Archive for the ‘viaggi’ Category

Cuba e dintorni

16 gennaio 2014

Sono arrivata a cuba con la testa piena, piena di quello che mi portavo, piena di quello che pensavo di trovare: le donne più belle del mondo – il paese della rivoluzione – la patria del comunismo – dittatura povertà e prostituzione – sole e mare – la musica loro ce l’hanno nel sangue – sono tutti atei – il governo gli passa casa servizi scuola e sanità – polizia – la cazzata dell’embargo – fidel è morto e non glielo dicono – non hanno internet – nessuna libertà – guadagnano tutti lo stesso stipendio, tutti poveri tutti uguali – il Che – cohiba di daniele silvestri – attenti che là ti ammazzano per 10 euro – la baia dei porci – è il paese più sicuro del mondo – mi raccomando il rum – ricordati i sigari – porta qualcosa ai bambini, qualche quaderno, un po’ di vestiti.

Da quando sono andata via, cuba non è più nella testa, ma dentro – cuore e viscere – con tutta la sua bellezza, le sue contraddizioni, la sua vivace decadenza, la sua voglia di andare altrove e essere altro, la consapevolezza che qualcosa deve accadere e sarà bello e difficile, la rabbia di chi si sente stretto, la serenità di chi vive con quello che ha e se lo fa bastare, l’orgoglio di un popolo che sa cos’è la lotta, l’accoglienza delle mujeres regine di casa, i sorrisi delle bambine in divisa – gonna, camicetta, calzettoni – che vanno a scuola, la gestione dell’imprevisto, che lì è gestione del quotidiano, l’inquietudine della vista di poliziotti ovunque, la vergogna del turismo sessuale, la resistenza alle regole del regime.

Mi sono portata a casa un pezzetto di ogni scorcio, di ogni viso, di ogni storia incontrata in questo viaggio. L’Habana e i suoi edifici abbandonati, ma no, sono in via di restauro! Maria la loca, una donna giovane e già nonna con la forza di reinventarsi. La dolce donna Lele e le sue tisane medicamentose. Morito, il caballo problematico di vinales. I sigari dei campesinos. Trinidad e i suoi vicoli fatti di ciottoli. L’incanto delle spiagge deserte. Le confidenze degli uomini sul futuro politico del paese cuando fidel va a morir. La sede del partito comunista cubano a santa clara. Le storie dei pochi che hanno visto il mondo e di quelli che raccontano rocambolesche fughe sul kayak dei parenti. Gli occhi tristi del signore che ci mostrava le foto della figlia medico che vive in USA e che non può rientrare a Cuba. Gli occhi vispi e intelligenti di una dodicenne incontrata alla stazione dei bus che mi scriverà una carta. Valentina e Daniele, ottimi compagni di viaggio. Una nottata passata per strada, al buio, ad aspettare che qualcuno venisse a recuperarci. Le chilometrate in bici per raggiungere il mare. Il diario del Che in Bolivia, originale, del 1968. Il Granma – giornale di stato, l’unico – del 1 gennaio 2014, 55° anniversario della rivoluzione. La gente in strada in attesa di un passaggio. La musica a palla in ogni casa. I fuochi per la calle l’ultimo dell’anno. Moira e il suo sposo, duenos della casa di Santa Clara. La semplicità di playa Giron. Il volto tirato dell’uomo in taxibici che aveva appena divorziato. L’autentica laicità di uno stato. Le zuppe, il platano fritto e le tortillas del desayuno. Le chiamate dal telefono pubblico.

Mi sono portata via un pò di quell’atmosfera surreale, dove tutto sembra essersi fermato al 1959 e dove un potere forte che c’è e si sente cerca di mettere le pezze, di arginare le derive, di rallentare un percorso che capitalistico non potrà essere, o almeno spero…

Porto e parto

1 agosto 2011

Una stagione è al termine, è tempo di vacanza, di riposo, di svago. Porto con me una valigia carica, piena, di esperienze, ricordi, emozioni, corpi. Porto con me un lungo anno, di incontri, piazze, lavori, parole, pensieri, saperi, inizi e conclusioni. Porto con me quel vento che ho sentito soffiare insieme alle altre e agli altri. Porto con me le mie compagne, i loro racconti, i loro geni, la loro compagnia, le loro torte, balli e canti. Porto con me i Tempi Nuovi di una nuova avventura e chi l’ha resa realtà. Porto con me le menate e le risate di un luogo di lavoro estraneo. Porto con me una rivista, una nuova associazione e gli atelier in progress. Porto con me una e tante piazze, campeggi, convegni, interventi. Porto con me uno spazio aperto e comune di confronto. Porto con me tanta tanta politica, di pensiero, di esperienza, di relazione, di quotidiano. Porto anche il costume e due libri: il diario di una madre e la forza delle figlie.

Porto l’amore e parto con lui!

Terra siciliana

27 agosto 2010

Spiagge splendide, paesaggi suggestivi, case, più o meno legittime, che accompagnano l’intera costa, cielo limpido, sole caldo, fiamme che si accendono, più o meno accidentalmente, e si tramutano in fumo. città monumentali che ricordano un regno ormai andato, passate ora sotto un altro regno, meno nobile, meno pulito, meno gentile, ma presente e forte, invisibile ma prepotente. così i paesaggi si trasformano, sempre suggestivi ma desolanti, abbandonati, perduti, in una terra che sembra di nessuno ma che un padrone ce l’ha, e ha un nome inquietante. li vedo quei paesaggi per la prima volta, la sento quella presenza, ancora per la prima volta, e non è più invisibile davanti ad un monumento che si staglia imponente lungo un tratto di autostrada, un simbolo del ricordo di una battaglia mai vinta. è un viaggio in un’isola che sembra un mondo lontano, leggendario, fatto di cibi tipici, di gente spaventata, di giovani senza futuro. e invece è anche il mio mondo, senza bisogno di degustazioni, fatto di persone, giovani e vecchi, i primi vogliosi di cambiare i secondi rassegnati a una vita che credono di aver meritato. io, straniera in mezzo a loro, li guardo, li ascolto (spesso senza capire) e sento di avere una parte di responsabilità, sento che ognuno di noi ce l’ha. siamo così vicini eppure così distanti, separati da una via che il padrone ha deciso di rendere piena di ostacoli. ma neanche il più feroce dei padroni può cancellare sguardi, sorrisi, gesti e parole di un popolo forte e solidale, che alza la testa e cammina dritto, orgoglioso di vivere e calpestare terra siciliana.

Il viaggio della speranza

14 gennaio 2010

E’ una mattina, mattina presto. Si gela.

Le auto che percorrono la strada della stazione sono avvolte in una fitta nebbia che ai romani, per niente abituati a queste temperature e a un clima così cupo, incute timore. La stazione è viva, come ogni mattina, ma c’è silenzio. Eppure c’è tanta gente, la banchina è una lunga coda di corpi irrigiditi dal freddo. Si capisce che sono vivi dalle nuvolette d’alito che escono dai nasi e dalle bocche che faticano a respirare. Il treno d’evessere in ritardo, troppa gente.

Annuncio ritardo” si sente dall’altoparlante. Nessuno ha la forza di protestare, ma la disperazione e la rabbia si leggono in oguno dei volti che riesco a intravedere da dietro la lana della sciarpa, tirata su fino al naso, e da quella del cappello, tirato giù fino agli occhi.

Sembra il set di un film, uno di quelli ambientati nella Russia zarista, e qualche copricapo che si scorge qua e là ci starebbe anche bene, il mio per primo. Invece è un’ordinaria mattina di gennaio alla stazione, con tante ordinarie persone che sono lì, come ogni mattina, da anni, mesi, giorni o solo per la prima e ultima volta, ad aspettare con ansia un treno che si lascia desiderare troppo spesso.

Eccolo, arriva. E’ pieno, come al solito.

Nessuno ha intenzione di aspettare quello dopo (chiassà quando passerà?). Ci accalchiamo alle porte, saliamo, uno sopra all’altro, a forza di spintoni e pestate di piedi. Siamo dentro, tutti. Siamo appiccicati come sardine. Sento il calore della gente, è fratellanza, comprensione e complicità.

Sarà il freddo.

Sarà la comunità dei pendolari.