritto da donne, un tanga rosso fuoco, il decalogo della sessualità (la loro) e un pizzico di verità

a tutti gli altri una donna da ascoltare davanti a una birra

alla mia famiglia, larga e allargata, un semplice e grande abbraccio

al mio piccolo gioiello – che è la mia gioia più grande – tutto quello che mi chiede

per me invece un viaggio, il primo dell’anno, e poi i sorrisi di chi è felice di vedermi, le energie positive di chi mi pensa e ricorda con amore, le risate di chi mi capisce al volo, gli sguardi di chi è complice, i pensieri di chi condivide, le parole di chi ha qualcosa da dire, le lettere di chi non riesce a dirle, gli abbracci e i baci sinceri, gli scazzi di chi non vede e non sente e non fa, i conflitti più sani con chi li sa tenere, gli scontri più duri con chi non regge. e poi un altro lavoro anche io, e un principe, magari rosso, e una e mille birre davanti a una e mille donne che mi parlano.

Corri, ma non scappare

23 novembre 2012

Un’amica e compagna, di lunghi viaggi – fisici e simbolici –, di politica, di confidenze, l’ha chiamato “il giorno dopo”, e ha ragione. A me arriva un po’ più tardi, perché si deposita, a strati, quella nausea stanca, quella rabbia  impotente, quella consapevolezza che vorrebbe farsi forza ma a volte si fa  tristezza.

Corri e scappa che ci prendono, chiuse nelle splendide strade del centro capitolino, che non mi erano mai apparse così strette e invasive. Bombe, morte, corpi dilaniati, bambini insanguinati, per un conflitto, lungo, di autodeterminazione. Giornate contro la violenza, adolescenti suicidi, femminicidio, omofobia, fiaccolate, fumetti, pantaloni rosa, teatri, assemblee, incontri, riunioni.

Coloro che mi hanno maltrattata vinceranno se non faccio qualcosa della mia vita dice Nicole. Sì, è questo. Occhi tumefatti, braccia rotte, coltelli in gola, silenzi, ricatti, persecuzioni. “L’assassino ha le chiavi di casa”, urlavano le donne 5 anni fa. E ce l’hanno pure adesso. E fa male, ogni volta, e troppo
spesso. Ieri Roberta Lanzino. Ragazza.

Ieri anche Andrea. Ragazzo.

Saturante, ha detto una donna parlando di Carla Lonzi, in sospensione, ha
detto un’altra parlando delle nostre vite, psicologicamente a terra, mi ha
confidato un’altra ancora.

Eppure siamo sempre qui e lì, in quel teatro, in quella piazza, in quella casa, con corpi stremati ma desideranti, con parole forti e di invenzione, con pratiche genealogiche. Ci siamo, e poi siamo sempre noi, ma ne vogliamo altre.

E ancora, corri, ma non scappare. Fermati, guardati intorno, cerca lo sguardo delle altre, trovale, eccoci!