Pubblicati in DWF

Nota editoriale
(in Fuori di noi. Le parole del femminismo, 2014)

con Viola Lo Moro

Le parole descrivono il mondo, lo costruiscono e a volte lo disgregano. Le parole possono essere potenti. Per noi le parole del femminismo lo sono: hanno destabilizzato quel mondo, “l’ordine naturale delle cose”, che è stato scosso nelle fondamenta, e ne hanno disegnato uno differente, “fatto di una materia finissima”[1], a partire da un soggetto – le donne –, con il desiderio di abitarlo con agio, con la pretesa che parlasse a tutti, con l’intelligenza di non darlo mai per definito ma sempre in costruzione. In questo numero abbiamo preso alcune di queste parole e le abbiamo messe alla prova dell’oggi.

Con il Numero Cento di DWF abbiamo ripercorso la storia della nostra rivista e decenni di femminismo. Lo abbiamo fatto proprio a partire dalle parole divenute graficamente, e non solo, radici e tronco di un grande albero. Tra queste ne abbiamo scelte alcune – significative e problematiche – che abbiamo voluto indagare di nuovo nel presente, per ridefinirne il senso oggi, per capire se e come sono arrivate fuori di noi. La sfida è stata provare a fare un salto in avanti: non solo rintracciare queste parole nel mondo, ma cercare di comprendere come il mondo ci restituisce quel senso preciso, con le stesse o con altre parole.

Sappiamo bene quanto è profonda la trappola dei generalismi, parlare del mondo può voler dire spesso nulla se non si pensano i soggetti incarnati che lo abitano. È per questo che abbiamo scelto singoli e singole che potessero riconsegnarci un vissuto ancorato alla realtà, all’esperienza: abbiamo voluto coinvolgere generazioni più giovani di noi, dai/lle bambini/e fino ai/lle giovani universitari/e.

Abbiamo scelto la scuola e l’università come luoghi privilegiati per questo incontro aperto tra parole e corpi. La scuola innanzitutto è il luogo in cui i/le più giovani trascorrono il loro tempo, in relazione: tra loro, in uno scambio alla pari; con le/gli insegnanti, adulte/i, figure autorevoli, di guida, di mediazione. Poi perché la scuola non è solo luogo di formazione, ma è anche spazio in cui si crea un immaginario nuovo e, soprattutto nel caso dell’università, luogo di produzione culturale. A questo si aggiunge, per parte nostra, il desiderio di entrare in punta di piedi, senza fare irruzione in equilibri già consolidati, e le nostre relazioni, con le donne che hanno effettivamente compiuto questa indagine e che in questo numero compaiono come autrici, ce lo consentono.

Abbiamo scelto questi gruppi di parole:

  • Femminista
  • Autodeterminazione/scelta/autonomia
  • Politica/passione/responsabilità/cambiamento/esperienza/progetti/desiderio/comunità/gruppo/pratica
  • Sessualità/corpo/desiderio/esperienza/violenza/aborto
  • Cura
  • Generazioni/trasmissione/futuro/relazioni/conflitto
  • Potere/vissuto/narrazione/esperienza/partire da sé/posizionamento/senso

Le abbiamo affidate a delle donne che lavorano o hanno esperienze all’interno della scuola o dell’università e abbiamo lasciato a loro la scelta: prendere una parola, un gruppo di parole o incrociarne diverse, per restituirci, attraverso gli occhi e la voce dei/lle più giovani, il senso di quello che decenni di femminismo hanno raccontato. Con le loro parole.

Le parole hanno viaggiato da noi alle nostre mediatrici, fino ai/lle giovani. Poi sono ritornate a noi, scritte, riempite di corpi, di vissuti. Vecchie, nuove o rinnovate hanno in qualche modo cambiato il nostro linguaggio. È questo moto perpetuo il senso più profondo che vorremmo restituire in questo numero. Dirsi «femminista» non è più uguale a dirsi femminista (Paoletti-Castelli). Le parole del femminismo sono ancora vive se possono viaggiare e lasciarsi contaminare, cambiare i propri confini, essere permeabili al mondo (Fiorletta).

Ne risulta che prendersi il tempo per sintonizzarsi, il tempo della discussione e della lettura dei testi, lo spazio per un’elaborazione e discussione, è necessario per andare più a fondo della superficie, del senso comune, degli stereotipi, che pure persistono riformulati in un linguaggio politicamente corretto: “uomo o donna non c’è differenza” (Mariani). È nella discussione in presenza, dove tutti e tutte sono in gioco, senza essere costretti a reagire in tempi rapidi e a input continui, che si apre la scena a una libera circolazione delle parole, che si mettono alla prova d’intelligenza e di esperienza.

Le parole discusse hanno a che fare con la vita, sono nodi da fare e disfare.

Nella prima infanzia questo sembra tradursi nell’inizio della conquista dello spazio, nella richiesta di un posto nel mondo, nella legittimità di posizionarsi: “Maestra, ma l’artista può essere una femmina?” (Caporaso). Immaginarsi nel modo più ampio possibile, permettersi un’identità che non è ancora una, contrastare senza sforzi i contorni che la società impone è una possibilità che si dà oggi solo ai più piccoli. A volte.

Il femminismo offre gli strumenti per aprire uno sguardo sul mondo, che smonti un destino già scritto, un dover essere maschile/femminile che diventa una nuova, eppure tanto antica, fissazione normativa riversata sull’infanzia (Caporaso). Per questo fa paura (Pasquino), perché è educare alla libertà.

In un’Italia che parla sempre più di donne, mettendo nello stesso mucchio la questione della violenza, del femminicidio, e quelle del fattore d, quote rosa ecc., qual è il linguaggio che è passato rispetto all’elaborazione femminista? Se analizziamo il linguaggio dei mass media vediamo che una trasformazione è in corso, ma che il sessismo e il paternalismo continuano a rigenerarsi nella trasformazione, mantenendo la rappresentazione di una donna che se non è invisibile, è sovraesposta (Pone).

Piuttosto che scegliere la via della rimozione di quelle parole, care al femminismo, che a volte ci risultano respingenti, scegliamo di rimetterle in discussione, perché il linguaggio di per sé non basta se non teniamo conto dell’altra/o, se non ci poniamo in ascolto, se non ci distanziamo dall’opaco dell’ambiente culturale, se ci sottraiamo ad un lavoro di traduzione (Paoletti).

Così ci assumiamo la responsabilità di dire che la parola “femminista”, spesso soggetta a fraintendimenti, incasellata in stereotipi e raffigurazioni che ci stanno strette, per la sua ricchezza e apertura a molteplici possibilità, può essere smontata e ricostruita (Castelli-Paoletti). E proprio in questa relazione di ascolto e traduzione, ci assumiamo i ritorni scomodi di questa indagine con cui fare i conti: “gli eccessi del femminismo hanno depotenziato il femminismo” (Castelli-Paoletti); oppure “il movimento femminista tende ad avvicinare un certo tipo di persone, con definito profilo politico ed intellettuale, non si ramifica in tutti gli ambienti della società” (Fiorletta). Sono i ragazzi e le ragazze a dircelo, e noi possiamo scegliere di percorrere una via autistica di negazione o provare a rimettere in gioco il femminismo, anche quello degli eccessi, ma in dialogo con loro.

E infine anche in una vita, quella della femminista francese Thérèse Clerc, emerge l’esigenza di adattare le parole conquistate alla materialità dei corpi di donne più anziane che hanno scelto un’autonomia il più possibile aderente al loro presente (Capuani).

Togliere l’abito comodo del linguaggio, disfarlo e ricucirlo sui propri corpi è un lavoro che le giovani generazioni di femministe hanno fatto e fanno ogni volta, di nuovo, alla prova di una traduzione che forse arriverà a essere comunicabile, comprensibile e condivisibile con il mondo. Questa la sfida.

[1] LUISA MURARO, Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano, 2009, Prefazione.

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Di forza e di fatica. Appunti sulla politica delle relazioni
(in Le relazioni dell’agire politico. Tra radicalità, esperienza e conflitto, 2013)

con Viola Lomoro

Parliamo di politica delle relazioni da sempre, e lo facciamo con la convinzione e la coscienza di chi la pratica. Eppure, la semplicità e la leggerezza con cui diciamo della nostra politica lascia spesso fuori la fatica che porta con sé, che ci portiamo dietro, che viviamo sui nostri corpi. Di corpi stanchi, occhi scavati, capelli spettinati, febbri trascurate, voci rauche e tossi prepotenti ne vediamo tanti, ad ogni riunione, ad ogni assemblea, ad ogni incontro. Ci conosciamo, conosciamo i tratti del viso delle altre, percepiamo la fatica. Potremmo dire che lavoriamo o non lavoriamo troppo, che ci sbattiamo da una parte all’altra senza sosta sempre a rincorrere un tempo spezzato da tanti, troppi aggiustamenti da fare nel giro di poche ore (la mattina lavoro, il pomeriggio sono a sportello, la sera a riunione, la notte scrivo). Questo tempo non lo imbrocchiamo mai per viverci con agio, con quella postura che serve ad assaporare, gustare, metabolizzare, pensare. Lo rincorriamo, questo sì, con l’ansia di arrivare tardi, di essere sempre in ritardo, e non solo per quell’appuntamento lì, per quella riunione lì, ma per tutto quello che ci tocca in prima persona, per quello che ci tolgono, per quello che vogliamo, per quello che vogliamo condividere e (ri)conquistare.

T: E sarebbe già abbastanza per circoscrivere quella fatica di cui dicevo, a me fa fatica anche solo pensarle le mie giornate.

V: Io ultimamente mi addormento sempre a riunione: stiamo nel tragicomico.

Eppure non basta, non è questo il punto. Queste sono le condizioni, materiali e non, del tempo che viviamo. Ma c’è qualcosa, nella politica delle relazioni, che va oltre il tempo storico e le condizioni di vita. C’è di mezzo il corpo, i nostri corpi, che ci sono sempre, e devono esserci per forza in questa politica. Perché è una politica che fa pensiero in presenza, che lavora in presenza, che pratica in presenza. E il corpo, presente e pesante, si stanca. Tendiamo a nasconderlo, a dimenticarlo, a metterlo a tacere, lo trasportiamo di qua e di là sperando fino all’ultimo che tenga, che non ci abbandoni. E poi arriva anche il momento che non tiene più, un momento duro che racconta di uno scontro violento con qualcosa che non si può controllare, il momento in cui il corpo c’è e non puoi più dimenticarlo, perché è pesante, dirompente, così tanto da toglierti le gambe su cui far camminare i progetti e gli occhi con cui vedere il senso.

T. Mi chiedo: dobbiamo proprio aspettare che arrivi questo momento per fermarci ad ascoltare il corpo?

Eppure c’è di più.  E’ la presenza, tutte intere e tutte insieme, che fa più fatica. E’ il mettersi in gioco, ogni volta. E’ uscire da una relazione collettiva con addosso tutta la forza e tutto il peso delle altre. E’ uscirne con degli spostamenti, con passi avanti o indietro, che rimettono in gioco quella situazione, quel pensiero, la quotidianità, l’esistenza. E’ qui che sta il punto. Il punto di debolezza, per chi questa politica non la vive, e il punto di forza per chi in questa politica trova il senso di stare al mondo.

V. Ci ripetiamo talmente tanto spesso questa cosa che a volte risulta più performativa che altro.

Cosa vuol dire essere in poche?

Il piccolo gruppo è stata una delle forme che il femminismo ha assunto come espressione autentica di un desiderio di relazione che rischia di perdersi in un movimento più ampio. Eppure questo, in un tempo come il nostro, se da una parte ha permesso una pratica di trasformazione delle vite di ciascuna a partire dalla relazione con le altre e dalla forza che tale relazione produce, dall’altra ha accentuato la frammentazione di una politica che stenta ad uscire dai luoghi già conosciuti, già abitati, già praticati; che stenta, insieme a noi, a raccontarsi ad altre ed altri. E tutto questo amplifica una fatica già detta.

Essere in poche significa non potersi tirare indietro, non nel senso della sottrazione quanto quello di un lasciare spazio. Ognuna diventa determinante, perché ognuna sente la responsabilità del percorso e per ognuna in quel percorso tracciato vi è una parte di senso di sé. Se la politica delle relazioni è una politica che ci mette in gioco per intero, c’è qui il desiderio di lasciare il segno in quella riunione, in quel documento, in quella presa di parola, in quella manifestazione. C’è un desiderio onnipotente di esserci, con le altre, per cambiare il segno a un percorso, per cambiare il corso delle cose, per cambiare la storia. Rintracciamo una forte debolezza individuale e collettiva in questa pretestuosa volontà di esserci, sempre e comunque, ma anche un grande desiderio di non “delegare”, di non lasciare che siano altre e altri a dire e fare delle mie esperienze. Ma l’onnipotenza del desiderio è pericolosa: tiene poco conto della relazione con sé – il proprio corpo e i suoi bisogni – e della relazione con le altre: se il mio corpo e la mia mente non finiscono mai, se la mia presenza si manifesta come infinita, come colgo i confini del corpo e dei desideri della compagna che mi sta accanto nel percorso?

Eppure siamo bravissime a dare fiducia alle altre, a cedere la parola, a non cadere nei personalismi, perché la pratica della condivisione e la relazione collettiva sono quello che questa politica ci ha insegnato e che continuiamo a imparare. La relazione collettiva, tra donne, è quella forza che muove le nostre vite, le trasforma, le mette in scacco, ne mostra le contraddizioni, senza per forza metterle a tema. E’ con lo sguardo delle altre e in quello sguardo che abbiamo cominciato a vedere il mondo che cambiava, uno spostamento di paradigma, un cambio di prospettiva e di passo rispetto a quando tale relazione c’era ma non aveva il segno della politica. Questa politica ti cambia la vita. In questa contraddizione impariamo anche ad esistere.

Da una parte c’è un elemento di bellezza e di trasformazione: è un ampliamento di possibilità con il corpo, con la mente, col pensiero collettivo. Sentiamo una grande forza. Poi c’è un elemento di rischio: questa politica ti sconvolge singolarmente e sconvolge le relazioni della tua vita. In questo senso, è molto più “rivoluzionaria” rispetto alle rivoluzioni. Pensiamo un attimo a cosa accadrebbe se molte più donne facessero questa politica: salterebbero famiglie, posti di lavoro, le donne si prenderebbero quello che gli spetta. Qui sta la rivoluzione. Ma se stai dentro lo sai, e vivi il piacere – e il prezzo – di viverla questa rivoluzione circoscritta, se stai fuori non lo sai proprio.

Quali sono le parole per dirlo?

E allora accade che a tutto questo si aggiunge la fatica di spiegare la tua politica a chi ti sta intorno e di negoziare ogni giorno le trasformazioni in atto con chi ti circonda. Come raccontare, come coinvolgere, come parlare con le nostre amiche, la nostra famiglia, i nostri cari più vicini? Come dire alle persone con le quali siamo in una relazione d’amore che esiste qualcosa di indicibile che ci lega a volte più alle nostre compagne che ad ogni altra persona? Che l’erotismo è a volte solo lì?

E se non riusciamo a parlare con loro come fare con chi non conosciamo? Rintracciamo la necessità di uno sforzo più grande per non perdere l’occasione di essere dove altre donne e altri uomini già sono e già fanno. Stare nei luoghi e nei territori. Esserci negli spazi che non abbiamo scelto come nostri.

Da una parte esserci senza troppe idee già costituite sul come è giusto e meglio stare lì, starci da femministe, senza giudizi su quali siano le pratiche efficaci e quali no, dall’altra abbiamo la responsabilità di tenere alto il discorso politico, di non adagiarci sul senso comune, sul narrato da altri/e. Starci con il corpo sempre e inventarsi parole nuove che arrivino e ridicano con le nostre voci il già detto, che muovano, che non parlino al posto di qualcun’altra, ma che riescano a parlare con qualcun’altra. Ed è in questa continuità di corpo e mente, pratiche e parole che, a volte, facciamo fatica. Ma vediamo questa come la nostra strada politica possibile, perché abbiamo fatto esperienza del cambiamento ed è impossibile tornare indietro. È in questo senso che la politica delle parole senza corpo, dei “mi piace” e “non mi piace”, dell’aggregazione per interessi, dei tecnici, non ci dice niente di noi e non dice niente del mondo. O meglio, è una politica tiepida, che non colpisce in fondo nulla di ciò che è al fondo delle relazioni umane, che non modifica i rapporti di forza, che non cambia il paesaggio, che non ha uno sguardo largo.

Guadagni e perdite

Proviamo quindi a stare nel mondo, tutte intere, e ci portiamo dietro dei guadagni importanti ma subiamo anche continue perdite. Quante volte ci siamo sentite ripetere che “questa politica è inutile, non cambia le cose, non la vede nessuno”. Non è visibile agli occhi di chi non vuole vedere. Non è raccontata nel circuito mainstream, non si fa storia a colpi di votazioni, elezioni, compromessi, patti, governi di stabilità. Perché è un’altra storia, è un’altra politica. Eppure questo ordine “altro” che esiste, che facciamo esistere con i nostri corpi, merita di uscire nel mondo, sulle nostre gambe e non solo. La fatica di portarlo “fuori” è grande tanto quanto starci “dentro”. Il guadagno di una ricerca di sé, di una trasformazione delle vite è così prezioso che va condiviso, altrove, con altre e altri. E’ questa la scommessa. Portarla nei luoghi, nei quartieri, nei territori. Donarla ad altre e altri, ovunque andiamo. Sì certo, lo facciamo già. Ma è forte la tentazione di lasciar perdere a un certo punto, di mettersi in una posizione di diversità tale per cui noi per prime ci tiriamo indietro di fronte a un confronto che non riesce a diventare dialogante perché non trova le parole giuste, perché se le trova sono parole cariche e vuote di senso allo stesso tempo. Quante volte parliamo un linguaggio che non è traducibile ai più, quante volte ci troviamo di fronte a donne che ritengono il femminismo anacronistico, a uomini che non capiscono “dove sta il punto”. E’ storia vecchia, ma si traduce ancora oggi in perdita. Ora più che mai sentiamo la necessità di trovare le parole che ci diano la possibilità di metterci in relazione con altre e altri, che permettano di allargare, di fare spazio intorno. Anche per vederne i limiti e le contraddizioni, anche per percepirne, rinnovata ogni volta, la potenza. Perché – ed è faticoso dire anche questo – una politica che fa delle relazioni il proprio fondamento ma che poi in talune relazioni si cristallizza, senza più modificarsi, senza più ascoltare, senza accogliere cosa c’è di nuovo, di circolante, di forte, rischia di chiudersi in forme politiche che dell’agire non hanno più traccia.

Siamo disposte a metterci in discussione proprio sulla politica che facciamo? Proprio su quelle relazioni su cui fondiamo le nostre vite e il rapporto con il mondo? Ogni volta come se fosse la prima volta? Qui sta tutta la fatica e tutta la forza.

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Dentro/fuori le istituzioni. Intervista a Celeste Costantino
(in Gli spazi dell’agire politico. Tra radicalità, esperienza e conflitto, 2013)

Celeste Costantino, calabrese, 34 anni, laureata in filosofia con un master in mediazione culturale, deputata, si presenta così.

Faccio politica da sempre occupandomi di diritti, antimafia e tematiche di genere. Ho iniziato il mio percorso politico dentro i Giovani comunisti del Prc di Reggio Calabria e, nel 1998, sono stata eletta segretario provinciale. A vent’anni sono entrata a far parte del comitato politico nazionale di Rifondazione comunista: ero la più giovane componente dell’organismo capeggiato da Fausto Bertinotti. In quegli anni, in Calabria, sono stata consigliera alle Pari opportunità del Comune di Reggio e capostruttura all’assessorato regionale Lavoro e alle Politiche sociali. A 26 anni il partito mi chiede di trasferirmi stabilmente a Roma e per questo vengo eletta nella segreteria nazionale dei Giovani comunisti: un’esperienza che dura fino alla scelta di abbandonare Rifondazione comunista per fondare, con Nichi Vendola, il movimento “Sinistra e libertà”.

Non ho mai pensato che l’attività politica si dovesse svolgere solo dentro il perimetro dei partiti o delle istituzioni. Per questo motivo, in questi anni mi sono impegnata al fianco di movimenti e associazioni. Prima fra tutte daSud, associazione antimafie nata nel 2005, di cui  sono stata portavoce. In questi anni ho approfondito il fenomeno sociale del femminicidio, scrivendo saggi e organizzando campagne di sensibilizzazione, eventi e workshop sulla violenza maschile sulle donne. Mi sono occupata di lotta per il diritto all’abitare lavorando per un anno come operatrice sociale in uno sportello municipale di Roma grazie al movimento di lotta per la casa “Action – diritti in movimento”. Sempre insieme ad Action e a daSud ho aperto la vertenza nazionale sui migranti di Rosarno ed ho dato vita al dossier “Arance insanguinate” (2010) in cui denunciavamo lo sfruttamento dei lavoratori africani e la presenza della ‘ndrangheta nelle campagna calabresi. Ho scritto la prefazione del libro “Sdisonorate – Le mafie uccidono le donne” (2012) e sceneggiato la graphic novel “Roberta Lanzino. Ragazza” (2012), libro a fumetti su un caso di femminicidio, una storia di violenza e di ’ndrangheta. Ho fondato il collettivo “Donne daSud”, nato all’interno dell’associazione antimafie, la rete “Ragazze interrotte” di Sinistra ecologia e libertà e il laboratorio politico “Tilt” con al centro del suo impegno la lotta alla precarietà, il tema del reddito e del welfare per le giovani generazioni.

Sono componente della Presidenza nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà. Lo scorso anno il partito mi ha chiesto di trasferirmi a Genova per guidare la campagna elettorale per le primarie del candidato Marco Doria, oggi sindaco della città della Lanterna. Di rientro sono stata eletta segretaria provinciale di Sel a Palermo.

Lo scorso 23 dicembre Nichi Vendola mi ha indicata a far parte della lista alla Camera dei deputati delle elezioni politiche, sono stata eletta nella Circoscrizione Piemonte 1.

Spesso le donne rifiutano di entrare nelle istituzioni elettive perché rifiutano il sistema della rappresentanza. Cosa ti ha spinto, tu che sei una donna e una femminista, a scegliere questa politica? Che relazioni ti sostengono quotidianamente in questo percorso e cosa porti del tuo percorso di politica di movimento e di movimento delle donne nei luoghi della politica istituzionale?

Non so fino in fondo quanto sia stata una scelta. Io sono nata e cresciuta in una città di provincia, una città difficile nel profondo sud come Reggio Calabria. A 16 anni, come tante altre ragazze a quell’età, ho iniziato a scuola a comprendere il senso della parola pubblica. Ma una volta finita, il mio territorio non esprimeva movimenti o spazi sociali in cui mettersi in gioco. Così l’unico luogo in cui avevi l’opportunità di provare a dire delle cose, ed essere ascoltata, era un partito. Ne ho sempre riconosciuto tutti i limiti e con il tempo me ne sono discostata sperimentando altri percorsi. Non ho mai avuto però un atteggiamento demonizzante. Anzi, proprio attraverso l’esperienza dei movimenti femministi e non solo, mi sono resa conto che alla fine rispetto a qualsiasi tipo di rivendicazione si finiva per cercare una sponda istituzionale. Allora, piuttosto che delegare ad altri, ho pensato che fosse giusto provare a farmi carico io di quella rappresentanza. Comprendo perfettamente la diffidenza nei confronti delle istituzioni e la volontà di volerne restare fuori, ma nello stesso tempo comprendo anche la difficoltà – a volte non confessata – di riuscire a starci dentro. Sono ambienti chiusi e caratterizzati dal potere maschile. La modalità, i codici con cui bisogna confrontarsi sono lontani dalla pratica politica che ho frequentato nei movimenti delle donne: a volte è veramente una piccola violenza che ti autoinfliggi. Però ci credo, ci credo ancora. Credo alla possibilità di cambiare le cose, di riuscire – attraverso quello strumento che in questo caso è il Parlamento – a fare cose utili per me e per gli altri. Questo non è il mio lavoro, né tanto meno rappresenta per me una rendita: è un’opportunità a scadenza. Sono una privilegiata, recepisco uno stipendio al mese che, da operatrice sociale e da mediatrice culturale, non ho preso in un anno del mio lavoro. E questo è innegabile. Eppure voglio avere anche la libertà qui di raccontare la difficoltà di chi non esiste più in quanto persona ma solo come rappresentante istituzionale. Sarà senz’altro la congiuntura storica particolare, ma ognuno si sente in diritto di pensare – per la funzione che svolgo – che io debba essere a disposizione sempre. La retorica negativa, purtroppo il più delle volte fondata, sul personale politico instaura anche in me un senso di colpa che non mi permette di sottrarmi a quella richiesta. Tutto questo è profondamente ingiusto anche perché conduce all’isolamento cioè esattamente a quello che ogni rappresentante istituzionale per svolgere bene il proprio mandato dovrebbe evitare di fare. In questo senso il sostegno maggiore mi arriva dalla mia rete associativa, daSud in primis, e a cascata tutte quelle esperienze con cui ho collaborato negli anni.

La politica istituzionale non tiene conto delle vite, dei corpi, se non per disciplinarli: assume sempre più spesso, solo la forma della gestione del potere e, dunque, quanto di più lontano da una politica fondata sull’esperienza e sulle pratiche. Che significa per te fare i conti con quella politica, stare in questo Parlamento, con il tuo corpo di donna? Starci da femminista?

“La politica istituzionale non tiene conto delle vite, dei corpi, se non per disciplinarli”. La premessa a questa domanda è un’interpretazione e un giudizio che non condivido. Difficilmente avrei accettato di candidarmi se pensassi che la mia funzione non tenesse conto della carne viva delle persone. Conosco questa elaborazione teorica e conosco la verità storica e pratica che porta a tale formulazione. Non credo che sia così, ma non posso negare che lo sia stato. La mia azione politica parte da alcune consapevolezze femministe. Forse le uniche che mi permettono di affrontare questa esperienza. Alcuni indirizzi politici li ho acquisiti attraverso gli incontri e i racconti delle altre donne, ma purtroppo o per fortuna tanto mi deriva dalla mia storia personale. Ho conosciuto sulla mia pelle la violenza, la precarietà, la discriminazione e nel corso del tempo con un processo faticoso e doloroso che non è ancora finito, ho tentato di tradurlo in pubblico. Questa è banalmente la pratica femminista che porto con me in questo Parlamento. Quali sono gli effetti materiali che si producono in questo passaggio? Sono tantissimi. Non c’è proposta di legge, interrogazione parlamentare o interpellanza che non tenga conto di questo. Che vada dalla denuncia della soppressione del corso di genere all’Università della Calabria (che grazie anche a questo passaggio è stato ripristinato) all’introduzione del reato di tortura nel nostro Paese. Quest’ultimo provvedimento sarebbe stato difficile da pensare se non ci fosse stata Genova 2001 o, per esempio, la morte di Stefano Cucchi per citare lo scandalo recente anche della sentenza giudiziaria.

Una volta varcata la soglia del Parlamento, come pensi che si possa tenere aperto un conflitto vivo – e utile al cambiamento – tra l’agire politico fuori e dentro le istituzioni? Tra le nostre pratiche / relazioni e le procedure parlamentari? C’è qualcosa nelle forme della politica femminista che può diventare una pratica comune?

Sono convinta che la scomparsa della sinistra istituzionale dal Parlamento abbia avuto delle conseguenze anche sulla sinistra di movimento. La crisi della sinistra non è stata solo sulla rappresentanza: è stata anche una crisi di sinistra sociale. Gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati in alcuni casi da un minoritarismo antagonista anacronistico e fuori dal tempo, in altri casi da straordinarie esplosioni svanite nell’arco di pochi giorni, in altri casi ancora si è pensato che un certo qualunquismo e giustizialismo rappresentassero la trasformazione della sinistra sociale e di movimento. Insomma, al di là di alcuni presidi democratici che c’erano, ci sono e ci saranno sempre, la fase del farsi carico della complessità e non della singola “vertenza” o rivendicazione di categoria in questi anni è stata assente. Sia dalla politica istituzionale sia da quella di movimento.

Se guardiamo poi allo specifico del movimento delle donne – l’unico col popolo referendario ad avere una qualche visibilità ed opportunità – allora la situazione è decisamente più complicata. L’entrata nella scena pubblica di “Se non ora quando” con la manifestazione del 13 febbraio ha innescato dei percorsi molto diversi fra di loro. Che considero erronei e pericolosi sul piano dell’elaborazione politica e invece molto positivi se pensiamo alla riattivazione di un interesse di massa. Quel movimento ha obbligato – anche prendendone le distanze – a riaprire un dibattito che viveva solo in una dimensione di interesse ristretto. Questo dibattito aperto soprattutto sul tema della violenza e sul femminicidio ha determinato l’imposizione dell’agenda parlamentare. Non era assolutamente scontata la calendarizzazione immediata della ratifica della Convenzione di Istanbul e nemmeno la mozione congiunta contro il femminicidio. L’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole e il fondo nazionale per i centri antiviolenza sono il risultato di quel conflitto maturato fuori nei movimenti e dentro nelle istituzioni. E questo mi sembra sia utile al cambiamento.
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Nota editoriale
(in Gli spazi dell’agire politico. Tra radicalità, esperienza e conflitto, 2013)

con Patrizia Cacioli e Federica Castelli

Questo numero è l’esito di uno scambio in presenza, promosso nell’ultimo anno con donne di diverse generazioni e provenienti da diverse realtà territoriali e politiche. La redazione ha scelto un metodo, il partire da sé, e ha dato tempo per riflettere o per lasciar sedimentare in sé i discorsi fatti insieme.  Questi due elementi, semplici ma non frequenti, hanno interrotto positivamente i ritmi affannati della comunicazione politica, dei social media, delle troppe mail, degli appuntamenti di lavoro o per cercare lavoro. Era quello che volevamo. DWF è uno strumento di/in movimento, una leva per affermare e far circolare cosa pensano e come si muovono  le donne che hanno deciso di fare politica per sé e per quelle con cui sono in relazione. Uno spazio – pubblico – per sperimentare, per scontrarci, per elaborare, in comune.

La pratica dello scambio in presenza è una forma faticosa ma che appassiona, perché mette al centro i corpi e gli umori nell’era in cui tutto scivola in digitale, anche la politica. Ne sono derivati incontri vivi e intensi, dove le differenze, di generazione, di condizioni materiali di vita e di radici culturali hanno rimesso in circolo nodi, urgenze, incomprensioni e distanze, anche in modo generativo. Incontri, dunque, difficili da tradurre in  poche indicazioni di senso,  in una cornice unica.

Gli scritti che seguono, tuttavia, suggeriscono più di una riflessione.  Ragionando delle forme dell’agire politico femminista, emerge con chiarezza un tratto distintivo:  la capacità di mostrare le connessioni, la dinamica tra i fattori e i concetti che guidano le  pratiche. Pensiamo, in particolare, a “radicalità, esperienza, conflitto” precisamente in questa sequenza.  Gli scritti mostrano in più parti che avviare – dentro e fuori di sé – un processo di cambiamento significa attivare una dinamica tra radicalità (rispetto ad un ordine simbolico e politico),  esperienza (come spazio/tempo dell’elaborazione più che non “testimonianza” e  “narrazione”) e  conflitto (passo e strumento ineludibile della dinamica sociale),  senza mai fermarsi, o monumentalizzare, un solo elemento dei tre. Si tratta di un moto decisamente importante per noi anche per i rapporti e le relazioni che coinvolgono; una modalità  profonda, capace proprio per questo di mettere in moto il rimosso, di rischiare il non prevedibile, di mostrare che l’orizzonte da cui nascono gli spostamenti dei significati e del senso delle proprie esistenze è strutturalmente instabile.  Positivamente “instabile” come la materialità del corpo.

Del resto molte delle esperienze raccontate in questo numero mettono al centro  il corpo delle donne, il nostro e delle “altre”, tra rimozione, sovraesposizione e quotidianità.

“Siamo soggettività incarnate e non sappiamo, perchè non vogliamo, distanziare la nostra politica dai nostri corpi”. È possibile chiedersi in quali luoghi e a quali condizioni riusciamo ad essere, “tutte intere”, radicali. Per molte la piazza rappresenta ancora un luogo simbolico importante, ma è da indagare perché e come vogliamo starci (Castelli).  O forse la piazza è diventata un luogo troppo codificato e, dunque, da reinventare con modalità e attraversamenti che scardinano le pratiche tradizionali mettendo in scena i corpi al di là degli stereotipi e delle convenzioni (Le Ribellule). Tenendo conto del rischio reale di adottare un linguaggio che gioca il conflitto sui corpi delle “altre”, parlando a nome loro, a partire da uno sguardo eterodiretto (Fiorletta).

Corpi al centro, ma al confine, permeabile, tra il dentro/fuori i luoghi istituzionali.  In questa prospettiva il lavoro di riflessione su di sé, le altre, il proprio “cono d’ombra”,  è molto simile sia che si ragioni negli spazi occupati e autogestiti, in una dinamica generativa che dà vita ad istituzioni “altre”, legate al territorio, al quartiere, alle pratiche, alla cittadinanza attiva delle donne (Pistoni),  sia che si scelga caparbiamente di  portare  tutto intero il proprio corpo  nei palazzi della rappresentanza (Di Martino/Costantino).

Corpi presenti che sempre più spesso pagano il prezzo di uno sfilacciamento che si dispiega tra il tempo della sconfitta, tempo di un momento storico di tutte e tutti, e i tempi concitati e inconciliabili di vite frammentate, tra lavoro, vita e politica (Forenza). Corpi che scelgono strade diverse, come quelle della prostituzione, per sfuggire alla crisi del lavoro (Ferraro), ma anche corpi lontani, che emigrano per seguire un sogno che fuori dall’Italia ha più possibilità di realizzarsi, ma a quale prezzo? (Brilli)

Se in questo numero abbiamo indagato gli spazi dell’agire politico, tra radicalità, esperienza e conflitto, il prossimo – fatto in presenza come quello che state per leggere – lo dedicheremo alle relazioni, alle diverse forme che queste assumono nella nostra politica.

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Riaprire i consultori alla città. L’Assemblea delle donne del Pigneto a Roma
(in Saper fare nello spazio pubblico, 2012)

Claudia Bruno e Teresa Di Martino

 

I consultori pubblici sono nati in Italia nella seconda metà degli anni Settanta come risposta istituzionale a un’esigenza forte emersa all’interno di gruppi di donne che avevano deciso di incontrarsi a cadenza costante per far circolare un sapere sui corpi che fosse autogestito e non totalmente soggetto al dominio familiare o medico. Prima dell’istituzione dei consultori cosiddetti “familiari”, un’etichetta che già in partenza ne snaturava il senso per cui erano nati, la riappropriazione del sapere sulla corporeità tra donne era avvenuta attraverso le parole ma anche tramite pratiche di confronto diretto come il self-help, giunto in Italia dalla cultura femminista d’oltreoceano, grazie a testi come Noi e il nostro corpo, a cura del Boston Women’s Health Book Collective, e più tardi A new View of a Woman’s Body, della Federation of Feminist Women’s Health Centers U.S.A., manuali di “medicina pratica” scritti dalle donne per le donne. Nel libro La coscienza nel corpo Luciana Percovich racconta dettagliatamente e raccoglie i documenti che fotografano il modo in cui prese forma in quegli anni, e successivamente si disperse, il movimento per la salute delle donne in Italia, la cui genesi è strettamente legata a quella dei consultori.

Ecco, molte di noi nate negli anni Ottanta la storia dei consultori l’hanno conosciuta così, sulla carta, dopo aver incrociato questi luoghi di corsa e da sole ai margini di qualche “incidente di percorso” e averli trovati assai trasformati. Più di una volta ci siamo chieste come potesse essere avvenuto il passaggio[1]: da spazi di partecipazione e trasmissione di saperi e pratiche che vedevano al centro le donne e la loro autodeterminazione, i consultori sono diventati parte integrante dell’istituzione medica e della sua cultura gerarchica e neutra, marginalizzati all’interno di questa in qualità di ambulatori a cui ricorrere solo in caso di “emergenze” – come ci hanno confermato le attiviste dell’Assemblea delle Donne Roma Nord (DWF, n.1 2011, pp. 41-49) – e in un certo senso stravolti da una cultura che mette al centro la famiglia e il diritto alla vita, soprattutto quando si parla di riproduzione.

Stavolta abbiamo deciso di formulare la domanda in modo differente. Ci siamo chieste se esistono esperienze che funzionano, se nel 2012 ci sono donne che lottano quotidianamente per portare una differenza in questi luoghi, donne che sanno trovare insieme strategie per resistere a tagli e politiche di austerity e di smantellamento del pubblico. Nell’epoca dei “beni comuni”, espressione inflazionata da una certa politica del potere, messa in pratica e problematizzata dalla politica della partecipazione e della condivisione, ci siamo chieste che ne è del comune in quegli spazi dipendenti dai finanziamenti statali e dalla spesa pubblica. Come i consultori, dove sono le donne a dover portare avanti l’esperienza alla base di quel saper fare (comune) che era all’origine dell’idea stessa che li ha visti nascere.

Pratiche di prossimità, politiche di quartiere

Ne abbiamo parlato con Alessandra Conte e Gina Fabrizi, che insieme ad altre hanno ricostituito l’Assemblea delle donne del Consultorio di piazza dei Condottieri del quartiere Pigneto, a Roma, situato nei locali dell’ex ONMI[2], insegna che scorgiamo da lontano in un buio pomeriggio di dicembre. Davanti alla porta c’è Gina ad accoglierci sorridente, ci fa strada fino a condurci alla sala pre-parto, dove troviamo una decina di donne, sui trent’anni, che fanno riunione sedute in circolo, alcune in piedi con un bambino in braccio. Tra queste c’è Alessandra, che lascia sua figlia a una compagna e si ferma a parlare con noi.

Come gruppo di donne che poi ha ricostituito l’Assemblea del Consultorio di piazza dei Condottieri in realtà abbiamo cominciato a incontrarci dentro un centro sociale (CSOA ex SNIA del Pigneto, centro sociale occupato autogestito dal 1995, ndr). Ci eravamo trovate insieme nel momento in cui c’era l’attacco di Storace ai consultori e tutto il  referendum sulla procreazione assistita (2005, ndr). Ci eravamo conosciute e frequentate in ambienti misti, quindi non avevamo avuto modo di fare ancora un ragionamento come collettivo di compagne. E un po’ sulla rabbia dell’attacco alla 194 e ai consultori,  un po’ poi indagando il territorio attraverso un volantino che avevamo pensato per tutta la campagna sulla procreazione assistita, ci eravamo rese conto che all’interno del quartiere c’era una totale ignoranza, non tanto della presenza del consultorio, molto frequentato, ma delle possibilità che il consultorio poteva effettivamente offrire. Come se l’ambiente ‘donna’ fosse talmente tanto ‘segreto’ che poi fuori non può emergere la ricchezza che qui dentro si viene a consumare silenziosamente e al buio. Questa l’impressione che avevamo avuto.

Alessandra, Gina, e le altre partono da uno spazio occupato e autogestito di politica mista e arrivano in uno spazio pubblico, il consultorio del quartiere. È un passaggio politico forte, che esce dallo schema dicotomico autogestione/istituzione, e punta a mettere in pratica in uno spazio pubblico l’esperienza di ri-apertura e restituzione alla città che caratterizza gli spazi occupati e autogestiti. La loro scommessa si è giocata su questo terreno: riaprire il consultorio alle donne, restituirlo al quartiere, ridefinirne il significato, e insieme difenderlo dai continui attacchi di una politica, soprattutto istituzionale, che tenta continuamente di denaturalizzarlo e demonizzarlo. L’hanno fatto con pratiche e linguaggi che parlassero a donne e uomini, hanno reso visibile e pubblico uno spazio sessuato che negli anni si è tentato troppo spesso di neutralizzare, nel senso di rendere neutro. Hanno portato il consultorio pubblico per le strade, nominando una cultura diversa, che si allontanasse dalla credenza diffusa che i consultori siano “abortifici”, e dalla vocazione familistica che di fatto caratterizza la definizione di questi luoghi in un paese come il nostro, assai soggetto alle influenze di stampo cattolico. Con incontri in piazza, al mercato, sulle isole pedonali, con sedie e megafoni, queste donne hanno chiamato ginecologhe e operatrici a parlare di pillole, anticoncezionali, prevenzione, e di tutte le attività che un consultorio per definizione potrebbe offrire. Inoltre, proprio nei mesi in cui veniva diffusa l’inchiesta sui consultori firmata Storace, fecero girare una contro-inchiesta sui consultori, su tutto il territorio. “Questo ci permise di parlare e venire a contatto con molta gente, fu un vero e proprio lavoro di strada”, ci racconta Alessandra. Da qui, l’esigenza di rientrare nel consultorio come Assemblea delle donne, un organo previsto a livello di statuto, non tanto per sostituirsi al servizio, ma per monitorarlo, garantirlo e indirizzarlo verso una “riapertura sul territorio”.

La legge di apertura dei consultori prevedeva moltissime attività che il consultorio non riesce a fare – ad esempio la partecipazione del consultorio nei consigli di fabbrica oltre che nelle scuole – poi lo smantellamento di un sistema che era legato agli anni Settanta-Ottanta ha favorito una chiusura di questi luoghi su se stessi. Noi abbiamo voluto, dall’interno, promuovere tutta una serie di attività che oltre all’Assemblea delle donne del consultorio favorissero l’aggregazione e quindi la comunicazione di concetti. Abbiamo organizzato presentazioni di libri, dibattiti, giornate con le erboriste per parlare di alimentazione, incontri che hanno permesso di aggregare anche al di là della prevenzione, dell’aspetto consultatoriale o di quello esplicitamente preventivo e medico. Volevamo che si togliesse questo legame del consultorio con un istituto sanitario, lo stesso accorpamento che poi ha devastato i consultori del Nord e sta per devastare i nostri, e concentrarci invece sull’incontro e sulla ricostruzione di relazioni.

Ricostruzione delle relazioni e di un tessuto sociale e culturale a partire dagli spazi pubblici e da una politica del comune che proprio in questi spazi, sottoposti ai regimi economici e produttivi delle istituzioni, fatica a resistere.

Mediazione simbolica e culturale, il conflitto è già relazione

Quando abbiamo deciso di ricostituire l’Assemblea delle donne del consultorio il primo atteggiamento delle operatrici stesse è stato di diffidenza totale. Non siamo state accolte bene e inserirsi in questo posto – anche se ti spetta di diritto – è stato complicatissimo. Abbiamo fatto per un anno riunioni a porte chiuse con le operatrici del consultorio per farci conoscere, e lì si è aperto un altro mondo. Infatti non è detto che le operatrici che lavorano dentro un consultorio sappiano qual è lo spirito che ha dato vita al consultorio stesso, quindi ci hanno osteggiato per lungo tempo nonostante il nostro intento non fosse certo quello di sostituirsi a loro o di calpestare il loro lavoro, bensì quello di promuovere un certo tipo di cultura sulla sessualità, intensificare un certo tipo di relazioni nel consultorio e veicolare un certo tipo di  messaggio. Abbiamo sudato l’anima. Parlavamo lingue diverse nonostante fossimo tutte donne: più o meno familistiche, più o meno cattoliche da una parte, molto meno familistiche – anzi per niente – molto meno cattoliche – anzi per niente – dall’altra. Alla fine ci hanno concesso la stanza pre-parto, dove riunirci una volta al mese, ma solo in orario di apertura, con tutti i problemi di spazio e di tempo e di ricomposizione delle vite di ognuna di noi che ne conseguono.

Un conflitto sintomatico delle trasformazioni che hanno interessato dagli anni Settanta ad oggi il consultorio, trasformandolo da spazio dell’autodeterminazione femminile e terreno di conquista del diritto alla salute delle donne, a struttura sanitaria/ambulatoriale come molte altre (e quindi soggetta allo smantellamento del pubblico) da cui sono sparite le assemblee delle donne, le operatrici consapevoli, le ginecologhe attente. Non si fa più la visita utilizzando lo specchio. Troppo spesso si propone la pillola anticoncezionale per regolare qualsiasi disturbo ormonale, anche l’acne. Non si combatte a prescindere l’obiezione di coscienza.

Non è stato scontato avere lo spazio, non è stato scontato essere accettate, che la nostra attività fosse utilizzata come potenziamento e valore aggiunto della struttura pubblica. Ci abbiamo messo sette anni ad avere un armadietto per il nostro materiale, è un armadietto mobile che ci portiamo dietro con un catenaccio. Nonostante questo sia un luogo pubblico, non favorisce la presenza di un’assemblea di donne, niente è scontato…

Niente è scontato quando parliamo di sessualità femminile, lo abbiamo vissuto sui nostri corpi e denunciato in questi anni: orfano del portato simbolico e politico che lo ha generato, il consultorio diventa struttura a cui ricorrere per emergenza (pillola del giorno dopo, aborto), e frequentata principalmente dalle immigrate che non possono permettersi cure private. Le donne dell’Assemblea del Pigneto sono ripartite da qui.

In questo consultorio c’è una fortissima utenza di donne immigrate, e tra loro più del 50% sono bengalesi. Non esistono mediatori culturali, nonostante la mediazione culturale, pur sembrando uno sperpero di denaro, sarebbe un grande risparmio, perché una donna che non ti capisce la prima volta torna una seconda, una terza, e c’è un dispendio di tempo, poi magari va a fare tac, analisi, ecografie, e c’è un dispendio di soldi pubblici e privati che potrebbero essere risparmiati. Inoltre è successo che alcune si sono trovate a fare interruzioni di gravidanza senza saperlo, proprio per questa mancata comprensione, e in più la cosa peggiore è che la mediazione culturale la fanno gli uomini (i mariti che imparano l’italiano andando al lavoro) snaturando totalmente il senso. Noi abbiamo iniziato un corso di italiano per donne straniere e per lungo tempo erano più le insegnanti che le allieve, ora fortunatamente ci sono tante insegnanti e troppe allieve. Attraverso i corsi di lingua abbiamo conosciuto tante donne italiane che si sono messe in gioco per insegnare e quindi hanno allargato la nostra assemblea, e molte immigrate alle quali insegniamo la lingua per poter interagire direttamente con i medici e gli insegnanti dei figli, affinché si rendano autonome. Inoltre abbiamo fatto incontri con le operatrici dei consultori e i medici sui temi della salute e della prevenzione con mediazione e traduzione in modo che molte informazioni arrivassero direttamente. Questo facilita molto il lavoro del consultorio e amplifica le relazioni.

Responsabilità del presidiare, qualcosa si muove

Informazione, mappatura del territorio, giornate assembleari, resistenza, ascolto. Sono queste le pratiche messe in atto dalle donne dell’Assemblea, in una quotidiana politica di quartiere che parte dai luoghi e dalle relazioni, si apre alla città, fa rete, muovendosi in un terreno di confine, mobile, che coniuga la necessità del presidiare i diritti acquisiti e gli spazi che di quei diritti sono la casa, al desiderio politico di apertura, condivisione, restituzione.

L’attacco è molteplice. Gli spazi vengono spesso chiusi anche con scuse legate agli edifici, così come fanno gli sfratti di emergenza: lo stabile non è agibile, devi uscire per forza, e ti accorpano a una struttura sanitaria snaturandoti su tutti i livelli. Il consultorio non ha niente a che vedere con una struttura sanitaria anche se prevede un ginecologo e un’ostetrica: qui l’attività è perlopiù di prevenzione e, si sa, la prevenzione non porta soldi al paese. Il nostro sforzo è stato quello di adeguarci al momento storico e dire: così come le scuole, i consultori attualmente non sono difendibili, però non possiamo perderli e in questo momento il rischio di chiusura dei singoli consultori nei singoli quartieri (ricordiamo che la legge prevede la presenza di un consultorio ogni 20mila abitanti, raramente rispettata, ndr) è più grave e li difendiamo con un monitoraggio sul funzionamento: ad esempio, con una scrupolosa attenzione contro l’obiezione di coscienza. Dal ’75 ad oggi le cose sono cambiate molto e in questo c’è una responsabilità di tutti. Nessuno avrebbe dovuto consentire la demonizzazione della sanità, della scuola, di tutto il pubblico, e tutti avrebbero dovuto continuare a presidiare una volta conquistati i diritti. La conquista va accompagnata e sorvegliata. Noi lo abbiamo fatto rimettendo su l’Assemblea delle donne qui al Pigneto, ma ne stanno rinascendo altre in giro per Roma.

La rivendicazione di diritti dati per assodati troppo a lungo diventa un vestito stretto,  ma qualcosa si muove e forse, tutto sommato, è un buon momento, riconoscono le stesse attiviste che abbiamo intervistato. Tessere relazioni, riprendersi il territorio, i corpi, il controllo e i saperi sulla salute, confrontarsi, parlare con chi abita nello stesso quartiere, spezzare il meccanismo della delega che tanto ci allontana dal desiderio di autodeterminazione. Quest’ultima non è mai un percorso concluso, per autodeterminarsi oggi è ancora più che mai necessario restare vigili, tenere gli occhi ben aperti, avere a che fare con i luoghi, occupare lo spazio con i propri corpi, custodire senza lasciare la presa.

Riferimenti bibliografici

DWF (2011), Questo sesso che non è il sesso, n. 1-2, Roma

Federation of Feminist Women’s Health Centers U.S.A. (1981), A new View of a Woman’s Body, New York: Simon & Schuster

Iaph Italia – Atelier I saperi del corpo (www.iaphitalia.org)

Percovich, Laura (2005), La coscienza nel corpo, Milano: Franco Angeli
The Boston Women’s Health Book Collective (1983), Noi e il nostro corpo, Milano: Feltrinelli


[1] Bruno C., Lamboglia A., Verso un’altra cultura dei corpi. Contributo al XV Congresso Udi, Ottobre 2011, testo disponibile online sul sito di Iaph Italia www.iaphitalia.org

[2] L’Opera Nazionale Maternità e Infanzia è stato un ente assistenziale italiano fondato nel 1925 allo scopo di proteggere e tutelare madri e bambini in difficoltà. Sciolta nel 1975

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Nota editoriale
(in Saper fare nello spazio pubblico, 2012)

con Roberta Paoletti

Un passo indietro, c’è qualcosa da riscoprire.
Lo diciamo così, quasi d’istinto, ma senza nascondere che su questo s’è a lungo meditato o che un lungo percorso ci ha condotte a queste considerazioni.

Nei primi due numeri del 2012 abbiamo dato spazio e voce ad alcune esperienze di “saper fare comune” sparse per tutt’Italia. Ne sono emerse le pratiche di cui queste esperienze sono nutrite; pratiche che si reggono sulle esistenze, sulla condivisione, sui corpi. Questa riscoperta delle esperienze politiche dal basso, in modo così diffuso e potente, porta con sé una enorme critica al modello istituzionale dato, neutro, universale e statico che non riesce da lungo tempo, e chissà per quanto ancora, a rispondere alla richiesta di essere all’altezza delle trasformazioni delle vite.
Tempi lunghi, dunque, perché la critica al modello istituzionale dominante è profondamente legata alla critica ai tipi tradizionali di femminilità, su cui ancora in questo numero interveniamo (vedi in ‘Poliedra’ i pezzi di Leonetta Bentivoglio su Pina Bausch e di Coral Herrera Gòmez, il Manifesto degli amori queer).

Il discorso dominante parla di una politica che si misura solo sulla moneta. Misure altre, come fiducia e responsabilità, sono state dimenticate, e quelle nate dall’esperienza e dai movimenti, come beni comuni o restituzione, sono state assunte dal discorso politico svuotandole del loro significato. È questo lacerante silenzio sulle vite, o questo parlare a sproposito dei governi della crisi, che aumenta la distanza da questo modello e da questa politica. Se da un lato il ritorno a una partecipazione politica dal basso restituisce lucidità nel mettere a fuoco i limiti del modello istituzionale e la sua degenerazione, dall’altro le istituzioni stesse – parte integrante di un sistema che fatica a reggere – possono garantire la durata lunga di diritti, e quindi servizi, che non siamo disposte a perdere. Se negli ultimi decenni abbiamo visto rompersi più di un patto tra Stato e cittadine/i (da quello sulla promessa della piena occupazione a quello sulla salvaguardia dalla privatizzazione di alcuni beni che si pensava fossero inalienabili, come l’istruzione e l’acqua), il sistema – nonostante i tagli e le umiliazioni – non riesce ancora a espellere definitivamente o con leggerezza ciò ne mantiene viva l’utilità sociale, i servizi pubblici.

Ma in questo filo teso così logoro tra Stato e cittadinanza, per tentare di rassettare alcune trame, c’è bisogno di capire da quali servizi pubblici ripartire e cosa di questi si può mettere al centro di una “politica di recupero”, che non si trasformi soltanto, come troppo spesso è accaduto in questi anni, nella sola resistenza ai tagli o in battaglie di retroguardia, ma che punti a ripartire da ciò che funziona e ci piace. Tra queste esperienze ne abbiamo interrogate alcune, quelle che mantengono per loro natura un legame con i territori in cui sono collocate, e che costituiscono e costruiscono ancora e nuovamente lo spazio pubblico in cui si crea scambio, confronto e crescita tra culture differenti. Sono esperienze di servizi pubblici che agiscono e restituiscono alla città il senso del loro esistere: luoghi che aprono orizzonti e in cui la contaminazione e la condivisione delle esperienze è già cittadinanza.

Ripartiamo dalle pratiche di quelle donne che abitano e lavorano in strutture pubbliche – come i consultori – per restituirli alle donne (Bruno, Di Martino); dalle esperienze di chi sfugge alle regole neutre dei tagli di bilancio e della retorica dell’efficienza, che si dimenticano dei corpi, delle terre e delle vite (Veltri, Petrungaro); dai saperi di chi porta con sé una competenza e un bagaglio simbolico femminista nel proprio lavoro e ruolo istituzionale (Storti); dai luoghi in cui si incontrano le differenze, in cui si fa sapere in modi imprevedibili e in cui si costruisce la cittadinanza (Paoletti, Mercandino).
Ma soprattutto ripartiamo dalle donne che gestiscono strutture pubbliche, che le custodiscono e che se ne prendono cura. Non un semplice servizio, ma una irriducibile differenza messa a disposizione della cittadinanza attraverso i servizi, perché l’amministrare – a dispetto di quello che passa ormai nel discorso dominante – non ha a che fare soltanto con il denaro e con indici numerici, ma anche e soprattutto con le relazioni e con la fatica di corpi che ogni giorno fanno vivere in modo sempre rinnovato questi luoghi.

Un passo indietro. Riscopriamo gli spazi di libertà.

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Vivere comune negli anni Settanta. L’ascolto politico delle donne di oggi
(in Saper fare comune 2, 2012)

Teresa Di Martino e Angela Lamboglia

Un cancello che si apriva su un’aia e che poteva rimaner chiuso per settimane, perché varcata quella  soglia si spalancava una vita scelta, una quotidianità piena, un qui e ora sottratto all’ordine precostituito. E’ questa l’immagine, simbolica e reale, di un casolare fuori Roma che negli anni Settanta ha dato casa al vivere comune come pratica concreta, ricca di piacere e carica di desiderio.

E’ il racconto di un’altra donna, una che quegli anni li ha attraversati, a riempire con la concretezza di un’esperienza una dimensione altrimenti per noi mitica. Le sue parole a volte confermano, a volte smentiscono il nostro immaginario, fatto più di letture, pellicole cinematografiche e vecchie foto che di parola viva.

Il racconto di un luogo per cui alcune donne hanno investito tempo, denaro ed energie, diventato spazio di condivisione e di passaggio anche per altri. Donne che rompevano con il passato, con i ruoli sociali, con le famiglie, con la politica delle ideologie e della violenza: si viveva di quel che si coltivava, si lavorava ininterrottamente, condividendo spazio, cibo, vestiti, denaro.

Era una comune di quelle passate alla storia recente? Forse no, era una casa di campagna in cui la pratica del vivere comune si nutriva di piacere, desiderio, divertimento, ma senza essere messa a tema. Il fotogramma di un momento in cui il fare insieme era espressione di libertà da un ordine che si voleva decostruire e insieme primo passo per farlo scivolare davvero nel passato. Per consegnare a noi, venute dopo, l’agio di decidere delle nostre vite. Noi che una dimensione comune la cerchiamo e, a volte, la tiriamo su con fatica, in un contesto diverso rispetto a quarant’anni fa, che promette meno e per certi versi toglie di più.

Dalla vita familiare alla vita collettiva

L’esplodere di una dimensione collettiva prima preclusa è, nel racconto, la scoperta che mette in moto il desiderio di altro.

La prima cosa sconvolgente del Sessantotto è stata lo stare insieme, passare molto tempo insieme, stare tra pari. La dimensione collettiva, la scuola, il teatro, mi hanno fatto scoprire il piacere di un’altra dimensione sociale fuori da quella familiare. Per la nostra generazione la dimensione collettiva è nata con la politica, tutti facevano politica.

La dirompenza del passaggio da una vita molto solitaria – in cui le relazioni tra pari erano ristrette quasi esclusivamente all’ambito delle reti parentali e quelle con le altre donne comprese nel circuito del domestico – all’essere sempre insieme, nelle assemblee, nelle manifestazioni, nelle occupazioni, ci sembra il primo elemento di distanza tra le donne che hanno attraversato gli anni Sessanta e Settanta e noi, nate negli anni Ottanta.

Se quelle donne erano state educate alla vita solitaria dalle famiglie e hanno scoperto la dimensione collettiva in una fase di politica di massa, noi siamo cresciute con molte opportunità di vita sociale e di confronto tra pari, ma nel vuoto della politica. La possibilità di frequentare  le compagne di classe fuori dal tempo scolastico, le amiche nei contesti di sport, la libertà di uscire con gruppi di amici componevano quella dimensione sociale – ma non politicizzata – che ha caratterizzato gran parte della nostra adolescenza e giovinezza.

Eppure queste opportunità di vicinanza non si sono tradotte, nella maggior parte dei casi, in condivisione e in un fare insieme, non ci hanno sottratte a una dimensione individualistica. Stare con altre e altri in contesti – prima la scuola, poi l’università – deboli politicamente, nel pieno affermarsi delle retoriche del merito e del farsi da sé, alle prese con i messaggi di mezzi di comunicazione omologanti, non si è tradotto in una capacità di ribellione, o quanto meno di sottrazione, circolante. Per lo più, la rivolta ciascuna l’ha gestita a proprio modo, questa sì in solitudine, e la necessità di una dimensione collettiva entro cui agire una progettualità politica si è resa evidente solo dopo, una volta entrate nel mondo del lavoro. Qui abbiamo incontrato quella richiesta di conformità a un modello, che le donne venute prima sperimentavano in famiglia, rispetto ai ruoli di moglie e madre, e abbiamo scoperto la mancanza e il bisogno di una rete di sostegno e di un progetto comune.

Libertà di tutte, libertà per ciascuna

Nel racconto, la spinta a ridiscutere i rapporti di potere, a partire da quelli nella propria casa, e verso nuovi posizionamenti sembra venire proprio dall’accesso a questa dimensione collettiva diffusa, che mentre tiene insieme attorno a visioni e obiettivi politici apre anche spazio per progettare la propria vita secondo il proprio desiderio, autorizza una serie di rotture, che sono insieme possibilità singolari di non rispettare il percorso già tracciato e scollamenti collettivi dai ruoli e dalle richieste della società.

La prima di queste rotture è quella rispetto alle famiglie di origine:

Tutto ciò che era esterno all’ambito della famiglia era sempre oggetto di grandi valutazioni morali, di indicazioni sui comportamenti, non c’era un riconoscimento, non c’era ascolto. C’era una netta divisione tra il mondo dei giovani e quello degli adulti, c’era una forte differenza tra le figlie e le madri. Il percorso tracciato dal messaggio familiare era ben preciso: l’università, un lavoro sicuro, un marito, i figli, mentre la vita collettiva ci aveva permesso di introiettare un’idea diversa, di comunità, che ci piaceva. D’altra parte, eravamo figlie del boom economico e delle prime madri emancipate, la loro assenza in casa ci lasciava più spazio, ci permetteva di non essere controllate.

Poi, la rottura con i maschi.

Ho abbandonato la politica mista nel ’76, in coincidenza delle spaccature che si erano create all’interno del Partito di Unità Proletaria[1]. Ho capito che quel tipo di politica portava con sé una dimensione astratta che non mi apparteneva, che lasciava fuori i corpi e le vite.  Potevo accettare l’astrazione massima da chi si metteva in gioco con il corpo e con la pratica, ma lì non c’erano corpi, non vedevo vite. Nel ’76 a Roma c’era Rivolta femminile[2], c’era Pompeo Magno[3].  Ho cominciato a frequentare le donne, ora sì, come una dimensione scelta: ho lasciato il partito, ho lasciato il fidanzato, ho dato un taglio netto.

Rottura che, nel racconto, fa il paio non solo con la scelta del separatismo, ma anche con la possibilità di pratiche che mettessero al centro corpi e relazioni. E qui, se la politica di massa ha liberato il campo, ad orientare nelle scelte è stato l’incontro e la relazione con altre donne.

In quegli anni ho incontrato una donna, molto lucida e consapevole, che ha fatto un grande esercizio fin da giovane del proprio desiderio e con grande chiarezza ha scelto dei percorsi precisi per raggiungere obiettivi precisi. Una donna che sapeva cosa voleva, come voleva vivere, che tipo di rapporto voleva avere con gli uomini per me era sintomo di solidità. Fu solidissima nella scelta di cercare un posto in campagna, un casale, andarci a vivere e creare una condizione più collettiva possibile.

Vivere comune negli anni Settanta

Il casolare era fuori Roma e, per quanto la sua organizzazione ruotasse attorno a tre donne, era un luogo misto, per tanti solo di passaggio.

Avevo 24 anni e questo luogo mi ha attratto molto: per la prima volta vivevo una vita che io sceglievo, basata sul mio piacere e il mio desiderio, ed ero parte di un progetto.

Un progetto che prevedeva, per ciascuno, la possibilità di acquisire dei titoli di usufrutto di questo spazio, o con dei soldi se ce n’erano, o con il lavoro manuale. Si lavorava molto.

Scaricavo i sassi con la carriola, zappavo la terra, ristrutturavo muri. Ognuno contribuiva facendo qualcosa. Lì ho imparato a cucinare, facevamo tutti insieme gli gnocchi, le marmellate, si lavorava come matti dalla mattina alla sera, era una vita fisicamente faticosa, però anche estremamente piacevole.  Non c’era la dimensione del tempo che passava: non si viveva l’ansia del perdere tempo, perdere occasioni se ti prendevi due anni per te. C’era un po’ il tempo onnipotente del Narciso, le scelte che facevo non erano mai legate al tempo, mi piaceva quel tipo di vita, vivere in un modo completamente diverso dal passato, ascoltare musica meravigliosa.

Condivisione assoluta, del tempo, delle energie, delle forze, del denaro, degli spazi, dei vestiti, dei saponi, delle esperienze, dei corpi, ma senza metterla a tema: nel casolare, in quegli anni, non c’era ideologizzazione di una comune, di fatto si viveva insieme, con persone che venivano, si fermavano per un periodo e poi andavano.

Non c’è mai stata la teorizzazione del comune quando di fatto avevamo e facevamo tutto in comune. Per noi era una scelta guidata dal piacere e dal desiderio.

Le donne, ieri

Nel racconto, la politica femminista è, soprattutto a partire dal ’77, sì prorompente, ma anche, per molte donne, l’occasione per fare politica tenendo fuori la violenza.

Gli anni di piombo sono stati micidiali: la violenza diffusa, poi il sequestro e l’uccisione di Moro, gente gambizzata, polizia col fiato sul collo, gran parte degli amici che non vedevi più. Non era una situazione semplice da gestire.

Nel femminismo molte hanno trovato la loro giusta dimensione, il loro modo di fare politica. E questo era evidente anche in forme di convivenza mista.

L’anima di questo vivere comune erano le donne, pur essendo una situazione mista, era fortemente segnata dalla presenza femminile. La rete delle donne era molto più forte, le relazioni erano rinvigorite dal femminismo. Però questo vivere insieme non avevamo la pretesa di definirlo un progetto politico, anche perché la commistione tra vita politica e vita quotidiana era totale. Praticavamo l’eccesso, ma con una forte rete di sostegno che ce lo permetteva.

Assenza di un progetto politico, narcisismo, ricerca del piacere e dell’eccesso. Eppure, quando a praticarlo era una donna, ognuno di quei gesti diventava insieme una rottura che scombinava l’ordine patriarcale per tutte.

Il punto di rottura poteva essere dichiararsi lesbica, rifiutare i ruoli, lasciare i mariti con i bambini piccoli, portare i propri figli alle riunioni invece che in palestra, essere laureate e mollare un posto fisso per aprire, che so, un’erboristeria, frequentare donne lesbiche non essendolo.

E poi c’era l’autocoscienza, liberatoria, ma anche faticosa.

Il grande passaggio è stato scoprire che la dimensione del desiderio era una dimensione manipolata e che dare parola al proprio desiderio profondo portava da un’altra parte rispetto a dove credevamo di voler essere. Il femminismo ci ha dato la forza di resistere e ci ha fatto intravedere la possibilità di scoprire di più di noi. E questa vita collettiva ci ha dato la forza di fare cose che se fossimo state da sole non avremmo mai fatto.

Le donne, oggi

L’incontro e la relazione con una donna che apre spazi di libertà per le altre. Luoghi misti in cui circola autorità femminile. Sono parole che in noi risuonano e insieme suscitano interrogativi.

Per noi l’incontro con la politica delle donne non è stato scontato. Se nel ’77 la politica del femminismo era predominante, per noi, maggiorenni nel nuovo millennio, era assente, e comunque non potevi certo incrociarla per strada. Tra incontri fortunati e ricerca attiva di spazi e di donne autorevoli, il filo ha tenuto. Abbiamo incontrato il femminismo negli stessi anni in cui tanto si è messo in moto, nelle università e nelle diverse lotte che stanno ridisegnando i contorni della politica. Torna anche il vivere comune, ma con contenuti e pratiche diverse.

E’ il comune che si costruisce nella resistenza a un attacco mirato e diretto alle condizioni stesse affinché ci possa essere ancora comune. Un comune che fa da scudo ai tagli, alle privatizzazioni e alle speculazioni, alla socializzazione del debito, alla distruzione dei diritti, alla cancellazione degli spazi che in tutti questi anni alla retorica dell’individualismo hanno resistito.

La resistenza si dà però anche come invenzione, la difesa dei luoghi è anche il tentativo di riappropriarsi dello spazio per riprendere parola e ridiscutere valori e misure. Il valore da dare al lavoro, al tempo, al denaro, al pubblico, alla rappresentanza….

Non è più un movimento politico di massa a dare strumenti e sostegno, a rendere possibili progetti e aprire spazi di libertà; è il desiderio che ci sia condivisione, desiderio che nasce dai corpi, dalle esperienze e dalle condizioni di vita, a creare connessioni e un movimento diffuso.

In alcuni di questi luoghi non solo c’è una prevalenza di uomini, ma anche una predominanza del maschile, quella dimensione astratta che lasciava fuori corpi e vite e che permane con meccanismi sterili e linguaggi codificati ai quali le donne si sottraggono. Ma in molti altri la presenza delle donne imprime un segno e c’è riconoscimento dell’autorevolezza femminile. Qui rintracciamo quella forza che viene dalle rotture del passato, da una genealogia del dis-ordine, ma anche dalle relazioni e dalla costruzione di una dimensione politica comune che noi abbiamo voluto e cercato.

E’ da qui che vogliamo partire: salvaguardare la libertà ereditata dal femminismo e allo stesso tempo nutrire le vite, i luoghi, i tempi, le pratiche, le dimensioni politiche che viviamo, insieme ad altri e altre, per vedere – e non di nascosto – l’effetto che fa.


[1] PdUP, nato nel 1974 dall’incontro tra il gruppo de Il Manifesto e l’ex Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria

[2] Gruppo femminista separatista romano degli anni Settanta di cui faceva parte anche Carla Lonzi

[3] Movimento femminista romano degli anni Settanta

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Nota editoriale
(in Saper fare comune 2, 2012)

Nel numero Saper fare comune abbiamo detto che tra le forme politiche dei beni comuni e la politica del femminismo esistono forti consonanze e, di più, che nei contesti del vivere comune – contesti misti – circola autorevolezza femminile, un fatto che richiede pensiero e messa in parole. E’ questo che abbiamo cercato di fare in questo numero, Saper fare comune 2. Proseguiamo il discorso che parte dai beni comuni – ma che non ne ricerca una definizione stringente, compito che lasciamo a chi vuole giocare il comune come astrazione – e arriva alle pratiche del vivere comune che creano sapere. Un sapere che parte dai corpi, che a volte cedono alla crisi sul desiderio di vita come dimostrano i numerosi suicidi degli ultimi tempi, che abitano uno spazio, uno su tutti lo spazio urbano, che diventa “città bene comune” quando si apre il conflitto su un desiderio di cittadinanza altra. Sono le donne, per genealogia, ad abitare con agio i vuoti lasciati dalla crisi di una cittadinanza cucita addosso al maschio, lavoratore a tempo pieno, cittadino di diritto di uno stato sociale in via di sgretolamento.

E’ in questi vuoti che nasce, oggi per tutte e tutti, quel conflitto di civiltà che si gioca sul terreno dei beni comuni: dalle lotte studentesche al No Tav, dal Teatro Valle ai referendum sull’acqua pubblica fino al movimento Occupy, vediamo e viviamo la messa al centro delle pratiche, linfa della politica femminista, che non si fermano alla resistenza e alla rivendicazione dei diritti, ma generano e inventano altre condizioni di vita (mutualismo). Sono pratiche che interrogano anche le parole per dirlo (esperienza di scrittura dello Statuto Teatro Valle Bene Comune) e che mettono in circolo – in un’idea di condivisione che si contrappone al pensiero unico – i saperi.

E’ qui che la politica si fa esistenza viva e apre nuovi spazi di libertà. Lo sappiamo dalle esperienze delle giovani donne che hanno mosso i loro primi “politici” passi nel femminismo e contemporaneamente nella politica mista “dal basso”, scontrandosi con la questione dell’autorevolezza, riconosciuta ma non assunta in pieno dai maschi; lo leggiamo dal racconto di un vivere comune negli anni Settanta passato alle orecchie delle trentenni di oggi come una dimensione mitica, ma che evoca immagini ed esperienze che oggi tornano con contenuti e pratiche diverse.

Lo abbiamo cercato e voluto, possiamo dirlo, a partire dal desiderio di spazi di condivisione, un desiderio di politica diffusa che ha interrogato le vite delle donne più giovani, ha dato strumenti di invenzioni e strategie del quotidiano che, dal lavoro alla sessualità, hanno ridisegnato i contorni del vivere comune, chiamando anche le donne più grandi a farsene carico.

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Siamo tutte terre-mutate
(in Questo sesso che non è il sesso 2, 2011)

di Claudia Bruno e Teresa di Martino

Il 7 e l’8 maggio 2011 le donne aquilane hanno accolto donne singole e reti di donne italiane nel centro storico dell’Aquila per parlare di ricostruzione, resistenza, cittadinanza e partecipazione. Un invito a portare e condividere esperienze di territori violentati, maltrattati, rifiutati, abbandonati a se stessi e in cui le donne stanno meticolosamente trovando vie d’uscita, strategie di resistenza, pratiche di opposizione e invenzione.

Simbolo della giornata, non a caso, la cariatide che tiene saldo lo sguardo a terra e con le braccia forti sostiene il cielo. Una donna-scultura, come la definisce Nicoletta Bardi sull’ultimo numero di Leggendaria (Voglio lavorare. A modo mio, n. 86, marzo 2011), che “ci accompagnerà in un percorso di liberazione perseguendo il sogno di avere braccia e mani libere per abbracciare il mondo e mulinare nel vento” (p.49). Un “simbolo di disperata forza” che nasce da una contingenza concreta: il Teatro Stabile d’Abruzzo che crolla con il terremoto del 6 aprile del 2009, e la cariatide che rimane intatta “a sostenere un anacronistico pezzetto di volta” .

Siamo andate all’Aquila, e insieme a noi altre centinaia di donne da tutta Italia, accogliendo la chiamata del Comitato Terre-Mutate per vedere la città com’è con i nostri occhi, senza il filtro del circuito mediatico e per incontrare le donne che hanno vissuto l’esperienza del terremoto e stanno cercando nuovi modi di abitare una città ancora invisibile e blindata dai militari.

L’Aquila è infatti sotto ordinanza almeno fino al 31 dicembre 2011. Agli angoli delle strade, nel centro storico, sono posteggiate le camionette militari. È ancora una città sottratta alle regole delle leggi ordinarie, spiegano le aquilane, una città militarizzata, e dove c’è un apparato militare c’è la costruzione di un nemico. Quello che raccontano e che vivono da più di due anni queste donne è uno stato di emergenza permanente ed artificioso, costruito ad hoc intorno alle loro vite e alla loro città, in cui devono re-inventarsi le modalità di agire gli spazi di libertà. La due giorni a cui ci hanno chiamato, e a cui abbiamo preso parte, è voluta essere proprio questo: un appello a trovare insieme nuovi modi di abitare, trovare le parole per raccontare pratiche già in atto, immaginarsi cosa può seguire, verso un nuovo modello di cittadinanza.

Le storie delle donne aquilane – vite e luoghi frantumati, ridisegnati, riconfinati, dal terremoto del 2009, come conferma anche la raccolta di testimonianze curata da Ivana Trevisani nel libro Vite disperse (Edizioni Clanto, 2010) – hanno fatto da collante in uno scambio di pratiche e saperi che ha coinvolto altre reti. C’erano le donne di Napoli, che stanno facendo i conti con l’emergenza rifiuti, le donne del presidio No Dal Molin di Vicenza, che hanno fatto un lungo lavoro di opposizione alla costruzione di una base militare americana in territorio civile, le Donne in Nero, che operano contro la militarizzazione dei territori, i centri anti-violenza, l’Udi, e molte altre.

La forza delle aquilane è stata quella di trasformare una città piena di abitazioni distrutte e sbarrate in una casa più grande ed estesa, dove le stanze erano piazze e i corridoi strade. Quello delle ‘terre-mutate’, insomma, è stato un invito a casa, senza mezzi termini. Nel pomeriggio di sabato e nella mattina di domenica ci sono stati laboratori tematici, ognuno dei quali prendeva il nome e la funzione di una ‘stanza’ (la cucina, il soggiorno, la camera da letto, il giardino, la biblioteca).

Ma all’esercizio collettivo di immaginazione – tra l’altro molto ben riuscito nei fatti perché poi le ‘stanze’ sono state occasione preziosa per lo scambio di testimonianze ed esperienze, relazioni e incontri – non è mancata la progettualità. Le donne del comitato Terre-Mutate (composto dalla Biblioteca delle donne Melusine, dal Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila, dall’associazione Donne in nero L’Aquila) insieme a Nadia Tarantini e a Leggendaria, rivista che a partire dallo speciale del maggio 2010, il numero 81, ha poi dedicato uno spazio costante alle donne aquilane, hanno infatti gettato le basi per una vera e propria casa: la Casa delle donne che sorgerà in piazza Palazzo, simbolo della resistenza e della partecipazione cittadina, che il 5 maggio è stata anche teatro di una “presa simbolica” da parte delle donne. La condivisione con le altre si è tradotta nella scelta – chiesta ad ognuna – sul nome che dovrà prendere la casa: LaquilaDonna, DonneDiMaggio, CasaMutata? Perché quella sarà la casa di tutte.

Il 6 maggio è stato eseguito un rito di fondazione femminile della città: alla fontana cittadina delle 99 cannelle le donne hanno formato una catena con i loro corpi, hanno versato acqua nella terra, legato nastri colorati agli alberi. Sempre il 6 maggio, le donne hanno piantato dei fiori con Lorenza Zambon, attrice-giardiniera, nell’aiuola davanti alla Casa dello studente, per il crollo della quale hanno perso la vita otto tra studentesse e studenti. Con i fiori è stata formata la scritta: ‘mai più’.

Nelle ‘stanze’ le aquilane hanno raccontato di corpi violati e corpi desideranti, di strategie di resistenza, delle scritture come semi di ricostruzione, di pratiche di produzione e consumo sostenibile. E poi della “vita nei Campi”, dove è stata inaugurata una militarizzazione della cittadinanza che ha preso le vesti della militarizzazione delle menti: erano ostacolate le minime attività di aggregazione come riunioni, assemblee, volantinaggio; non veniva passato il caffè perché “troppo eccitante”; le agricoltrici locali non potevano distribuire un solo litro di latte sfuso perché arrivava “il latte Parmalat”, quello imposto dalle istituzioni. Eppure è proprio nei campi che le aquilane hanno iniziato questo faticoso e creativo lavoro di ricucitura e quotidiana invenzione, più che di ricostruzione e riconferma di un modello precedente, un modello che evidentemente ha fallito. Un lavoro partito dalla capacità di resistere in modo attivo facendo rete e contando sulla presenza delle altre e degli altri. “I centri anti-violenza hanno lavorato anche nei campi – spiegano le aquilane, e poi – ci sono state famiglie spezzate ma anche famiglie ri-nate nelle tende”.

Nei “campi” – e fuori, per chi come alcune giovani ha deciso di lasciarli – è iniziato quel percorso di resistenza alla rassegnazione di aver perso ogni diritto alla cittadinanza, intesa come esistenza, partecipazione, condivisione e relazione degli spazi e dentro gli spazi. Le donne – le prime a rialzarsi – hanno scelto di agire la politica della resistenza e di metterla in rete, ma anche, e soprattutto, di condividerla con le altre. La condivisione dell’esperienza e delle modalità dell’agire la resistenza sono state al centro della stanza “studio-biblioteca”, uno spazio in cui le donne – de L’Aquila ma non solo – hanno raccontato la creatività di quell’esistenza che le ha portate a re-inventarsi gli spazi e a rivendicare il diritto alla cittadinanza.

E se il legame con la terra è ciò che ha fatto delle donne aquilane le protagoniste della re-invenzione della città e delle modalità di vivere una città fantasma, è sempre da questo legame che nasce la forza delle donne napoletane e di tutte le donne che vedono deturpata la propria terra. E allora, è dalle macerie e dai rifiuti che si ritrova quel “resto” delle vite che va perduto, quel di più che toglie spazio alla terra e vita alle donne e agli uomini. Ed è in quel resto, nelle macerie e nella munnezza, che si trova la forza di andare oltre la resistenza, di inventarsi pratiche – come l’autogestione differenziata e differente delle donne di Napoli – per non cadere nella trappola della resistenza permanente contro l’emergenza perenne. E allora la resistenza diventa resilienza, resistenza come azione, agita dalla differenza femminile che riprende le fila dall’esperienza delle anziane partigiane abruzzesi con cui apre il dialogo.

Terre-mutate è stata soprattutto un’occasione per toccare con mano quello che le reti cittadine si stanno impegnando a incarnare, un “movimento inaspettato” di riappropriazione dove “lo sguardo delle donne, il prendersi la parola e lo spazio pubblico sono fondamentali per ricominciare, per ricostruire una città, ri-farla diversa da com’era prima”, dice Sara Vegni, attivista del comitato 3e32.

Qui, come altrove, le donne sono in prima fila. La biblioteca delle Melusine, il centro anti-violenza, le Donne in Nero, l’associazione 99gattiAQ (che dopo il terremoto si è occupata di curare e alimentare i gatti rimasti nel centro storico inaccessibile), le agricoltrici locali e le ambientaliste che si stanno battendo per proporre altri modelli di economia e preservare gli ecosistemi montani o semplicemente per far passare il messaggio che le macerie vanno riciclate e non ‘smaltite’. Sono tutte istanze del cambiamento in corso.

Certo, niente sarà più come prima: L’Aquila è una ‘terra mutata’, ‘terre-mutate’ sono le donne che la stanno rimettendo al mondo e tutte le cittadine che vorranno prender parte a questa impresa.

E noi, siamo convinte che la rete solidale e resiliente che ha preso forma durante l’esperienza aquilana avrà un seguito. La solidarietà c’è stata e c’è ancora, ma serve altro, ci hanno detto le più giovani. Loro, dalla crisi e dal conflitto, hanno tratto le energie per ri-prendersi la città. Noi siamo con loro pronte a resistere, esistere, insistere. Siamo tutte ‘terre-mutate’.

Riferimenti bibliografici:

Terre-Mutate, Leggendaria, n.81, maggio 2010

Un simbolo di disperata forza, in “Leggendaria”, n.86, marzo 2011, p. 49

Trevisani Ivana, Vite disperse, Edizioni Clanto, 2010

Sitografia:

http://www.laquiladonne.com/

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E dunque
(in Questo sesso che non è il sesso 2, 2011)

Adriana Nannicini, Sandra Burchi, Teresa Di Martino, Federica Giardini

 

Abbiamo una teoria femminista sul lavoro?

Abbiamo il vantaggio di una posizione descritta come “marginale”, ma che è possibile nominare e riconoscere come “eccentrica”

Sappiamo che superare l’individualizzazione che caratterizza tanti dei nostri lavori è già politica

Vogliamo la riapertura di un possibile rapporto tra politica e diritti

L’invenzione di forme di mutualità durevole resta un desiderio?

Ripensiamo delle modalità di lavoro realmente cooperative

Proviamo a ripristinare la solidarietà al posto della competitività come precondizione per affrontare la questione del lavoro tenendo conto del bene comune

Possiamo dire che la precarietà del lavoro è già condizione comune a una pluralità di generazioni?

Proviamo ad attivare un riconoscimento reciproco fra generazioni, riconoscimento essenziale per costruire alleanze

Abbiamo la certezza che il desiderio di lavoro delle donne c’è

Le donne dicono che non è tempo di rinunciare al piacere della produzione, è una parte costitutiva della realizzazione di sé, è il piacere di creare, il piacere del lavoro ben fatto conoscono l’equilibrio instabile e faticoso tra lavoro retribuito e non retribuito, i corpi tesi alla ricerca del desiderio, la voglia di ritrovare una dimensione collettiva conoscono il valore di identificazione che viene dal lavoro, ma sanno che non è l’unico valore

Nel quadro attuale del mercato la prima a saltare è stata la misura del rapporto fra tempo e denaro

La gratuità come “possibilità” e spesso anche come “condizione” lavorative e il proliferare di sistemi iperburocratici di valutazione, misurazione, classificazione convivono senza contraddizione visibile, perché?

È una rottura della regola e della misura

Sappiamo che sono proprio le competenze più difficilmente certificabili a orientare la capacità femminile

Sono le capacità di immaginare e di anticipare quel che non è ancora richiesto espressamente dal lavoro

Chiediamoci se si può interrogare il lavoro diversamente

Inventare nuove letture serve a tutte e a tutti

E allora cominciamo

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Diversamente occupate, un anno dopo
(in Questo sesso che non è il sesso 2, 2011)

Torniamo al lavoro sul lavoro. E lo facciamo dopo i due numeri dello scorso anno “Diversamente occupate” e “Lavoro. Se e solo se”, dopo numerosi incontri in varie città d’Italia con altre donne, in un percorso che ci ha viste e ci vede tuttora coinvolte come interlocutrici di un pensiero. E lo facciamo ripercorrendo proprio quel percorso, per restituirlo a noi stesse e perché diventi traccia del lavoro di relazione e pensiero dell’esperienza che abbiamo fatto nostro. E’ stato proprio il pensiero dell’esperienza a condurci, senza una chiara consapevolezza iniziale, dritte al tema del lavoro. La mia tesi sulla femminilizzazione del lavoro ha dato le coordinate del già pensato ad un discorso che era nostro, nel senso dell’esperienza. I primi incontri con le donne della redazione di questa rivista si concludevano immancabilmente con le nostre narrazioni e riflessioni sul lavoro – una viva insoddisfazione nei confronti di quel mondo – e lo sconcerto delle più grandi sulla centralità del tema. Le scelte di Angela ed Eleonora di lasciare un posto di lavoro ben avviato “alla carriera” e sicuro, per resistenza ad un mercato che chiedeva loro disponibilità di tempo ed energie  permanente, era la chiara dimostrazione, sì della loro forza, ma anche dell’insofferenza che molte di noi mostravano verso un mondo del lavoro che non tiene conto dei nostri desideri, dei nostri tempi, dei nostri corpi. La voglia di saperne di più, di scoprire le esperienze delle altre, di conoscerne i desideri, si sono incontrate con la voglia delle donne più grandi di capire cosa fosse cambiato nella vita delle donne, perché le loro narrazioni si concentrassero su un tema – il lavoro – che nel femminismo degli anni Settanta non sembrava aver avuto la stessa urgenza. Paola Masi e Patrizia Cacioli hanno scommesso sulle nostre capacità di individuazione e ricerca di senso di un tema che poteva essere affrontato da più parti e ci hanno messe alla prova con un atto di fiducia che ci ha rese più forti e ci ha dato la possibilità di vivere un rapporto intergenerazionale che è stato conflitto e trasmissione allo stesso tempo. E’ iniziato così un ricco periodo di confronto, con le donne più grandi e tra noi, che avrebbe portato alla stesura di due numeri di DWF dedicati al lavoro, alla nascita di diversamente occupate come soggetto politico, all’incontro con altre donne.

Il lavoro, oltre la precarietà

Scegliere di pensare e di dire sul lavoro oggi ha significato, per parte nostra, scegliere di farlo a partire dalla differenza, senza perdere l’orizzonte del qui ed ora, ma senza farci schiacciare dalla retorica della precarietà, che sì esiste ed è una condizione comune a tante e tanti, ma non esaurisce certo la questione. E’ piuttosto una forma che potenzia il modello lavorativo che si va imponendo e ne aumenta il potenziale ricattatorio, riducendo al contempo gli spazi di relazione e di azione collettiva (poiché siamo tutte e tutti impegnati nella lotta per farci “confermare”), un meccanismo che enfatizza la nostra vulnerabilità e la contraddizione di barcamenarsi tra la necessità di reinventarsi continuamente per non essere improvvisamente espulse/i, l’impegno assoluto che dedichiamo al lavoro e la sensazione che ne segue di essere indispensabili e allo stesso tempo lo scoprirsi inessenziali quando l’impegno di mesi viene vanificato alla scadenza di un contratto che non sarà rinnovato.
Il lavoro precario è contesto ideale ma non esclusivo dell’espropriazione dei talenti, delle intelligenze e in generale delle soggettività, se si pensa agli schemi di pressione per l’autosfruttamento sperimentati anche nel contesto di lavori strutturati, continuativi e tutelati da contratti regolari.
Ancora una volta la retorica dell’assunzione di responsabilità e del portare se stesse al mercato si salda con la spinta a competere, per salvarsi, per ottenere riconoscimento o per uno status superiore, che ci tiene ancorate alle regole del sistema.
Ripristinare la solidarietà al posto della competitività diventa allora precondizione per affrontare la questione del lavoro in un discorso che tenga conto nuovamente del bene comune.

In questo quadro avevamo bene a mente il già detto e il già pensato dalle donne, ne riconoscevamo il valore aggiunto, ma a volte anche la miopia di un pensiero per nulla ancorato all’esperienza. Diversamente occupate nasce così, con l’idea di parlare di lavoro e stare nel lavoro a partire dal pensiero della differenza, tenendolo saldo però, senza costruzioni artificiose, al nostro tempo, alla nostra storia, alle nostre esperienze. L’equilibrio instabile e faticoso tra lavoro retribuito e non retribuito, i corpi tesi alla ricerca del desiderio, la voglia di ritrovare una dimensione collettiva, la necessità di dire e dirsi le condizioni e a quali condizioni. Il pensiero dell’esperienza, teorizzato da Federica Giardini e Annarosa Buttarelli (2008), ha preso corpo tra noi senza che ce ne accorgessimo: diversamente occupate prende forma prima ancora di diventare rivista. Un freddo pomeriggio domenicale, a casa di Antonella, riunite per mettere in parola i nostri confronti, Claudia ha l’idea del blog (http://diversamenteoccupate.blogspot.com/). Siamo on line prima che su una rivista tradizionale, ci costruiamo uno spazio in cui prendere parola, in cui esprimere pensieri e narrare esperienze al di là della rivista: è l’inizio di un percorso che ci vede soggetto politico al di là di DWF ma che a questa rivista si lega per scelta e prospettiva politiche. Diversamente occupate è il titolo di un numero di DWF, è un blog, è un soggetto politico in cui riconoscersi e da cui prendere parola, è la nostra condizione rispetto al mondo del lavoro e non solo: precarie sì, ma non solo. E’ il nostro modo di starci nel mondo del lavoro a renderci differenti, è la prospettiva dalla quale partiamo a renderci occupate diversamente, è l’equilibrio che ci ostiniamo a mantenere tra lavori fatti per mantenersi e lavori fatti per piacere e desiderio a renderci diverse. In più, rispetto alle donne più grandi di noi, c’è la precarietà, quella condizione postfordista che si fa compagna di vita e che rende tutto più complicato, a partire dalla volontà di mantenere in vita il desiderio.

Ci piace chiamarla tourné, è stato un viaggio

Con il nostro bagaglio – di riviste, di pensiero e di esperienza – giriamo l’Italia per incontrare altre donne, per confrontarci, per conoscerci, per mettere in rete i saperi e le pratiche, gli strumenti e le competenze. Ancora una volta è il rapporto con le più grandi a renderci forti. Le donne della redazione di DWF ci lasciano ampio spazio d’azione: è una novità per la rivista viaggiare in mano alle autrici di città in città per mettere in pratica la politica delle relazioni, e i numeri sul lavoro vanno a ruba. E’ la costanza nel tenere i fili del discorso e dei rapporti di Federica Giardini e Sandra Burchi, le donne della generazione di mezzo, a sostenere il nostro viaggio e a farci acquisire autorevolezza. Ogni trasferta, ogni incontro, ha avuto in sè l’idea di “portarci a casa qualcosa”, di dare e ricevere, di arricchirci dell’esperienza e del sapere delle altre. E’ stato bello scoprire che insieme a questo bisogno di mettersi o rimettersi in relazione, si sia riconosciuta l’importanza del pensare insieme, del pensiero in presenza, dell’incontrarsi appunto.

Siamo state a Livorno, ospiti dell’Associazione Centrodonna Evelina De Magistris (11 dicembre 2010), e lì è emersa con forza la necessità di individuare gli strumenti a disposizione: non solo quelli di insieme, che permettono di inquadrare la prospettiva, ma più che mai quelli concreti, giuridici, quotidiani, improvvisati in mancanza di riferimenti certi (contrattuali, ma non solo) e soprattutto efficaci. Lì c’erano alcune avvocate. Quello è stato un incontro importante, per noi e per loro: noi abbiamo scoperto donne che vivono e gestiscono la propria professione a partire dalla differenza, loro hanno trovato lo spunto per mettere nero su bianco un “Abbecedario del lavoro femminile” (Faucci, Lessi, Magi, 2011), per dare quelle conoscenze e quegli strumenti utili alle giovani donne al lavoro, “per un mondo nuovo in cui la condivisione si sostituisca alla competizione”. L’incontro con loro, come con altre, ha dato parola alle cose vecchie ma sovversive (la costituzione, il primum vivere), ma soprattutto ha aperto a quelle nuove e agli spostamenti cui danno vita: smettere di identificare l’uscita dal domestico solo con il lavoro, togliersi dal denaro come misura dominante, ri-conoscere alla società e non al mercato il ruolo di luogo dello scambio e di conseguenza riconoscere scambi non economici che arricchiscono.

Le donne di Livorno hanno risposto al desiderio che avevamo espresso circa un mese prima a Milano, all’Università Bicocca, ospiti di Carmen Leccardi (Centro interdipartimentale per lo Studio dei Problemi di Genere, 16 novembre 2010): “Vogliamo costruire una rete di saperi e pratiche che a partire dalle condizioni materiali delle donne nel mercato e nei luoghi di lavoro possano dare gli strumenti (teorici ed empirici) alle donne per viverci con agio, per riconoscere potenzialità e limiti delle modalità femminili di lavorare, per vigilare rispetto ai modi in cui le istituzioni si organizzano, per vigilare sul proprio tempo e sul proprio spazio, per impedire che il lavoro ci divori e ci digerisca, per ridare vitalità al nostro desiderio, che non più e non per forza deve realizzarsi nel mercato del lavoro, perché se il mercato, oggi, non ci vuole, la nostra occupazione può continuare ad essere differente (Diversamente occupate), ma se ci vuole, come sembra che sia, deve stare alle nostre condizioni (Lavoro se e solo se)”.

La conditio sine qua non della nostra azione politica è stata ed è il lavoro con le altre e con gli altri: ridisegnare le coordinare di quella dimensione collettiva che abbiamo sentito come una mancanza, quel desiderio di condividere le esperienze comuni in un mondo comune. E’ questo che abbiamo portato “in tourné”, come ci piace dire, è questo che ci ha fatto incontrare donne ricche di saperi e pratiche, che ci ha messo in contatto con loro e i loro mondi in una relazione di scambio e nutrimento reciproci. Penso a Pina Nuzzo dell’Udi, a Paola Bora della Casa della donna di Pisa, a Susanna Camusso della Cgil.

2 marzo 2011: l’incontro in Cgil nazionale

E’ stato proprio a partire da qui, dalla ricerca di un orizzonte condiviso sul lavoro che potesse renderci  meno sole nella negoziazione, che siamo arrivate in Cgil nazionale, a Roma, luogo estraneo ai circuiti femministi ma accogliente. Accogliente perché ad ospitarci c’erano delle donne – Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, Ilaria Lani, responsabile nazionale delle Politiche Giovanili Cgil e Claudia Pratelli dei “Giovani NON più disposti a tutto”[1] – e perché lì dentro, in uno spazio che non era il nostro, sono nate relazioni politiche feconde. Siamo arrivate in Cgil con un titolo eloquente: “In equilibrio tra lavori e diritti” e con un desiderio chiaro: un desiderio che parla della necessità di re-inventare una dimensione collettiva andata persa, di ritrovarsi al di là delle appartenenze, di tornare a vivere un mondo comune, di ricomporsi. Ricomporre le capacità a cui ognuna di noi quotidianamente dà corpo reinventando al meglio le condizioni di lavoro, usando il proprio percorso di vita come laboratorio di invenzione, di re-invenzione, di cambiamento.

Abbiamo scelto la contaminazione di pensiero con la Cgil per condividere il “di più” dell’esperienza delle donne, anche al lavoro, e per sollecitare strumenti, concreti, da giocarsi nel mondo del lavoro. Perché è proprio quel di più che le donne vogliono, un di più fatto di strumenti, dispositivi e forza che possano restituire il valore aggiunto che sono proprio loro a portare al mercato. E se quel di più al lavoro si trasformasse in un “di più di diritti”? Niente di così nuovo in fondo, ma più che mai attuale se pensiamo che la direzione intrapresa dall’economia è quella di mettere a profitto l’intera esistenza, liberandosi dall’idea stessa di  regole e diritti e soprattutto se a nominarlo sono le donne che, quando prendono parola, parlano per tutti, per la società intera. Dovremmo forse partire da qui, dalle condizioni materiali che vivono quotidianamente i nostri corpi al lavoro, per dare vita a quella teoria del lavoro delle donne che potrebbe parlare a tutte e tutti.

La politica torna così a essere caratterizzata da ciò che innesca di partecipazione e non più di rappresentanza, con la riapertura di un possibile rapporto tra politica e diritti che Federica Giardini ha definito “politica giusgenerativa”. Partire dalle azioni che effettivamente si compiono ed esprimersi non solo nella sfera pubblica, ma anche fermando un momento giuridico in questo agire, riconnettere agire giuridico e diritto. Passare quindi dall’urgenza alla fattispecie giuridica significa avere la possibilità di riconnettere politica e diritto, senza pensare che la politica abbia senso solo quando consegue diritti, e senza pensare che i diritti preesistono all’agire politico.

In questo percorso la politica delle donne fa due passi avanti. C’è un guadagno dal punto di vista teorico perchè le donne possono, a partire dall’eccentricità rispetto al passato recente, parlare una situazione e aprirla per tutti. E c’è l’acquisizione di una pratica: partire da sé per produrre elementi giuridici, quella pratica che può rinnovare il rapporto tra politica e diritto in modo generativo.

Dalla narrazione all’agire politico

Come evitare il corto circuito fra “il di più” dell’esperienza femminile, e il segno negativo che caratterizza – da sempre – la partecipazione delle donne al mondo del lavoro?

Dove fondiamo la nostra differenza nel lavoro per trovare una nuova idea del lavoro? Il problema è che non si ha una figura di riferimento, come lo è stata per il lavoro maschile l’operaio-massa. E’ difficile definire il lavoro delle donne senza avere un’idea di un lavoro delle donne. Il punto di partenza deve essere un modo di desiderare il lavoro diversamente, e quindi come stare nello spazio pubblico, in relazione con la produzione, la retribuzione, le competenze ed il desiderio di utilizzarle, altrimenti non si va oltre il tema della discriminazione femminile al lavoro (Camusso).

Partiamo togliendo il lavoro dal centro: la questione non è “solo” il lavoro, quanto e come ce n’è, bensì la relazione che noi tutte incrociamo con il lavoro e con tutto ciò che a esso si collega, quindi produzione, denaro, indipendenza, ma soprattutto tempi e modi. E ancora, la questione non è quanto e come lavorare, bensì che tempi e che modalità vogliamo portarci al lavoro, e a che condizioni. C’è un modo per evitare che quel “di più” che le donne hanno portato al mercato venga espropriato dal mercato stesso? Esiste un sistema per evitare che si instauri una relazione di sfruttamento verso quel desiderio di lavorare diversamente espresso dalle donne e preso in consegna dalle ultime generazioni? La questione è allora come “rendere politico” quel qualcosa in più che diversamente portiamo al lavoro, qualcosa che dia risposte al nostro desiderio e al nostro piacere. Perché non è tempo di rinunciare al piacere della produzione, perché è una parte costituente della realizzazione di sé, è il piacere di creare, il piacere del lavoro fatto bene e del lavoro ben fatto. E se lavorare è un piacere, è necessario tornare a considerare la dimensione socializzante ed espressiva del lavoro, che può permettere a tutte e tutti l’esodo da quella passione triste che sembra diventato il lavoro. Questo senza dimenticarci delle condizioni delle donne al lavoro e delle variabili che le compongono, prima fra tutte il tempo, oggi più che mai terreno di possibile alienazione. E’ questo il tramite per prendere in considerazione la tensione tra vita e lavoro, o, come l’ha definita Camusso, “la perdita della percezione della differenza tra lavoro e vita”. E’ questo, soprattutto per le lavoratrici e i lavoratori della conoscenza, il terreno in cui si perde il senso di ciò che è vita e ciò che è lavoro, spesso in contrasto con i desideri delle donne, e quindi discriminatorio. Ma c’è sempre quella relazione con le condizioni: perché se la mia vita è lavoro e il mio lavoro è piacere, sono le condizioni di lavoro e di vita a fare la differenza. Cos’è che ripaga il mio lavoro? Non è solo il denaro, c’è qualcosa in più: c’è una parte di senso, c’è la relazione e il piacere delle relazioni, c’è il desiderio di “darsi” e “dare” alla società, c’è il riconoscimento di se stesse in uno spazio, anche simbolico, da condividere con altre ed altri. E’ la relazione guidata dal desiderio e dal piacere che permette di ri-creare quella dimensione socializzante e collettiva che oggi si è disgregata e frammentata, e che non può che ri-prendere vita da quei soggetti che non hanno contribuito alla costruzione di un modello dominante fallimentare, ovvero le donne.

Prendere parola per tutti

E negli ultimi anni dal mondo dei femminismi italiani  si è detto e scritto molto sul lavoro: prima le Storiche con Genesis “Flessibili/precarie” del 2008; poi la Libreria di Milano con il manifesto “Immagina che il lavoro” del 2009; poi DWF con “Diversamente occupate” e “Lavoro. Se e solo se” nel 2010; e infine Leggendaria “Voglio lavorare. A modo mio” del 2011. E’ leggibile il desiderio delle  donne di pensare e dire del lavoro, di  narrare ma anche di andare oltre, di  portare con sé strumenti e competenze da condividere con le altre. E anche con gli altri. Noi lo abbiamo fatto insieme il 9 aprile 2011 in occasione della manifestazione “il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta”, di cui siamo state promotrici insieme ad altre reti e associazioni tra cui i giovani NON + disposti a tutto della Cgil. Il 9 aprile è stata una data importante e come tutte le date porta con sé un percorso politico. La manifestazione è stata il frutto di un lungo lavoro di tessitura, di tutte quelle reti, associazioni e gruppi che negli anni sono nate attorno al tema del lavoro e alla condizione di precarietà, lavorativa ed esistenziale. L’unione di forze, energie, desideri, saperi e pratiche ha preso corpo senza omologare, ha creato una dimensione collettiva unificante ma non ha dimenticato le differenze e la differenza.
Diversamente occupate, tra le promotrici della manifestazione, ha portato e porta la politica delle donne nella politica mista. L’alleanza con i maschi si traduce in lavoro e politica comune in cui dire – sempre – della differenza, in cui nominare ed agire la politica delle donne – nelle modalità, nei tempi, nel linguaggio e nei contenuti – per arrivare a prendere parola per tutti, partire da sé per arrivare all’altro.

La relazione, nata dall’incontro del 2 marzo, con le giovani donne della Cgil – Ilaria e Claudia – si è tradotta nella condivisione dell’esperienza del lavoro, nel confronto tra due e più mondi – quello del femminismo e quello del sindacato – che si è nutrito del desiderio di tutte e tutti di trovare un terreno comune. E’ proprio da quella politica delle relazioni – consapevole per parte nostra, agita quasi naturalmente per parte loro – che ha preso vita il 9 aprile, un forte desiderio di ricomposizione, di ri-dare corpo a quel tessuto comune che è andato perso nel tempo: così si è inaugurato un percorso che parla di diritti al lavoro e alla vita. Noi ci siamo dentro, donne e uomini, insieme.

Riferimenti bibliografici

A.Buttarelli, F.Giardini, a cura di, (2008) Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai: Milano

DWF, (2010) Diversamente occupate, n.1 (85)

DWF, (2010) Lavoro. Se e solo se, n.2 (86)

A.Faucci, M.P.Lessi, J.M.Magi, (2011) Abbecedario del lavoro femminile, Marco Del Bucchia: Lucca

Genesis, (2008) Flessibili/precarie,VII/1-2

Leggendaria, (2011) Voglio lavorare. A modo mio, n.86

Sottosopra, (2009) Immagina che il lavoro, Libreria delle donne di Milano


[1] Campagna di comunicazione e viral marketing promossa dai giovani della Cgil contro le condizioni di precarietà lavorativa che interessano in particolare le giovani generazioni

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Serve una teoria del lavoro che parli alle lavoratrici. Intervista a Susanna Camusso.
(in Lavoro. Se e solo se, 2010)

TDM: Ci può raccontare il suo percorso di donna all’interno del sindacato, a partire dalle prime organizzazioni autonome di donne nel sindacato del 1975?

SC: Più o meno nella metà degli anni Settanta il sindacato FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici ndr), che stava sperimentando, anche contro il parere delle confederazioni, un processo unitario e che faceva ruotare la propria azione politica intorno alla questione delle 150 ore[1] e della salute, incrociò molti giovani e raccolse intorno a sé anche un po’ di giovani donne. La mia esperienza era allora un’esperienza milanese. Ci trovammo in quegli anni con donne che cooperavano con l’FLM, donne con percorsi diversi: c’era chi veniva da percorsi di movimento, chi veniva dal lavoro, chi come me proveniva da lavoretti vari ma che fondamentalmente era una studentessa universitaria. Varie esperienze che si incrociavano e che si sono tradotte poi in un lavoro che è andato avanti per diversi anni, quello dei coordinamenti delle delegate della FLM, che si componevano di donne che ricoprivano varie posizioni, dalle funzionarie alle delegate di fabbrica fino alle lavoratrici, posizioni tutte rigorosamente femminili, che di nuovo raccoglievano percorsi molto diversi. Tra noi c’era chi veniva da esperienze da PCI (Partito Comunista Italiano ndr) e portava quindi l’idea che la contraddizione di genere fosse secondaria alla contraddizione di classe, chi veniva da percorsi femministi veri e propri, chi aveva un’esperienza più libertaria, rivolta ai diritti. Siamo nell’epoca del nuovo diritto di famiglia, dei referendum sul divorzio e sull’aborto, sia apre ora per la prima volta l’idea di cambiare la normativa sulla violenza sessuale raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare, si apre quindi un dibattito pubblico sul tema. C’è un pezzo del mio percorso formativo che attraversa e che è dentro questa storia, che è una storia che credo abbia cambiato il sindacato più di quel che si sia visto, nel senso che ha lasciato delle parole, delle idee, delle modalità, anche se sicuramente non è riuscita a cambiare il modo di lavorare.

TDM: Quanto del femminismo ha attecchito sul terreno del sindacato?

SC: Se penso alle questioni portate avanti dai percorsi femminili che, secondo me, sono rimaste all’interno del sindacato, penso immediatamente al tema della salute. Il percorso delle donne dentro il sindacato, permeato profondamente dall’esperienza femminista e quindi permeato dal “partire da sé” e dalla messa a tema dei propri corpi e del rapporto tra lavoro e malattia,  ha molto influenzato il tema della salute, del lavoro dei lavoratori, e ha rotto una dinamica che ora appare scontata ma che allora non lo era affatto, cioè che gli uomini non mettevano in relazione il proprio corpo e il lavoro, la malattia e il lavoro, e soprattutto non pensavano che la malattia potesse essere oggetto di un confronto collettivo. Ma penso anche alle lotte portate avanti per conquistare le 150 ore, un’esperienza che rompe una pratica, fa irrompere dei temi e rende possibile l’idea, da far assumere a tutta l’organizzazione, che può esistere anche una contrattazione tutta al femminile, che all’interno del pensiero dei lavoratori secondo cui la contrattazione riguarda tutti, si possono ritagliare e proporre dei temi che riguardano una parte. Parlo delle differenze tra donne e uomini rispetto al tempo, quindi agli orari di lavoro, ma anche di quel conflitto, tutt’ora aperto a mio parere, del rapporto tra diritti e tutele, tra contrattare e tutelare, tra l’accettazione di incarnare la parte debole del mercato del lavoro e la coscienza che essere confinate nella parte debole fa delle donne appunto un soggetto debole. Tutti temi che iniziano ad irrompere allora e che continuano a intrecciarsi. La mia valutazione, del tutto personale, è che il femminismo è stato sicuramente importante per far sì che venissero messe a tema una serie di questioni, così come è stato fondamentale per mettere in discussione le relazioni, quindi aprire una dinamica dentro un’organizzazione gerarchica, e di gerarchie maschili, qual è il sindacato, però il femminismo ha avuto in quegli anni, e lo ha tuttora, un vero problema: alle soglie del lavoro si ferma. C’è quindi una difficoltà di fondo, quella di non avere oggi una teoria del lavoro delle donne, ne abbiamo individuato le potenzialità, le ricchezze, le differenze, ma non siamo state capaci di elaborare una teoria.

TDM: Cosa significa, e cosa ha significato, essere una donna, partecipe di specifiche problematiche e della politica del femminismo e allo stesso tempo far parte di un’organizzazione sindacale strutturata su modelli maschili?

SC: Per me l’esperienza del sindacato è un’esperienza precisa, la potrei definire così: quando la mattina mi guardo allo specchio riconosco di essere dalla parte giusta. Con tutte le sue contraddizioni, stare con i lavoratori e le lavoratrici significa per me stare dalla parte giusta, dalla parte di chi può cambiare, di chi può dare vita al conflitto come motore del cambiamento. La mia esperienza nel sindacato e nel movimento delle donne non è vissuta come una contraddizione. Ho sempre considerato la militanza nel movimento delle donne come un percorso che doveva stare nella prospettiva del cambiamento. Ero ed eravamo coscienti di una dimensione conflittuale, lo dimostra il fatto che scontavamo tutta una serie di dualità e che ci interrogavamo su diverse questioni: ci domandavamo se fossimo veramente dirigenti complessive occupandoci solo delle donne, o se occuparsi solo delle donne fosse una privazione, come ricomporre questi due soggetti – donne e lavoratori -, come affrontare la questione delle quote, ma io e molte compagne siamo questi due mondi insieme che continuano a intrecciarsi, e la nostra esperienza, anche come donne, non sarebbe stata la stessa senza l’incontro di queste due realtà.

TDM: Si vocifera da tempo della possibilità che sia lei a subentrare ad Epifani alla segreteria nazionale della Cgil. Prima donna nella storia della Cgil: crolla il soffitto di vetro?

SC: La Cgil è oggi l’unica grande organizzazione di massa, sociale e politica, che ha una presenza di donne vera, che ha una segreteria paritaria, che ha donne che dirigono importantissime strutture, in cui è stato fatto un percorso tutt’altro che facile che ha portato donne diversissime tra di loro a condividere un’esperienza in un’organizzazione che ha man mano metabolizzato il fatto che sia “normale” la presenza di donne e uomini. Quando noi abbiamo pronunciato le prime volte la frase: “un sindacato di donne e uomini” venivamo guardate come se fossimo “strane”, adesso è linguaggio comune perché è stato introiettato. Io credo quindi che la Cgil sia pronta per essere diretta da una donna. Non è banale, perché anche se l’organizzazione ha metabolizzato la presenza femminile, è chiaro che il vero vertice dell’organizzazione è comunque un altro elemento di cambiamento. Simbolicamente sarebbe un passaggio importantissimo perché romperebbe davvero una tradizione, romperebbe dei modi, un linguaggio, delle modalità lavorative. Comunque se dovesse succedere lo valuteremo dopo.

TDM: I dati presentati durante l’ultimo Congresso Cgil[2] indicano che le donne stanno acquistando sempre più spazio. Perché? Cosa spinge le donne ad avvicinarsi al sindacato? Ma soprattutto, che valore aggiunto portano il sapere e le competenze femminili in un’organizzazione sindacale?

SC: Se ci sono più donne in Cgil è anche frutto di una scelta politica, c’è anche un percorso di costrizione nei confronti dell’organizzazione sul rispetto di alcune modalità e sulla capacità di guardare ad un mondo del lavoro che è molto cambiato. Quando parlo del ‘75 parlo di un mondo del lavoro molto diverso nella presenza delle donne, un periodo in cui era simbolico farle arrivare in determinati posti. Oggi la segmentazione del lavoro è molto cambiata, quindi in qualche modo facciamo uno sforzo e cerchiamo di essere più specchio della realtà. Le donne si iscrivono al sindacato e sono molto più tenaci degli uomini, si legge anche nella storia, le lotte delle donne sono state molto più agguerrite. Qualche giorno fa ero a un presidio di un’azienda di motori della Fiat che sta ad Avellino, faceva freddo, diluviava, la notte prima la polizia aveva attaccato il picchetto, insomma c’era una situazione di tensione. Mentre ero lì è arrivata una giovane lavoratrice che mi ha detto che suo figlio aveva un mese, io le ho detto: “Cosa ci fai qua?”. Lei mi ha risposto: “Io ci sono e ci sarò tutti i giorni, ho una ragione di più per non mollare”. Questa forza è sempre stata una molla straordinaria per le lotte delle lavoratrici, lottare per una dimensione che non è mai solo individuale, la dimensione di chi parla anche al futuro, alla responsabilità che ha. Tutte queste cose ci sono e danno di per sé un senso. Ma c’è di più. Noi donne siamo una strana assemble di sottovalutazione e testardaggine, per cui non ci tiriamo indietro di fronte alle situazioni complicate; una delle ragioni per cui in qualche struttura si è deciso per una donna è anche perché noi di fronte al conflitto non ci sottraiamo. In qualche caso sottostimandoci, accettando anche di essere la seconda o la terza scelta di fronte a delle problematiche, in qualche caso avendo un po’ di incoscienza, senza pensare al luogo in cui siamo e al ruolo che ricopriamo. Queste cose ci sono tutte e sono evidenti.

TDM: Per via delle mutazioni che negli ultimi venti anni hanno attraversato il sistema-lavoro, trasformandolo in un sistema-precarietà, si è parlato e si parla di crisi del sindacato. I lavoratori e le lavoratrici, in special modo i precari e il cosiddetto “Quinto Stato”, tutti quei lavoratori che hanno un rapporto contrattuale diverso da quello a cui il capitalismo fordista era abituato,  non si sentono rappresentati da un sindacato che forse parla un linguaggio ancorato a dinamiche passate. Che strategie è necessario adottare affinché si possa riallacciare un rapporto tra istituti di rappresentanza sindacale e lavoratori e lavoratrici di oggi? Questa distanza sempre più netta che si crea tra lavoratori e sindacato non rischia, se non è già accaduto, di allontanarci da un linguaggio che parla in termini di diritti del lavoratore e della lavoratrice?

SC: Penso che ci sia stato un momento in cui noi come organizzazione sindacale non abbiamo capito, o abbiamo pensato che quello che stava succedendo fosse marginale rispetto alla centralità, che quindi la centralità avrebbe attratto, come è stato in altre stagioni, e invece abbiamo sbagliato la valutazione, la centralità non è stata sufficiente, ha chiuso ed ha escluso. Io ricordo sempre, ed è una delle cose che mi ha più colpito, che a quel tempo si parlava molto di più di precarietà nelle riunioni dei pensionati più che in quelle dei lavoratori, vale a dire che la precarietà è entrata nel nostro linguaggio innanzitutto come portato del disagio dei nonni e dei padri e delle madri che raccontavano delle difficoltà dei loro figli e nipoti, mentre chi discuteva di lavoro questa “precarietà” non la focalizzava. Parto sempre da qui per spiegare il fatto che non abbiamo capito che la profondità della trasformazione faceva venir meno una cosa fondamentale: il passaggio dall’esistenza di un lavoro precario che accompagna gli studi e la crescita, ad un lavoro che così fatto diventa condizione di vita; quindi mentre la nostra generazione era in grado di giocare con questa precarietà che era comunque una scelta che lasciava un margine di progettazione della vita, oggi non si ha più questo elemento. Quando questo si perde e diventa un fenomeno di massa, si perdono anche dei pezzi fondanti del lavoro. Ognuno di noi quando entrava in un luogo di lavoro conosceva i propri diritti, aveva una trasmissione di condizioni concrete e ne vedeva le violazioni ma anche l’essenza. I giovani e meno giovani che si sono trovati nel mondo della precarietà vedono invece solo la violazione e finiscono per non credere che ci sia il diritto. La vera rottura, che poi io collego al liberismo e all’individualismo, è la sottrazione del futuro. Questa è la vera questione, non averlo capito ci porta a non saperci difendere da un’accusa che sappiamo essere sbagliata ma che esiste, vale a dire l’idea che noi abbiamo difeso i diritti di qualcuno escludendo i diritti di qualcun’altro, è l’idea della suddivisione, l’idea che la pensione dei padri sia una negazione per i figli. La nostra debolezza è stata quella di non essere stati capaci di rimettere in ordine quello che stava succedendo e di aver accettato un punto di partenza che si è dimostrato fallace: pensare di tutelare i precari fuori dal luogo di lavoro piuttosto che dentro, perché lì pensavamo di sottoporli ad a un rischio. Cosa ragionevole quando si tratta di dieci contratti a termine che verranno trasformati in contratti più stabili, ma che diventa irragionevole quando gran parte dei lavoratori entra nel mercato del lavoro solo con questa modalità. Con l’utilizzo di tale strategia è passato il messaggio sbagliato, un messaggio che dice che di loro, dei precari, non ci saremmo occupati se non in termini di tutela individuale a posteriori. Qui secondo me c’è il punto. A questo va aggiunta una battaglia tutta culturale e politica, perché per anni ci hanno spiegato che il problema risiedeva nell’eccesso di regolamentazione che determinava quelle rigidità che la flessibilità poteva evitare, e che quindi la soluzione fosse deregolamentare. La verità invece è che oggi abbiamo un sistema legislativo molto più rigido e più vincolante di quello che avevamo quando si è posto questo problema, un sistema legislativo costruito per sottrarre certezze. E’ un tema di sistema. Bisogna quindi avere chiare due idee per farci strada in questo processo di riavvicinamento tra istituti di rappresentanza e lavoratori e lavoratrici: da una parte ricostruire una conoscenza e un linguaggio comune, dall’altra la necessità di delegificare e tornare alla contrattazione.

TDM: Oggi si percepisce un vuoto là dove in passato era forte e riconosciuta la presenza del sindacato, nonché il suo specifico ruolo di difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Per parte di donne, si avverte la mancanza di quelle reti di solidarietà che le generazioni precedenti hanno conosciuto, mancanza che la politica della narrazione, soprattutto sul lavoro, non è riuscita a colmare. Le donne continuano ad essere discriminate e il lavoro femminile ad essere svalutato (stipendi più bassi, difficoltà nel fare carriera e raggiungere ruoli dirigenziali, ricatti legati ai tempi del corpo femminile). Così sembra che la negoziazione sul luogo di lavoro si riduca spesso a una contrattazione individuale, una condizione che oltre a rendere difficoltosa la negoziazione stessa, impedisce spesso la costituzione di forme di solidarietà sul luogo di lavoro. Le donne si sentono isolate, tant’è che spesso mettono a tema la questione lavoro al di fuori dello spazio in cui lo vivono. Che posizione assume il sindacato in relazione a questo? Dove è andata perso il contatto con le donne che lavorano?

SC: Questa è una domanda complicata, che si potrebbe riproporre allo stesso modo per il movimento delle donne. Il tema è che le donne hanno avuto dei momenti straordinari di rete che hanno permesso davvero di cambiare il mondo, perché la vera rivoluzione l’hanno fatta loro, a cui sono seguiti però dei lunghi periodi carsici nei quali si è passati dalla grande rete e dal grande movimento ai piccoli gruppi. E’ difficilissimo dare una spiegazione alla perdita di contatto con le donne. Ci siamo interrogate su questo in tante occasioni, anche per “Usciamo dal silenzio”[3] che è stato appunto uno dei momenti di esplosione dell’unione tra donne ma che poco dopo è precipitato nel ritorno della logica di separazione. Mi interrogo sul motivo che ci porta ogni volta a ricominciare da capo e a non fare mai patrimonio dell’esperienza precedente per ripartire da un punto più avanzato. Perché oggi le discriminazioni ai danni delle donne, soprattutto nel mondo del lavoro, non sono diverse da allora, sono le stesse, ma ci appaiono ancora più pesanti perché di mezzo c’è stato un movimento, l’idea che si poteva cambiare, forti momenti di avanzamento a cui però sono seguiti periodi di arretramento. Come agire? Anche qui ritengo che bisognerebbe da una parte rimettere insieme un pensiero sul lavoro delle donne, rigidamente e volutamente sessuato, e dall’altra re-immaginare cosa può significare la rete nel momento in cui il movimento di per sé non garantisce la tenuta della rete. Il sindacato, paradossalmente, può essere questo, perché è una rete che c’è sempre, e in qualche punto quest’esperienza di incontro-contatto con le donne c’è. Penso a quello che è stato fatto con le lavoratrici extracomunitarie, che sono il punto più alto della solitudine, ma che hanno trovato nel sindacato un luogo di incontro e di relazione. Purtroppo si tratta di diverse esperienze distinte e distanti che non riescono a mettersi in rete e diventare esperienza generale.

TDM: La flessibilità viene talora presentata come un’occasione, come “opportunità di libertà femminile”, come situazione che permette la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, il famoso “doppio sì”. Molto spesso invece sembra che implichi una disponibilità permanente da parte delle donne che, ancora oggi, sono depositarie dei tradizionali compiti di cura; tanto che vengono tutelate proprio in quanto soggetti a cui è affidato il lavoro di cura. Cosa ne pensa?

SC: Oggi mi sembra che ci troviamo di fronte alla scelta del “se-se” e non a quella del “sì-sì”. Il rischio è quello di cadere nella trappola di una ricetta totalitaria che non si misura con il lavoro delle donne. Io ho a che fare con centinaia di migliaia di infermiere, di commesse di supermercato, per le quali la flessibilità ha voluto dire non avere più un orario di lavoro, donne che lavorano per imprese di pulizie a cui la giornata di lavoro è stata ridotta a due ore quotidiane, donne che sono state le prime a scoprire e subire il lavoro povero. Ben venga qualunque pensiero che si alimenta delle differenze, ma io non posso pensare ad una nuova teoria del lavoro che parta dall’èlite, perché è mio dovere interrogarmi su cosa dire alla gran parte delle donne. C’è bisogno di discutere di lavoro, di cosa significa, del rapporto che si viene a creare tra lavoro e progetto di vita. Una delle frasi che mi è rimasta nella testa, di quelle che ti costringono a pensare, mi è stata detta da una giovane ragazza nel momento in cui stava partendo il progetto “Usciamo dal silenzio” nato dall’attacco contro la 194. Mi ha detto: “Sì, la 194 va difesa perché l’aborto è un diritto, ma per noi la precarietà è contraccezione, per noi c’è il problema di poter essere madri, non di poter decidere di non esserlo”.

TDM: Qual è, o quale dovrebbe essere, la posizione del sindacato sulla ridefinizione di tempi di vita-tempi di lavoro?

SC: Il sindacato è in una stagione in cui il tema del tempo e della distribuzione del tempo si propone come una questione, ma non c’è un particolare pensiero su questo. Per quanto riguarda me invece penso che il tempo sia la nuova variabile su cui portare la politica. L’attuale situazione del lavoro vede per un verso la riduzione del tempo-lavoro, e quindi il subentrare di lavoro povero, cassa integrazione e disoccupazione, ma contemporaneamente, per l’altro verso, c’è una totalità del lavoro che si dimostra sempre più invasiva del tempo delle persone e totalizzante del tempo della vita. Le due cose insieme non ci stanno, rendono impossibile la vita dei soggetti e sono una fonte di straordinaria diseguaglianza, di strumenti, di mezzi, di approccio alla vita. Anche qui sento di reggere delle cose, di vedere dei titoli, delle intuizioni e la necessità che si produca insieme.

TDM: In un documento di Lea Melandri nell’ambito dell’iniziativa denominata “Usciamo dal silenzio”, nata nel 2005 da uno scambio di mail tra donne sugli attacchi alla legge 194, Melandri le attribuisce queste parole: oggi che la sinistra  nelle sue diverse componenti si sta riorganizzando, le donne “sono centrali”, della loro “presenza” nelle istituzioni si parla molto, ma non sono mai state così “cancellate”. Cosa intendeva per “cancellate”? Perché queste donne, così centrali, si lasciano cancellare? Si tratta di una sottrazione? Se è così, la considera una strategia femminile?

SC: La sottrazione non è una strategia femminile bensì maschile. Esattamente come penso che per il futuro del mondo il lavoro al femminile sia una molla di crescita di qualità, lo stesso penso della politica al femminile. L’unica chance di autoriforma della politica è quella di cacciare via un po’ di uomini. Le parole citate si riferiscono ad una stagione in cui tutti parlavano della centralità delle donne e dell’importanza della loro presenza nelle istituzioni, ma a cui non sono seguiti risultati pratici, una parola d’ordine assunta e negata violentemente attraverso la cancellazione.

TDM: Per concludere, cosa auspica per il lavoro delle donne e per il rapporto tra donne e lavoro?

SC: Alle soglie di quella che è stata, grazie al femminismo, la rivoluzione dei rapporti, affermare l’unicità tra testa, cervello e corpo e non più la separazione, ci ha portato ad avere un progetto per se stesse che poteva passare anche per il lavoro. Ora, da un lato abbiamo costruito una rivoluzione, dall’altro siamo in una stagione angosciante che, ri-dissociando la mente dal corpo, impedisce alle donne di affermare il lavoro come proprio progetto. Credo ci sia una responsabilità del femminismo, la responsabilità di chi ha rappresentato una rivoluzione che ha portato le donne ad essere nel lavoro, ma che non è riuscita ad immaginare cosa è il lavoro. Ma forse oggi è il caso di dire che ci troviamo in un’altra fase. Se noi non siamo state in grado perché oscillavamo tra la dimensione dell’ uguaglianza e la dimensione della differenza, perché nel lavoro cercavamo la parità ma allo stesso tempo la diversità, oggi che siamo pronte ad affermare la differenza, forse dovremmo parlare con le più giovani per provare a costruire quest’idea del lavoro, perché loro molto più di noi hanno progettato l’idea del lavoro e hanno sfondato le barriere dello studio. Forse la storia affida loro questo compito e a noi l’obbligo di ascoltare.

Roma, 19 maggio 2010


[1] L’esperienza delle 150 ore nei primi anni Settanta è stata molto importante e significativa soprattutto all’interno dei Sindacati Scuola. Erano anni in cui la società italiana discuteva di diritti, tra cui quello fondamentale dell’istruzione. L’accordo del ’73 con il Sindacato Metalmeccanici – solo tre anni dopo lo Statuto dei diritti dei lavoratori che nell’articolo 10 “diritto allo studio” si limitava a concedere dei permessi per i lavoratori-studenti – prevedeva un obiettivo già raggiunto in altri paesi: il congedo retribuito per il diritto allo studio. Si tratta di un periodo annuale, appunto di 150 ore complessive, di permesso retribuito per assentarsi dal lavoro per la frequenza delle lezioni volte al solo fine del conseguimento di un titolo di studio riconosciuto.

[2] XVI Congresso Cgil. Rimini, 5-8 maggio 2010

[3] “Usciamo dal silenzio” nasce nel 2005 da uno scambio di mail tra donne vicine alla politica femminile contro gli attacchi alla legge 194 del 1978 che regola l’aborto. Da qui sono nate diverse iniziative e manifestazioni in difesa della libertà di scelta delle donne.

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Dalla riflessione alla politica passando per la storia. Intervista a Cristina Borderías Mondéjar
(in Diversamente occupate, 2010)

Perché una storica si avvicina agli studi del lavoro femminile? Cosa l’ha spinta ad immergersi in questo terreno?

La mia tesi di laurea trattava un tema molto lontano sia dalla storia delle donne sia dal lavoro. Trattava di un’insurrezione anarchica del 1932 nell’Alto Llobregat. Lì, nel 1975,  quando stavo per concludere la mia carriera universitaria, sono andata ad intervistare vecchi minatori ed anarchici. E lì ho avuto l’occasione di intervistare anche le loro donne – mogli, sorelle, figlie – che mi rivelarono una visione molto acuta e lucida di quegli anni. Donne che lavoravano in zone di miniere, in condizioni durissime, molto coscienti di se stesse, del valore del loro lavoro nella famiglia e nella storia di quelle popolazioni, dell’aiuto che portarono in quegli anni e negli anni del dopoguerra. A quel punto decisi di cambiare radicalmente il tema della mia tesi e di approfondire la coscienza femminile del mutamento, l’autonomia delle donne. Mi concentrai allora sul tema del lavoro nel processo di autonomia e di coscienza femminile perché non mi soddisfaceva il tema dell’emancipazione che il femminismo degli anni Settanta gli attribuiva. Mi sembrava una questione molto più complessa.

Strategie della libertà è un testo pioniere di lettura per parte di donna di ciò che negli anni Novanta è stata definita la femminilizzazione del lavoro. Come è nata l’idea di questo testo?

Questo libro è una raccolta di articoli che ho pubblicato in Spagna nel corso di vari anni, la maggior parte dei quali sono frutto di interviste a donne operaie e di classi popolari. Questo testo non nasce da un’idea, nasce dall’ascolto delle esperienze delle donne. Nasce dalla volontà di collocare tali esperienze al centro delle mie analisi. Tutte queste esperienze sono diverse finestre che si aprono sulla coscienza femminile di sé, sulle strategie delle donne per guadagnare spazi di autonomia all’interno di situazioni di costrizione sociale molto forte, sul contributo delle donne all’economia e alla storia delle famiglie delle classi operaie e popolari. E alcune di queste parlano anche della femminilizzazione del lavoro, in due sensi: da un lato mettono in rilievo che il concetto di qualificazione è stato costruito socialmente e politicamente; dall’altro, che le capacità delle donne in quanto tali sono state cancellate nel mercato del lavoro per la confluenza degli interessi di imprenditori e lavoratori, i primi perché così potevano pagare salari più bassi, i secondi perché questo permetteva loro di negoziare salari più alti per gli uomini.

Questo testo è datato 2000. Sono passati nove anni. Se dovesse riscriverlo oggi cosa ci sarebbe di più e cosa di meno, cosa cambierebbe?

Sì certo, cambierei molte cose. E credo che la cosa fondamentale che farei sarebbe intervistare gli uomini: uomini del posto di lavoro e della famiglia delle donne che ho intervistato. Credo che questo mi avrebbe aiutato ad approfondire meglio la specificità dell’esperienza femminile.

Con la crisi del modello fordista si è parlato di fine del lavoro e di crisi del soggetto maschile che di quel modello era il soggetto attivo. Lei affermava nel suo intervento a “la f@brica i la societat” del 29 aprile 2005 al MACBA di Barcellona: “Negli ultimi anni abbiamo visto che l’augurio della fine del lavoro è ben lontano dall’avverarsi, che lavorare meno per lavorare tutti è oggi una parola d’ordine insufficiente, che ciò che abbiamo chiamato crisi del modello tradizionale di occupazione non ha messo in crisi la centralità del lavoro produttivo, del tempo produttivo”. Ritiene che al tramonto del sistema fordista non sia seguita la fine dell’etica del lavoro fordista? Pensa che il soggetto maschile, soggetto principe del fordismo, non sia entrato in crisi insieme al proprio sistema lavorativo? 

Sì, credo che la crisi del maschio e del soggetto lavorativo maschile sia aperta, ma l’attuale crisi economica ci mette di fronte a rischi che possono riorientarci in direzioni indesiderate: la crisi può essere un’opportunità di ridefinizione più libera, ma può anche chiudere tali prospettive e tornare ad agganciarsi ai vecchi modelli. Di fatto le rivendicazioni sindacali e quelle politiche sembrano essere le stesse che ci furono durante la crisi degli anni Venti. Non sembra esserci una sensibilità diversa. E le donne dovrebbero prendere iniziativa in maniera più decisa, non solo a livello individuale quanto a livello collettivo. Ci sono voci che si sono alzate in alcuni paesi, soprattutto negli Stati Uniti, ma in Europa vedo che le iniziative sono più lente…

In un’intervista rilasciata nel 2008 alla Rivista Minerva, Lei afferma che la rivalorizzazione del concetto di “lavoro di cura” conduce al rischio di limitarsi ad un mero riconoscimento simbolico. In sintonia con lei, la giornalista italiana  Iaia Vantaggiato afferma che il concetto di femminilizzazione rischia di diventare una metafora. Come crede che si possa evitare questo rischio, cioè come pensa che tali concetti possano continuare a corrispondere a opportunità teoriche e politiche?

Credo che sia giunto il momento di passare dalla teoria e dal lavoro di riflessione alla politica. La crescente domanda di lavoro di cura si confronta oggi non solo con la svalorizzazione di detto lavoro – che necessita effettivamente di essere rivalorizzato – ma anche con la stanchezza delle donne ed il deterioramento della salute fisica e mentale di queste. E non possiamo lasciare che questa questione si risolva solo a livello individuale. E’ necessario ridefinire i soggetti ed i termini del dialogo tra donne e uomini, tra il movimento femminista e le istituzioni politiche nazionali e transnazionali. Bisogna creare nuove istanze e nuovi spazi di riflessione e negoziazione.

In Strategie della libertà c’è un interessante disaccordo tra lei e la femminista italiana Lia Cigarini in merito alla narrazione del lavoro femminile. Lei afferma che la narrazione per parte di donne è già iniziata, ma nell’introduzione Cigarini risponde a questa affermazione sostenendo che sì, è iniziata una ricerca, ma non c’è ancora un parlare in prima persona come gesto simbolico di rottura. A distanza di anni, il disaccordo rimane? Ed inoltre, Lei crede che si sia attuata “l’estesa presa di coscienza del conflitto tra i sessi nel lavoro” di cui parla Cigarini?

Due cose. Confermo il già detto e credo che si sia fatto moltissimo in questi anni in tal senso, che le donne abbiano sviluppato una riflessione genuina non solo sul proprio lavoro, ma anche sul lavoro in generale, retribuito e non. Sul lavoro di cura. Sul vivere con agio, sul corpo, i sentimenti, le emozioni…Per quanto riguarda il conflitto tra i sessi nel lavoro è necessario un dialogo tra uomini e donne e credo che questo continui ad essere un conflitto larvato, perché sono gli uomini a non volerlo affrontare.

Il tempo è sicuramente la dimensione-chiave del postfordismo. Nel Suo intervento al MACBA di Barcellona Lei afferma: “Abbiamo visto quanto si allunghi sensibilmente la giornata lavorativa, quanto si imponga la disponibilità permanente, relegando ancor più ai margini il tempo del privato, dell’ozio, degli affetti, delle relazioni e delle cure”. Crede che la flessibilità temporale tipica del postfordismo si sia trasformata nella “tirannia” della disponibilità permanente? Ci troviamo quindi nel terreno di alienazione del postfordismo oppure siamo di fronte alla possibilità di una nuova libertà per le donne?

Non vedo questa nuova libertà. Credo che la crisi vada ad esacerbare la “tirannia” di cui parlava. Non so se saremo capaci di utilizzare le nuove opportunità che una crisi sempre apre per cambiare le cose. L’attuale crisi economica impone più domande che risposte in questo momento…e c’è bisogno di tempo per rispondere a tutto ciò. Ma questo rende ancor più necessario il ricorso alla costruzione di nuovi spazi e di nuovi dialoghi politici.

Nel testo della Libreria delle Donne di Milano Il doppio sì si leggono i racconti di donne che hanno scelto di lavorare a tempo parziale per adempiere alla loro scelta-non scelta tra lavoro e famiglia. Ritiene, in accordo con il Gruppo Lavoro di Milano, che la riduzione dell’orario di lavoro sia un gesto sovversivo o ritiene invece che ci troviamo di fronte ad una scelta dettata dalla necessità, la necessità di farsi carico del lavoro domestico, dei figli, degli anziani? E nell’attuale contesto lavorativo, dov’è il tempo per sé delle donne, il tempo per il dialogo interiore, per l’attenzione a se stesse, per il sostegno al proprio desiderio?

Ritengo sia molto facile fare generalizzazioni e, in quanto storica, mi sento in dovere richiamare l’attenzione su tale rischio. Il tempo parziale ha caratteristiche molto diverse nei diversi paesi europei e queste caratteristiche marcano significati anch’essi molto diversi nell’interpretazione dell’esperienza femminile. Se lei osserva le inchieste sull’uso del tempo vedrà che il tempo per sé delle donne che sono madri e che sono madri e devono a loro volta occuparsi di genitori anziani è praticamente inesistente.

Barcellona, 23 febbraio 2009

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Il tempo delle giovani donne: lavoro e molto di più. Intervista a Carmen Leccardi
(in Diversamente occupate, 2010)

 

Nel suo ultimo libro Sociologie del tempo, lei affronta il tema del “tempo plurale” delle giovani donne. Quali sono i punti di scarto rispetto alle donne delle generazioni precedenti?

La diversità più significativa rispetto alle generazioni precedenti la rintraccio nella consapevolezza che le giovani donne hanno, in questa fase della loro vita, di essere sempre in bilico tra molteplici possibilità, almeno virtuali, fino al punto che talvolta questa pluralità rischia di diventare frammentazione, anche dal punto di vista identitario. A mio giudizio, la consapevolezza della pluralità dei tempi genera, da una parte, un surplus di forza, capacità di immaginare punti di contatto, punti di raccordo, possibilità molteplici, dall’altra, molto spesso, questa forza non riesce a tradursi poi in un effettivo equilibrio tra i tempi. Vedo questa pluralità in modo ambivalente: dimensione strategicamente importante, ma che può, paradossalmente, rendere più vulnerabili.

Quando parla di dimensione di frontiera come viaggio trasversale delle donne su più terreni temporali, dà il senso della pluralità dei tempi di cui le donne fanno esperienza. Per parte nostra, delle giovani donne, è interessante approfondire l’idea della “meta”, che lei afferma non essere mai definitiva. Le chiedo, crede che questo percorso non definito e non stabile sia una caratteristica specificatamente femminile, rintracciabile quindi in una genealogia, oppure è un elemento legato all’attuale situazione di incertezza ed instabilità che noi giovani donne viviamo?

In questo momento storico c’è una grande sfida, c’è voglia di sperimentarsi, voglia di capire cosa si è in grado di fare. La dimensione di frontiera di cui parlo permette alle giovani donne, da una parte di dare il meglio di sé, nel senso di mettere in gioco le capacità e le competenze che hanno acquisito, dall’altra le rende anche specificamente instabili. Paradossalmente, dentro l’incertezza collettiva che segna quest’epoca storica, la speciale instabilità dell’essere in una posizione di frontiera è depositaria di un grado di potenzialità conoscitiva molto ampio, che attualmente è ancora poco messo a tema e che io considero veramente un valore aggiunto per le giovani donne rispetto alle generazioni precedenti. Anche in questo caso le più giovani sanno di essere in una posizione di frontiera, quindi di appartenere a più mondi contemporaneamente. Appartengono a più mondi non soltanto rispetto al modo in cui suddividono il tempo, le aree e gli interessi della loro vita, sono in una situazione di frontiera anche in rapporto alle generazioni precedenti, perché condividono con esse alcune condizioni esistenziali ma ne sono lontanissime per altre. Quindi la questione della relazione tra frontiera e incertezza è specifica per le ragazze di oggi, anche perché l’incertezza biografica è un tratto caratteristico della gioventù contemporanea.

La sfida di cui ha parlato, io la riconosco, per parte nostra, nel tentativo di rimanere in equilibrio sui sottili fili di quell’instabilità che viviamo come condizione del quotidiano. A volte l’equilibrio lo perdiamo, ma riusciamo sempre, in un modo o nell’altro, a destreggiarci attraverso questi fili e a rimanere in piedi. Spesso però ci chiediamo fino a quando riusciremo a farlo e soprattutto a quali condizioni. Come si vince questa sfida?

Dietro a questa questione che lei pone c’è da interrogarsi su come riuscire a creare reti di solidarietà tra donne, e non solo tra quelle più giovani, ma anche trasversalmente, tra donne di generazioni diverse. Perché trovo che uno degli aspetti più particolari di questo vivere oggi sia la solitudine, legata da una parte ad una condivisione di esperienze che non potrebbe essere più generale, e dall’altra al confronto con una vera e propria ideologia della responsabilizzazione individuale, che fa ricadere sempre sulle spalle del singolo o della singola contraddizioni che sono invece sistemiche. Se questa ideologia pervasiva non viene ostacolata da reti di solidarietà può essere davvero difficile vincere la sfida per le giovani donne di oggi, che è una sfida volta ad ottenere riconoscimento rispetto ad un modo di essere soggetti, quindi di vedere se stesse e il mondo, che porta al proprio interno delle dimensioni antagoniste rispetto all’ ideologia dominante neoliberista. Il problema oggi è distinguere tra solidarietà e messa in rete. Ci si mette in rete molto facilmente, ed in questo le nuove tecnologie ci supportano, ma le reti di solidarietà sono qualcosa di molto più serio. Il punto è che solitamente le solidarietà si sono costruite intorno a progetti politici veri e propri. Oggi, uno dei punti cruciali è come costruire solidarietà senza avere il progetto con la P maiuscola, ma a partire dall’autoriconoscimento della forza e della capacità di dire una parola sul mondo. Perché sono convinta che uno dei grandi problemi sia quello di autoriconoscere il proprio diritto a farlo: nel momento in cui ci si ritrova come soggetti, si lascia alle spalle qualsiasi dimensione di silenzio e si costruiscono forme di azione adatte a questo momento storico, capaci di contrastare l’estrema solitudine, l’individualizzazione e la perdita di riferimenti collettivi che il neoliberismo costruisce. C’è un serbatoio di percorsi innovativi straordinario che non è conosciuto, di cui non si discute, e, naturalmente, nel momento in cui non diventa oggetto di dibattito è come se non esistesse.

Lei parla di “presente esteso”. Le giovani donne concentrano energie ed attenzione su questa dimensione per fronteggiare l’incertezza del futuro. E’vero, ci ritrovo la mia esperienza e quella delle mie coetanee. A questa strategia lei associa tre elementi: l’autodeterminazione, la prevedibilità e l’autogoverno, vale a dire che le giovani donne scelgono intorno a cosa far girare la loro dimensione di “presente esteso” e di questo diventano poi responsabili, qualunque sia l’esito. Le risulta che tale strategia vada poi effettivamente a vantaggio delle donne?

La domanda è interessante…io direi che è una strategia di emergenza. E’ pensata per fronteggiare dei tempi che impediscono il controllo, a qualsiasi livello, in rapporto al futuro, perché il futuro diventa una dimensione talmente evanescente che si rischia di infilarsi in una sorta di prigione quotidiana da cui non si riesce ad intravedere alcuno spiraglio di luce. In questo senso, la strategia del “presente esteso” è quella che mi fa dire: “Io intraprendo questa azione. Fino a che questa non sarà conclusa io non smetterò un minuto di esercitare vigilanza affinché possa essere protagonista a tutti i livelli del mio tempo e possa bloccare tutti i condizionamenti all’esercizio della mia autodeterminazione”. Ovviamente queste traiettorie di azione, spesso legate ad una contrazione sempre maggiore degli orizzonti del lavoro, si restringono nel tempo con il rischio che il “presente esteso” finisca per ridursi a pochi mesi, e che un “presente esteso” si succeda ad un altro “presente esteso” senza soluzione di continuità, con uno sforzo titanico da parte delle giovani donne di mantenere la barra del timone ben salda nelle proprie mani. Nonostante questo, io trovo che ci sia una sapienza profonda in questa strategia nel momento in cui si tratta di una strategia che fa i conti con la consapevolezza degli investimenti biografici plurimi che le giovani donne fanno, non soltanto nel tempo del lavoro remunerato, che pure è così importante, ma nel tempo delle relazioni affettive, amorose, amicali. Dunque, se io rimango dentro un “presente esteso”, posso cercare, nell’arco limitato di questo spazio temporale, di mantenere una bilancia, un equilibrio per non entrare in una situazione di ansia nei confronti del futuro. Io trovo che uno dei grandi problemi oggi sia, più che la vera e propria paura del futuro, l’ansia del futuro, che è un sentimento molto più legato a ciò che è indeterminato, ciò che è difficilmente conoscibile, che non possiamo padroneggiare dal punto di vista cognitivo. Allora, per tornare alla sua domanda, credo che quella del “presente esteso” sia una strategia che libera delle potenzialità. Naturalmente non può essere una strategia per la vita, quindi ne dobbiamo mettere in luce gli aspetti di controllo, ma non possiamo tacere il fatto che in questa fase la possibilità della costruzione del progetto, che tradizionalmente è stato il cuore della narrazione biografica, è messa in discussione.

L’impossibilità di concentrare la propria attenzione e le proprie energie su un progetto futuro, qualunque esso sia, non rischia di appiattire e ridimensionare di volta in volta, di passaggio da un “presente esteso” ad un altro, il desiderio femminile?

Certamente il rischio esiste. Io trovo che sia fondamentale, anche a questo livello, la costruzione di spazi pubblici di dialogo, di confronto, di riflessione delle differenze e la capacità di utilizzare gli strumenti del fare arte e del fare cultura per costruire forme di relazione. Mi sembra che un piano del conflitto sociale si sia spostato su questa dimensione culturale, quindi credo che, laddove esista la possibilità di mettere in scena e di rappresentare le contraddizioni attraverso gli strumenti dell’arte e della cultura, lì si apra uno spazio per far arrivare questo messaggio a quelle molte giovani donne che non sono dentro spazi di riflessione collettiva e non hanno possibilità di confronto. Devo dire che ogni volta che mi è capitato, in ambito universitario, di riflettere con le studentesse, ho sempre trovato da parte loro un grande interesse a capire come uscire da queste contraddizioni, come  fare accettare in questo frangente storico la legittimità del proprio desiderio.

Come si lega questo approccio femminile alla dimensione temporale al tema del lavoro come luogo di costituzione dell’identità e di realizzazione dei propri desideri?

Trovo che ci siano fasi diverse attraverso le quali ciascuna giovane donna passa nel momento in cui si trova a confronto con il mondo del lavoro. In un primo momento c’è una dimensione quasi di euforia, la sensazione di avere finalmente una possibilità di riconoscersi e di essere riconosciute. Molto spesso però, dopo questo periodo di euforia, inizia una fase in cui non si riescono più ad individuare quei nessi tra l’azione e l’esito dell’azione che, comunque, anche dentro il “presente esteso” di cui dicevamo prima, restano un punto di riferimento fondamentale. Rischia quindi di diffondersi, a contatto con il mondo del lavoro reale, molta delusione e molta amarezza, anche perché per molte, non per tutte, il contatto con l’universo del lavoro è anche il primo contatto con la discriminazione, che è un tema con cui facciamo molto faticosamente i conti perché ci rimanda all’idea della perdita del controllo e della perdita della soggettività. Inoltre la relazione con il mondo del lavoro conosce anche l’importantissima fase del confronto con il tempo materno. Si viene quindi a creare una contraddizione forte tra la continua posticipazione delle grandi scadenze, che passa per il riconoscimento nel mondo del lavoro, la conquista di spazi lavorativi consonanti con le proprie capacità e le proprie competenze, l’acquisizione di un’identità professionale in linea con i propri desideri, e quei tempi che solo le donne mettono a tema, che sono i tempi biologici di cui il loro corpo è portatore. Bene, questi diversi “orologi” non subiscono i rallentamenti dei tempi sociali e, per altri versi, non possono essere accelerati oltremodo come succede invece ai ritmi quotidiani, quindi anche nel confronto con il mondo del lavoro, le donne giovani vedono entrare in rotta di collisione tutti questi tempi e queste velocità temporali differenti e devono trovare, di volta in volta e perlopiù in solitudine, i modi più adatti a governarli. E c’è un mondo sociale che continua ad essere ostile: non esiste nel nostro paese una cultura effettivamente favorevole all’espressione delle soggettività femminili e non trovo neanche che ci sia un sostegno sostanziale da parte delle generazioni più in là con gli anni rispetto alle generazioni più giovani.

In questo numero di DWF sul lavoro noi sosteniamo che la flessibilità, innanzitutto temporale, presentata dal modello lavorativo postfordista come occasione per le donne e vista come “gesto di libertà femminile” nell’ottica del doppio sì, si sia trasformata nella realtà in una condizione di disponibilità permanente delle donne stesse. A questa disponibilità, che assume ancora oggi come presupposto la presenza femminile nei tradizionali compiti di cura, si aggiunge l’illusione – che governi e mercato creano – di rendere più semplice la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di cura. Lei cosa ne pensa?

Dobbiamo andare oltre il tema della conciliazione, perché è un tema che ci impedisce di vedere quelle che sono le reali contraddizioni. Queste hanno a che fare sempre più con la frammentazione dei tempi e con gli impegni che diventano puntiformi, per cui aumentano sempre di numero ma diventa sempre meno possibile elaborare delle strategie per tenerli insieme. Nell’ottica del discorso dominante di conciliazione, si ragiona a partire dal riconoscimento di legittimità di questa frammentazione dei tempi e dal riconoscimento della responsabilità esclusiva delle donne di tenere insieme questi frammenti. Né l’uno né l’altro hanno diritto a legittimità. Il primo perché sta dentro l’assoluta mercificazione del tempo, che significa privare il tempo della sua relazione profonda con la dimensione dell’esistenza, i ritmi, le scansioni e le pluralità d’espressione di questi tempi esistenziali; il secondo, la mancanza di legittimità di una richiesta esclusivamente alle donne della conciliazione, si lega al fatto che gli uomini devono in prima persona farsi carico di questi tempi esistenziali, riscoprirne la ricchezza che la struttura capitalistica del lavoro ha impoverito, anche per loro. In questo senso c’è l’esigenza di rimettere in gioco il dualismo maschile-femminile, piuttosto che la mercificazione del tempo che produce, in ultima istanza, questo tipo di flessibilizzazione temporale che non porta altro che abbrutimento dei singoli di fronte al tempo e perdita della totalità di significato in cui il tempo può essere collocato. Ecco, questo tipo di progetto, a mio giudizio, può diventare un progetto collettivo che coinvolge uomini e donne e ciò che può stare alla base di tale progetto è la necessità di ridiscutere i tempi di vita nella loro pluralità, per tutti, per uomini e per donne. Scrivendo queste riflessioni sul tempo delle donne ho sempre avuto in mente il fatto che in questo momento i soggetti femminili non parlano per se stessi, parlano anche per altri. Il punto è che se questa voce non viene ascoltata rischia di disperdersi, di rinchiudersi, di diventare afona. E’ fondamentale che di questa particolare visione del mondo e del tempo le giovani donne comincino a parlare con i loro coetanei, che nei luoghi formativi si riconosca uno spazio a questo confronto, perché si tratta di progettare un modo diverso in cui uomini e donne possono guardare il tempo della vita, perché abbiamo capito tutti quanti, in maniera individuale, che questo modo con cui guardiamo e viviamo il tempo non produce equilibrio, non produce capacità di dialogo, non produce legame. Abbiamo bisogno di far entrare il tempo nel dibattito sulla società civile, non più attraverso la questione delle leggi sui tempi, ma con una riflessione che parta dalla necessità di andare oltre la conciliazione, di andare oltre questa visione estremamente povera e razionalizzata delle questioni che riguardano il tempo di vita. Naturalmente non penso che le pratiche di conciliazione vadano abbandonate, anzi, vanno sicuramente potenziate, ma non possono essere il nostro futuro perché hanno mostrato a tutti i livelli i loro limiti. Bisogna far entrare il tema del tempo nell’agenda della politica, dare una possibilità alla politica di uscire dal brevetermismo della società dell’accelerazione, in cui tutti i ritmi sono più accelerati, in cui il futuro è schiacciato sul presente e il passato a sua volta tende a diventare evanescente oppure ad essere super sfruttato con una museificazione della memoria. E’ necessario capire come la politica sia in grado, o come noi tutti siamo in grado, di riconquistare la dimensione del progetto ed uscire dal dramma della scadenza. Ovviamente c’è una relazione tra i tempi dei progetti individuali e i tempi dei progetti collettivi: se non c’è progetto collettivo, se non c’è una linearità del tempo che va verso una dimensione immaginata di “progresso” e di miglioramento, ma c’è una linearità che, da un lato si frammenta sempre di più e dall’altro ha perso completamente la direzione, come può il soggetto, uomo o donna, costruire un’idea di narrazione biografica? Io sono convinta che rimettere la dimensione del tempo al centro della scena, anche di quella politica, può davvero consentirci di sbrogliare una serie di nodi che, a partire dalla crisi della rappresentazione lineare del tempo, ci impediscono di esprimere soggettività oggi.

E lei pensa che i giovani uomini siano pronti per un confronto di questo tipo?

A differenza delle donne, i giovani uomini non hanno ancora la consapevolezza di che cos’è la pluralità dei tempi, perché non hanno avuto modo di confrontarsi attraverso una genealogia femminile con questa esperienza della pluralità e perché sono molto soli, dal momento che le generazioni di uomini precedenti non forniscono loro alcuna sponda. Anche per questo trovo che sia fondamentale il dialogo tra giovani uomini e giovani donne, perché è difficile costruire una piattaforma, come dimostrano gli stessi gruppi maschili, che possa consentire di tenere dentro l’insieme delle esperienze della maschilità che si sta trasformando. Perché nelle coppie, i giovani uomini sempre più oggi sono in grado, in particolare penso ai giovani genitori, di scoprire la pluralità dei tempi e le ricchezze di questa pluralità; quindi riscoprono dimensioni della propria soggettività che nelle generazioni precedenti di uomini erano state completamente rese mute dalla cultura dominante. Io trovo che ci siano degli spazi potenziali assolutamente importanti in queste generazioni di uomini. Bisogna evitare che si chiudano.

Lei afferma che il controllo sul tempo di vita è la vera posta in gioco. Come pensa che le giovani donne possano usare la loro “sapienza temporale” per rispondere al conflitto politico, più che mai attuale, della ridefinizione di tempi di vita – tempi di lavoro? L’idea dell’impossibilità di separare i due tempi, come dell’impossibilità di separare pubblico e privato, si trasforma nel mercato in un assorbimento totale delle donne al lavoro, a cui spesso le donne reagiscono con strategie di sottrazione. Come crede che le giovani donne, che si affacciano ora al mondo del lavoro, possano negoziare i propri tempi specificatamente femminili, possano cioè esercitare un controllo sui propri tempi di vita a partire dalla sfera del lavoro?

Secondo me è importante lavorare molto sulla dimensione della totalità, perché questa dimensione contiene in se stessa delle potenzialità importanti. Le vedo legate in particolare alla non separazione tra tempo di lavoro e tempo extralavorativo, nel senso che c’è il tempo della vita e questo deve poter essere controllato dal soggetto e deve poter essere negoziato con le istituzioni, e va riconosciuto al soggetto questo diritto. Questo è il senso positivo della totalità. D’altra parte c’è sempre il rischio della fagocitazione da parte della totalità, che di volta in volta si può identificare nel tempo del lavoro, piuttosto che nel tempo dell’amore o nel tempo del maternage o in altri tempi esistenzialmente importanti. Noi dobbiamo renderci conto che il rischio è sempre presente e le strategie di controllo che le singole donne mettono in atto sono l’escamotage per evitare di essere fagocitate dal tempo, in particolare dal tempo di lavoro. In relazione al tempo del lavoro il rischio è maggiore proprio perché questo, oggi, contiene in sé così tante dimensione identitarie che rischia di diventare il tempo della espressione di sé per definizione, a scapito dei tempi collettivi, del confronto, della politica. Del resto questo tempo è fondamentale per poter costruire equilibrio con altri tempi, ed è fondamentale per riuscire a imporre nuove forme di riconoscimento del tempo come dimensione totale. Questo ha a che fare con il fatto che le giovani donne oggi sono consapevoli della centralità del tempo di lavoro ma sono anche consapevoli della centralità di altri tempi esistenziali, come il tempo per sé, e non sono più disposte a gerarchizzare questi tempi come hanno fatto molte delle loro madri, per le quali era il tempo della cura, della oblatività a prevalere. Oggi ci può essere la perdita totale della percezione del tempo per sé nella fusione con l’altro, sia un altro amoroso o un altro inteso come lavorativo, ma questa fusione raramente è una fusione che dura, è una fusione da cui ci si risveglia. La dimensione del tempo di cura è sempre più messa in tensione con quella del tempo per sé, con il tempo in cui si è protagoniste della propria vita e delle proprie decisioni. E’ fondamentale che si metta a tema la questione del tempo per sé e dei significati che questo assume per le nuove generazioni, perché questo tempo contiene la dimensione dell’esercizio della soggettività ed è importante per capire come questo esercizio è cambiato storicamente, in che modi, in che forme si è espresso per generazioni diverse di donne. Questo può costituire effettivamente un nuovo tipo di legame, costruito intorno alla riflessività, tra le generazioni di donne.

Milano, 30 gennaio 2010

 

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Sì…ma il lavoro?
(in Diversamente occupate, 2010)

Antonella Buonauro, Claudia Bruno, Federica Castelli, Teresa Di Martino, Angela Lamboglia, Eleonora Mineo

Diversamente occupate nasce per rispondere ad un’urgenza, per seguire un desiderio, per mantenere relazioni, per prendere parola, per le donne.

diversamenteoccupate.blogspot.com nasce per caso ma con intenzione, l’intenzione di non mettere un punto alla fine di questo testo, mantenerlo vivo, farne un punto di partenza, lasciarne aperte le potenzialità.

Teresa: Mi ritrovo a leggere “Storie di lavoro”, numero di DWF uscito nel 1994, e mi colpisce una domanda che Annalisa Biondi e Paola Masi rivolgono alle loro interlocutrici: “Quale posto occupa il lavoro nelle proprie strategie di vita?”. Mi colpisce perché è la stessa domanda che ci siamo poste noi, a distanza di sedici anni, nei nostri incontri.

Ci ritroviamo a parlare del lavoro. Lo facciamo perché la sentiamo come un’urgenza. E non lo è soltanto perché è difficile trovarlo un lavoro, perché è ancora più difficile trovarne uno che sia attinente agli studi fatti o alle aspettative coltivate, perché una volta trovato è nella maggior parte dei casi precario, ma soprattutto perché è determinante nelle nostre vite e nella costituzione della nostra identità. Ce ne siamo rese conto parlandone tra di noi e con donne più grandi: è nel lavoro che ci misuriamo, misuriamo i nostri desideri, le nostre aspettative, le nostre ambizioni, i nostri progetti di vita; è lì che cerchiamo riconoscimento, è lì che investiamo saperi, competenze, tempo, energie e cura ed è sempre lì che ci ritroviamo spesso a ridimensionare la portata dei nostri desideri e, a volte, a sottrarci.

Continuo a leggere: “Sappiamo che il significato che si può attribuire al lavoro può non essere confinato alla necessità di guadagnare per vivere. Questo non impedisce che lo si consideri, ad esempio, come un dono per il quale si possono spendere energie gratuite molto superiori a quelle che ci sono remunerate. Per alcune di noi che fanno un lavoro intellettuale questo può essere una forma di espressione, un sapere, una passione, un’opera d’arte, una cura di sé che certo non risponde solo alla logica della prestazione salariata. Quello che ci piacerebbe capire è se la maggiore consapevolezza di sé e della geografia dei propri bisogni profondi, ci abbia insegnato a muoverci con agio nella realtà del mercato e della professione. Quali sono le strategie che si fanno in tal senso?”.

Mi viene da sorridere, perché penso che “con agio” oggi nessuna di noi si muova nella realtà del mercato e della professione e tantomeno che si pensi al lavoro come un dono per il quale spendere energie gratuite. Le energie, molto superiori a quelle che ci sono remunerate, sì che le spendiamo, perché è il nostro modo di lavorare e non potremmo farlo altrimenti, ma se in passato si poteva pensare all’immagine del “dono”, quella che mi viene in mente adesso è l’immagine della “trappola”, una trappola che il mercato capitalistico ci ha teso e dentro cui siamo finite tutte.

Oggi non parliamo di strategie femminili da attuare nel mercato, si tratta piuttosto di strategie femminili di presa sulla realtà, di radicamento al qui e ora, al presente.

Federica:  Quella che abbiamo è la sensazione di esser digerite dal lavoro, che ci venga sottratto quel di più che una volta permetteva di debordare quel ruolo in cui il lavoro ci definiva; quel di più che il lavoro ormai ha imparato ad aspettarsi da te. Lo contempla fin dall’inizio. E’ già lavoro. Ci si sente risucchiate tutte, ma come fosse scelta nostra. Il mio stesso essere donna sul lavoro non sembra più una strategia di libertà, quanto invece una variabile di produzione da utilizzare fin quanto rende. In questo senso, la “femminilizzazione del lavoro” sembra riprodurre la rivoluzione tecnica dell’età industriale: nuove fonti energetiche per una maggiore produttività; e nel frattempo le nostre identità sono ridotte a pezzi di carbone. Questo lavoro non sa parlare di me ed ogni discorso che nasce in esso è un discorso muto, assordato dal chiasso di un progetto e di una scadenza cuciti addosso a me da qualcun altro.

Angela: Il punto di partenza ineludibile per pensare il lavoro femminile è innanzitutto il conflitto di classe tra profitto e salario e quelle che Antonella Picchio definisce “le tensioni dell’intreccio tra condizioni di vita e di lavoro, tra lavoro pagato e non pagato e tra interiorizzazione delle responsabilità riproduttive e costrizioni produttive”. Il punto è ribadire che non si tratta di una questione femminile, ma che piuttosto il sistema capitalista si regge sul presupposto di scaricare sulle donne l’impegno legato alla riproduzione e alla cura sotto forma di lavoro non pagato e, paradossalmente, fa di questo fardello una sorta di handicap che riguarda esclusivamente le donne (questo è alla base del pregiudizio nella selezione e nell’avanzamento di carriera); d’altra parte lo spirito attuale del management, tutto centrato sulle “risorse umane”, sulle qualità relazionali, sul senso di responsabilità e di condivisione dell’obiettivo, pretende di riappropriarsi di quelle qualità prima estranee al contesto lavorativo, ancora una volta senza prevedere alcun riconoscimento. In questo modo la flessibilità, prospettata spesso come occasione di libertà per le donne, si trasforma in disponibilità permanente, assumendo come fatto scontato la disponibilità femminile a svolgere le mansioni tradizionalmente affidate alle donne e aggiungendovi l’illusione di rendere più semplice conciliare lavoro di cura e lavoro produttivo. Questo ci riporta paradossalmente a una condizione femminile antica e che si credeva definitivamente superata, in cui la donna era angelo del focolare e ritagliava momenti per svolgere un lavoro retribuito sulla base delle esigenze della famiglia. Oggi la situazione può essere invertita, perché sono i momenti riservati alla cura ad essere ritagliati in base al tempo del lavoro, ma rimane la condanna del doppio lavoro con, in aggiunta, la beffa di una rappresentazione della condizione delle donne lavoratrici in cui tutto è teoricamente armonizzabile. I governi si preoccupano di assicurare questa conciliazione, ma nessuno ne mette in discussione i presupposti. Il doppio sì può essere letto come un gesto di libertà femminile solo se sono veramente le donne a scegliere, se le due dimensioni, la prevalenza dell’una o dell’altra, si misurano esclusivamente sul desiderio di ciascuna.

Claudia: Dobbiamo però tenere conto del fatto che le separazioni tradizionali tra produzione e riproduzione, lavoro salariato e lavoro non pagato di cura, non valgono più per tutte. Credo che mai come ora ci sia necessità di ridefinire cos’è il lavoro gratuito e di osservare le forme nuove che assume rispetto alle vecchie suddivisioni che accostavano il lavoro non pagato alla dimensione privata e il lavoro salariato alla sfera pubblica. Se è vero, come dice Angela, che nella maggior parte dei casi tenere in piedi questa doppia dimensione non è una scelta ma una condanna, è anche vero – e vale soprattutto per le più giovani – che il totale assorbimento della vita di ognuna nel lavoro non concede spazio a nessuna doppia dimensione, bensì a una vera e propria riduzione ad uno. Oggi le tradizionali attività di cura e assistenza nel privato appartengono a poche di noi: se restiamo in famiglia continuano a farlo le nostre madri, se decidiamo di vivere da sole le trascuriamo o le dividiamo “alla buona” con i nostri compagni, e nel caso in cui possiamo permettercelo le monetizziamo delegandole ad altre donne. L’attitudine alla cura, se di attitudine si può parlare, la portiamo a lavoro: è qui che ci viene chiesto di prenderci cura del prodotto, costi quel che costi. Queste competenze – la predisposizione alla relazione, al problem solving, al perfezionismo, alla responsabilità, all’intransigenza, e tutte quelle modalità del fare nate tra le mura domestiche – nonostante siano uscite fuori dal privato, non riceveranno in cambio alcun tipo di valorizzazione, né economica né culturale. E mentre la cura per noi diventa soprattutto cura del lavoro, non è raro che ci dimentichiamo delle esigenze dei nostri corpi, dei desideri del nostro spirito, persino quando è in corso lo “strano ritorno” allo spazio domestico dei nuovi lavori da casa. Dove sono allora, nelle nostre vite, i tempi della cura, i suoi spazi? Sono già al lavoro, prima ancora di noi.

Teresa: E’ la trappola di cui dicevo: il mercato ha accolto noi e le nostre modalità di produzione e ci ha riconsegnato un modello lavorativo che invade la nostra vita, i nostri spazi e i nostri tempi, raccontandoci la favola della flessibilità come occasione di libertà…

Angela: E’ che non possiamo negoziare questa “flessibilità” facendone uno strumento che va a nostro vantaggio, ad esempio trattando sull’orario di lavoro in base ai tempi effettivi di realizzazione dei propri compiti o il salario in base alla qualità del lavoro che si è in grado di garantire. Sebbene il lavoro che si presta non sia affatto astratto e disincarnato, ma anzi sia sempre più segnato dall’impronta personale di ciascuna, perché veniamo sollecitate a mettere il nostro e perché tendiamo spontaneamente a farlo per mancanza di altri spazi del politico, e sebbene la flessibilità venga presentata come favorevole ad entrambe le parti del contratto di lavoro, l’organizzazione e la retribuzione rimangono per lo più rigidamente ancorate al modello del lavoratore che ha ispirato i contratti collettivi: quindi l’uomo, ma non solo, l’uomo come individuo neutro che vende forza lavoro o competenze in cambio di salario.

Teresa: Però il mercato è andato oltre, si è impossessato della teorizzazione femminile dell’impossibilità di separare tempo di vita e tempo di lavoro, l’ha distorta e ne ha fatto un’asse portante della propria struttura, lasciandoci in eredità un modello lavorativo invasivo e invadente, che, a prescindere dall’occupazione o dalla disoccupazione, come dalla precarietà, pone in essere una battaglia continua tra noi e i nostri desideri, una lotta che spesso consuma tutte le nostre energie e allontana il desiderio. Perché è proprio qui che il mio desiderio si ridimensiona ogni volta, ad ogni colloquio, ad ogni proposta di lavoro, ad ogni scadenza di contratto. E la battaglia si fa ancora più dura perché a combatterla, lì, al lavoro, io sono sola, lo sono le donne. Io, come tutte noi, credo che la sottrazione non sia la soluzione, ma spesso mi chiedo fino a quando e a quali condizioni il mio desiderio riuscirà a non farsi soffocare, intrappolare, identificare con una modalità del vivere il lavoro che non mi appartiene. Attualmente ciò che fa respirare il mio desiderio è ciò che non corrisponde al lavoro remunerato, il lavoro che porto avanti con voi per esempio. Questa è aria. Vorrei non dover stare in apnea per la maggior parte della giornata…

Antonella: E’ che la ricerca e la definizione di se stesse è legata al nostro lavoro o alla sua mancanza: siamo quello che facciamo. Sì, è vero, siamo tutte quelle cose, remunerate e non, a cui ci dedichiamo, ma forse, più che altro, siamo quello in cui ci teniamo occupate per la maggior parte del nostro tempo. Perché il lavoro ci identifica e ci qualifica agli occhi degli altri, e viceversa noi inquadriamo e qualifichiamo gli altri innanzitutto attraverso una panoramica del loro percorso di formazione e del loro lavoro, vale a dire: cosa hai studiato e che mestiere fai. Queste sono modalità di apprendimento di sé e di relazione con il prossimo che non stanno più in sintonia con il tempo presente. La vecchia domanda “cosa fai nella vita”, che richiederebbe come risposta una sola parola, indicante un mestiere, oggi prevede vaghe definizioni di compiti svolti in assenza di un ritorno pecuniario, o magari non prevede alcuna risposta. Ma si tratta forse di un problema che riguarda solo una certa generazione, la nostra?

Eleonora: Secondo me abbiamo creduto troppo ad una serie di presupposti: abbiamo creduto troppo che il lavoro potesse essere un luogo di realizzazione e di libertà e poi che non potesse affatto esserlo, abbiamo creduto troppo che fosse necessario, in un modo o nell’altro, per definire l’identità e il desiderio. “Cosa vuoi fare/cosa fai?” sono domande che riguardano sempre e solo il lavoro. Rispondere “niente” – per sfuggire, per provocare, perché non saprei rispondere – è impossibile. La domanda insiste finché non trova qualcosa e mi ritrovo ad essere, di volta in volta, ridotta a un aspetto, nemmeno tanto significativo, del mio fare. La domanda però viene da fuori, e pretende di trovare risposte entro coordinate che non mi appartengono: io so cosa faccio e cosa desidero, in termini non riducibili. Ho smesso di credere al fatto che il lavoro – precario, riconosciuto, retribuito – sia necessario ad inquadrare il resto. Ho messo il resto in cantiere e lì è il mio cuore.

Federica: Quella domanda “Si…ma il lavoro?”, posta a bruciapelo dagli amici, dai parenti, da noi stesse, dai nostri stessi progetti, anche i più piccoli, sembra volerci modellare su se stessa. I nostri desideri, le aspettative, i nostri percorsi affettivi, sembrano dover fare continuamente i conti con un percorso dai binari discontinui, in cui salti e intermittenze vengono continuamente collocati e poi ricombinati dallo stesso bivio: il binomio lavoro/non lavoro.  Questa domanda mi pone davanti ad un futuro sempre più intangibile, che sembra scolorirmi in un presente immediato e senza vie di fuga. Il domani mi appare schiacciato sulle opportunità di oggi, sulle loro formule, sulle loro esigenze. Mi sembra di costruire la mia vita con pochi mattoni che qualcun altro ha messo a disposizione per me, come non dovessi mai desiderare altro. Quando mi spingo un po’ più in là, rieccomi posta la stessa domanda. Come se il mio desiderio di un futuro dovesse per forza appiattirsi in un progetto razionale di vita fatto di tanti piccoli blocchi a tempo determinato, in cui ogni giorno c’è la necessità di rivedere e rinegoziare se stesse.

Claudia: E questo ha reso il futuro un concetto così astratto, così contaminato, così variabile, che non abbiamo più saputo come caricarci sopra delle aspettative. È difficile infatti oggi, immaginare il futuro, e allo stesso tempo è più facile pensarne tanti diversi, tutti possibili, e tutti allo stesso modo incerti e non così credibili da meritare la messa in gioco totale della nostra progettualità. Da qui il ripiegamento sul presente, un presente che si rivela per quello che è: decisamente insostenibile, perché la sua schizofrenia sfugge ai miei voglio, dunque alla potenza della mia immaginazione. Quella che notiamo è una forte differenza rispetto alle donne venute prima: noi viviamo con l’idea che la precarietà non sia solo un passaggio obbligato o l’inizio di un “giro largo”, ma anche un punto di arrivo. Inoltre, per tutte noi il desiderio di immaginare il futuro non coincide necessariamente con il bisogno di progettarlo, bisogno che è stato invece delle nostre madri quando è arrivato il momento di realizzare ognuna il proprio “destino”. Le donne di oggi sono molto più consapevoli riguardo alla complessità dei propri desideri, ma allo stesso tempo credo sia stata proprio la storia dei progetti a farci smettere di immaginare. Pensiamo solo ai contratti di lavoro: contratti a progetto, per giunta cumulabili tra loro. Ci fanno seguire un progetto, ci chiedono di realizzare un progetto, ci pagano per un progetto. Il progetto di qualcun altro, la maggior parte delle volte, e non il nostro. Il risultato è che le nostre giornate sono un puzzle di progetti sovrapposti e mal cuciti tra loro, tutti incerti e ognuno corrispondente ad una prospettiva possibile ma non così tanto desiderata.

Federica: Rispetto al passato, anche al più prossimo, il processo di destabilizzazione del senso della temporalità e la continua ridefinizione per parte d’altri della nostra identità, sposta ognuna di noi in uno spazio nuovo di continua reinvenzione del senso di ciò che facciamo e della libertà che vorremmo riguadagnare. In questo tipo di orizzonte lavorativo, l’accesso al quale per noi è ormai scontato, le modalità del nostro esserci raramente vengono messe a tema. Ci sembra di restare così prive della voce necessaria per parlare di noi stesse. La liberazione dalla stabilità del posto fisso si è trasformata da flessibilità a luogo dell’irrazionale, dove l’assenza di un percorso prestabilito manca le sue potenzialità emancipatorie nel momento in cui le nostre scelte individuali acquistano un senso in un gioco dalle regole esclusivamente eteronome, che spesso ci troviamo a dover accettare senza avere la possibilità di discutere. Che la nostra vita si sia così saldata allo spazio del lavoro post-fordista non ha significato per noi, per la nostra generazione, un minore sradicamento dal nostro essere, una maggiore aderenza al nostro io concreto, che vedo invece ogni giorno soffocare in esso.

Teresa: Io non ho mai pensato il lavoro in termini di stabilità, e quando l’ho fatto non me lo vedevo bene addosso. Mi sono sempre vista libera, flessibile, capace di gestire e di gestirmi. L’ho fatto perché davo la precedenza al mio desiderio, al mio piacere, alla mia soddisfazione, alla mia autonomia e l’ho potuto fare fino a quando nel mercato del lavoro non sono entrata a pieno titolo. Ma ora che ci sono dentro, che ci siamo dentro, mi rendo conto che il valore che io assegno a desiderio, piacere e soddisfazione non corrisponde al valore che nel mercato gli è assegnato. Il lavoro, quello retribuito, è l’ostacolo. E’ ostacolo perché non è pensato e organizzato per me, per le mie esigenze, per i miei desideri, è un lavoro pensato da uomini per uomini, sopravvissuto alla femminilizzazione del lavoro e, forse, rigenerato da essa. Rigenerato perché alle donne ha espropriato valore aggiunto in competenze e capacità, e in cambio offre incertezza, instabilità, indeterminatezza, che minano, per riprendere Claudia, non tanto la nostra capacità di progettare un futuro, quanto piuttosto la forza e la volontà di immaginarlo.

Eleonora: Anche per me l’ostacolo è il modo in cui il lavoro è pensato. I suoi tempi, le relazioni, le mancanze, le incongruenze mi fanno violenza. È come se ci fosse uno sbalzo di realtà tra il mio investimento sul lavoro – di immaginazione, di desiderio, di emozione – e la realtà, che è faticosamente meno di quanto previsto.

Claudia: E’ vero, mi rendo conto che nel momento stesso in cui metto piede “nel lavoro” sono già un’altra, espropriata delle mie qualità, del mio talento. Il tentativo continuo di riappropriarmi di me stessa, di rivendicare il pensiero della mia esperienza mi rende ricattabile di fronte a un sistema che non ha orecchie per la differenza e non offre spazi di negoziazione se non quello del ritiro, del “farsi da parte”. Eppure questa per noi non è la soluzione. Riuscire a conciliare lavoro ed espressività sarebbe la vera conquista, il gesto di liberazione. Mi chiedo quanto ancora potremo permetterci di separare espressività e lavoro. È una questione di sostenibilità: io sono flessibile, ma oltre una certa soglia mi spezzo.

Antonella: A me angoscia l’idea di non potermi impegnare per incidere in qualche modo su un ambiente a causa del ricatto per cui quell’ambiente, se non può fagocitarmi, mi espellerà. In questo senso, di fronte ad un lavoro che dovrebbe rispondere alla geografia dei miei desideri, beneficiare della stabilità come presupposto, mi aiuterebbe. Posso scoprire in me mille talenti probabilmente, trovare gratificazione in tantissime cose, ma a volte posso anche sentire su di me la frustrazione di dovermi cercare dei luoghi-surrogato, luoghi vicari in cui investire la parte più genuina, più positiva delle mie energie. Allora mi chiedo: non finirò per sentirmi alienata anche in questi contesti altri?

Angela: Ci sono però tentativi di reinventare il lavoro da parte nostra. Io li leggo come segnali di infedeltà rispetto al modello che ci viene proposto, come l’irruzione del desiderio che ci impone di assumere il rischio di scegliere a partire da esso, ma al senso di liberazione fa seguito la constatazione che il rifiuto individuale si rivela, non solo impotente, ma rischia anche di essere letto come modalità di auto-sabotarsi. Finché il modello di realizzazione continua a coincidere con l’impegno assoluto nel lavoro, da cui carriera, da cui denaro, e la ricattabilità che sperimentiamo sul mercato ci impedisce di negoziare perlomeno un compromesso, la scelta di dare liberamente il posto che si vuole al lavoro nella propria vita rischia di apparire sotto la forma di una rinuncia, un esempio di auto-moderazione, perché la potenza di quella scelta non trova modo di realizzarsi, le sue conseguenze rimangono nell’ordine della perdita e non della gioia.

Federica: Il problema è che in questa aderenza forzata ci ritroviamo sole, prive di quelle reti attraverso le quali il carico dei nostri desideri e saperi, la specificità dell’esser donna, si sarebbero dovute far strada nel lavoro, fino a renderlo il mio luogo di lavoro. Siamo appiattite sui nostri ruoli. Svanisce così la possibilità di ritrovare attraverso quelle reti, lo spazio pubblico che esse schiudevano, del cui ruolo si appropria indebitamente l’ultimo spazio a noi rimasto, che è proprio quello del lavoro. Spazio surrogatorio, inadatto e deludente, in cui manca la reale libertà di scelta e non vi è spazio di negoziazione. Spazio fittizio che cerca invano di porsi come spazio condiviso per fini individuali.

Teresa: E’ che lo spazio pubblico per come era inteso in passato si è contratto, il sindacato come le reti di solidarietà, i partiti come le compagne e i compagni di lotta, sono orizzonti di senso a noi sconosciuti. Il nostro spazio pubblico in effetti diventa il lavoro. Spesso non ne siamo consapevoli, ma desiderando un’affermazione che vada oltre il privato e non trovando una dimensione pubblica dell’agire cui fare riferimento, ci troviamo a ricercare riconoscimento sociale nella dimensione lavorativa, dimensione che oggi è costruita ad hoc per soggetti individuali che faticano ad entrare in relazione.

Eleonora: Ma perché le relazioni non costituiscono più la nostra dimensione pubblica? Forse perché in passato le relazioni precedevano ed eccedevano la dimensione pubblica, cosa che adesso non fanno, in parte ritornate ad ambito privato, in parte ricercate come rifugio dalla delusione della dimensione pubblica. È come se si fosse ribaltata la prospettiva: erano le relazioni a creare “luoghi”, noi cerchiamo i luoghi dove le relazioni che abbiamo o che vogliamo possano acquisire peso e risonanza. Ma quale potrebbe essere un luogo adatto?

Claudia: Condivido l’interrogativo di Eleonora, perché può esserci utile a capire che tipo di dimensione ci manca. Siamo nostalgiche rispetto al noi collettivo delle generazioni precedenti? Non credo. Quando comunichiamo alle donne che hanno vissuto la stagione del femminismo storico questa assenza di collettivo che percepiamo, loro tendono a definirla come “la mancanza del soggetto plurale”, credo che non sia questo che stiamo cercando. Noi cerchiamo lo spazio per entrare in relazione ma in cui rimanere “io” senza restarci intrappolate dentro.

Teresa: Sì, e questo spazio non c’è, oppure se c’è non si apre al nostro linguaggio. Nel contesto lavorativo io non vedo operare le relazioni di cui dice Eleonora, e in questo il femminismo ha fallito. Me ne rendo conto quando si parla di flessibilità come opportunità per le donne, quando si parla di doppio sì o di portare tutto al mercato. Basta guardarsi intorno per vedere che poco di ciò che si è teorizzato in questi anni su donne e lavoro è andato a vantaggio delle donne stesse. Dobbiamo ripartire dalle relazioni tra donne? Sì, ma perché tali relazioni abbiano spazio, è necessario nominare le condizioni materiali effettive  in cui  si realizza il lavoro per le donne e le ricadute che queste hanno sul simbolico. Ognuna di noi, individualmente, deve barcamenarsi in negoziazioni continue, e non per un aumento di stipendio o per la richiesta di un part-time, ma per avere uno stipendio decente e un orario di lavoro che non coincida con una giornata intera. Ognuna di noi deve farlo da sola e vive in una situazione di perenne ricattabilità, amplificata oltremodo dalla precarietà. In queste condizioni, che ci appiattiscono su una dimensione individuale, le relazioni al lavoro sono difficili da coltivare.

Angela: La domanda più urgente per me è: perché le rivendicazioni mosse a partire dalle condizioni materiali che le donne hanno portato avanti in passato hanno fallito? Il problema è stato il non essere unite, donne dei partiti in una prospettiva di emancipazione e donne della differenza? O è stato il modo in cui la questione è stata formulata? Saremmo in grado di tenere insieme coscienza del conflitto di classe, del conflitto di genere e del sapere accumulato a partire dalle relazioni e dal pensiero della differenza?

Eleonora: Secondo me abbiamo tanto lavorato sul desiderio che forse dovremmo un po’ lavorare sulle esigenze, che non sono la stessa cosa. Leggendo “Storie di lavoro” ero colpita dalla distanza e dal fatto che, a partire da una condizione di lavoro tutto sommato data per scontata (“possiamo fare tutto, basta un titolo” p.11), ci si interrogava sulle relazioni con le altre donne nel proprio ambito di lavoro. In una situazione così diversa come la nostra, dove non solo il lavoro non è scontato ma i lavori sono così limitati che spesso non c’è modo di stabilire relazioni che possano portare a qualcosa – tranne forse brevi alleanze per stabilire e condividere strategie di sopravvivenza – è una risorsa ripartire dalle relazioni tra donne, a monte e a margine del lavoro. Secondo me lo stiamo già facendo, ed è questo che in parte ci salva.

D’altra parte, quando penso ad uno spazio pubblico, non penso ad un luogo, ad uno spazio fisico – che ci deve essere ed è fondamentale – penso invece ad un sapere minimo diffuso, penso al fatto che ad una donna, un’altra donna qualsiasi, possa venire in mente che, se vuole, ci sono altre donne con cui entrare in relazione, penso ad una dimensione che sia inclusiva, in cui ciascuna possa trovare lo spazio per sé.

 

Riferimenti bibliografici:

AA.VV. (1997) La rivoluzione inattesa, Milano: Pratiche

AA.VV. (2008) “La differenza al lavoro”, in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Milano: Baldini Castoldi Dalai, pp. 165-206

DWF (gennaio-marzo1994) Storie di lavoro, n. 21

Libreria delle donne di Milano (marzo 2005) Parole che le donne usano per quello che fanno e vivono nel mondo del lavoro oggi; (marzo 2006) Tre donne e due uomini parlano del lavoro che cambia; (giugno 2008) Il doppio sì. Esperienze e innovazioni; (ottobre 2009) Sottosopra. Immagina che il lavoro

Morini, Cristina e Picchio, Antonella (18 aprile 2009) Il corpo al lavoro: la divisione sessuale del lavoro e l’organizzazione dello spazio privato e pubblico, V Seminario della Libera Università delle Donne

Nannicini, Adriana (a cura di) (2002) Le parole per farlo. Donne al lavoro nel postfordismo, Roma: DeriveApprodi

Posse (luglio 2008) Divenire donna del lavoro, Roma: Manifestolibri

Vantaggiato, Iaia (1996) “La femminilizzazione del lavoro”, in AA.VV. Stato e diritti del postfordismo, Roma: Manifestolibri, pp. 47-62

Vettor, Tiziana (2001) “Il lavoro del senso”, Democrazia e diritto “I motivi della libertà” n. 7-8, pp. 278-290

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CV COLLETTIVO
(in Diversamente occupate, 2010)

Nomi: Angela, Antonella, Claudia, Eleonora, Federica, Teresa

Nate a: da Roma in giù, pendolari e fuori sede.

Nate il: nella prima metà degli anni ’80, troppo tardi per vivere la politica degli anni ’70, troppo tardi per la contestazione, tardi per i partiti, i sindacati, i collettivi, in tempo per incontrare donne che fanno politica per le donne.

Stato civile: tutte nubili e una sposanda

Studi: umanistici. Comunicazione, Filosofia, Dams. Tutte figlie della riforma del 3+2. Laureate in Filosofia politica, una in Teoria del cinema. Ciascuna ha studiato per il piacere di farlo, per curiosità, per passione; nessuna credeva nell’equazione studio = preparazione al lavoro: mentre altri spulciavano le guide all’università valutando i diversi sbocchi professionali, noi cercavamo di interpretare quali meravigliosi contenuti si celassero dietro i titoli dei moduli di didattica. Aspettative spesso disattese, il piacere maggiore è venuto da quello che non ci aspettavamo: per tutte il pensiero delle donne.

Competenze acquisite: disciplina, sindrome della formichina operosa, capacità di improvvisazione orale, gestione del tempo, strategie di sopravvivenza settimanale con 50 mila lire/50 euro nel portafogli, abilità nel destreggiarsi fra le trafile burocratiche, alta densità creativa nella riorganizzazione del presente, re-immaginazione del futuro, rielaborazione del passato, ottimizzazione dello spazio in valigia, fisica e metaforica, resistenza al nozionismo, capacità di sfuggire alle etichette e alle riduzioni all’ uno, scoperta del valore del nomadismo dei saperi,  non è davvero oro tutto quello che luccica.

Esperienze lavorative: ripetizioni a domicilio, pr in discoteca, commessa, insegnante di pianoforte per bambini, operatrice call-center, dialogatrice, banconista pane e derivati, promotrice di vacanze studio, volantinatrice, animatrice per bambini, segretaria di seggio, bagnina, stagista, volontaria servizio civile, fotografa teatrale, cameriera, baby sitter, giornalista, impiegata, operatrice di sportello, sostituta di direttore in vacanza, assistente di filiale, istruttrice di nuoto, assistente di direzione, responsabile di sala, segretaria, barista, insegnante di italiano per stranieri, operatrice video, critica gastronomica, assistente bibliotecaria, correttrice di bozze, addetta stampa, borsista. Sono sicure di aver fatto anche altro, ma non ricordano cosa.

Posizione lavorativa attuale: web editor, dottoranda, direttrice periodico on-line, traduttrice, laureanda, blogger/giornalista/redattrice.

Competenze acquisite: capacità di riconoscere il confine “potrebbe essere il mio lavoro/non lo farei neanche morta”, capacità di leggere tra le righe degli annunci di lavoro e delle domande sessiste dei selezionatori, abilità performativa nel convincere l’interlocutore che “questo lavoro è il sogno della mia vita”, capacità di reinventare un lavoro morto e sepolto, capacità di fare la domanda giusta nel momento giusto alla persona giusta, capacità di fare la domanda sbagliata alla persona sbagliata nel momento sbagliato (e divertirsi per questo), conoscenza dettagliata dei vicoli del centro storico di Roma, resistenza di camminata sulle lunghe distanze anche in condizioni climatiche avverse.

Esperienze non lavorative: tutte le attività che portiamo avanti insieme ad altre donne, non per soldi, non per carriera, ma per bisogno, desiderio e responsabilità politica.

Quel che fa la differenza: riuscire ad acquisire entro domani le competenze che ho detto di avere ieri, una certa (ir)responsabilità nel riconoscere gli errori di mira ed aggiustare il tiro, destreggiarci tra le diverse dimensioni dell’esistenza, mettersi in discussione con un sorriso, essere radicalmente curiose.

Possiamo portare a termine un lavoro costi quel che costi, gestire più attività lavorative contemporaneamente, dimenticare di avere un corpo da curare e ascoltare, entusiasmarci per progetti che non sono nostri. Possiamo, ma non vogliamo farlo.

Dicono di noi: “tu sei intelligente”, “non ti basta mai”, “ma quando la smetti di comportarti come un cartone animato?”, “si vede che tu sei di un’altra stoffa”, “io ogni tanto vorrei farmi una passeggiata nel tuo mondo”.

Sito Internet: http://diversamenteoccupate.blogspot.com

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Vivere la vita che più mi somiglia
(in Invenzioni quotidiane, 2009)

io: perché hai sempre la mano sul ventre?

l’Altra: non lo so! soffoco, ho bisogno di aria!

io: cosa? chi?

l’Altra: il mondo che vivo mi dà e mi toglie l’aria: quando me la dà riesco a vivere, quando me la toglie è lui a vivere me.

io: e che intendi fare?

l’Altra: andare via.

io: scappi quindi!

l’Altra: no non scappo, non si può fuggire da se stesse. Voglio solo sentirmi libera di seguire le mie passioni, di fare le mie scelte, di vivere la vita che più mi somiglia…

Potrei mentire per finzione narrativa e dire che questa conversazione l’ho avuta in sogno, oppure che improvvisamente mi sono trovata di fronte a me stessa e mi sono imposta di affrontare la realtà, di far incontrare/scontrare il mio io e la mia Altra. E invece no, vi dirò la verità. C’è voluto del tempo, non so quantificarlo come tanto o poco, ma ce n’è voluto, per riuscire a parlare a me stessa di me stessa, in modo sincero, per riuscire ad accettare di avere paura, paura di rimanere intrappolata in un mondo che non era il mio, che non avevo scelto io, che mi aveva avvolta o al quale mi ero rabbiosamente avvinghiata, e che ora rischiava di non lasciarmi più, o io di non lasciare più lui. C’è voluto del tempo affinché io potessi ammettere a me stessa di non essere la donna forte che credevo o mi sforzavo di essere (la grande eredità di mia madre, che ammiro in primo luogo come donna e solo poi come madre), ma di essere una ragazza con una scorza dura e una polpa fragile, convinta di poter gestire la propria vita e, soprattutto, convinta di viverla. E invece la polpa deve aver forato la scorza in qualche modo, perché è cominciata a nascere dentro di me, nello stomaco, nelle viscere, nel ventre, una sensazione di soffocamento, di inquietudine, indecifrabile inizialmente (di solito si attribuisce tutto allo stress!!), ma poi sempre più chiara, sempre più limpida, per l’Altra però, non per me. Era come se l’Altra cercasse di urlare, di gridarmi qualcosa, o forse chiedeva disperatamente aiuto, ma era come se non le uscisse la voce, come se i suoi sforzi non potessero essere ricompensati da quei suoni, da quell’urlo che avrebbe potuto far risvegliare l’io, quell’io che non si voltava mai per paura di vederla urlare, disperare, quell’io che andava dritto per la sua strada, convinto che la via fosse quella, senza sapere che si trattava di una strada senza uscita, e prima o poi avrebbe dovuto voltarsi…

E alla fine l’ho vista, e quando l’ho vista, quel volto disperato, quelle labbra spalancate che si contorcevano, l’ho sentita, ho sentito quell’urlo, e ho capito! Ho capito che era giunto il momento di fare i conti con me stessa, accettare le mie debolezze e le mie paure e cominciare a scegliere, a decidere, a vivere la vita che più mi somigliava. E in quel momento è cominciata un’interrogazione continua, quasi morbosa, in ogni situazione, in ogni momento, in ogni circostanza: vuoi davvero stare qui, ora? vuoi davvero stare con questa persona, con queste persone? lo stai facendo perché devi o perché vuoi? quello che dici lo pensi o sono le frasi di un copione scritto da te stessa per te stessa?

E ad ogni interrogazione seguiva una risposta, non immediata, ma sincera, come se all’improvviso volassero via tutti quei veli di ipocrisia, finzione e falsità con cui, volente o nolente, mi ero coperta, con cui forse ognuno di noi si copre, chi per difendersi, chi per apparire in modo diverso, chi perché non sa chi è e si sceglie il personaggio che gli piacerebbe essere. E io l’ho capito: mi difendevo, quei veli servivano a coprire le mie sofferenze, le angosce ereditate da una separazione in famiglia, da un senso di protezione nei confronti di una sorella, dall’imposizione a farmi vedere forte, impassibile, immune al dolore, per paura che gli altri, i miei cari (in primo luogo le donne più importanti della mia vita), potessero soffrire di questo.  E una volta tolti quei veli, non tutti forse – a volte mi chiedo se riuscirò mai a svelarmi del tutto a me stessa – ho trovato una donna, una donna che ama le donne e ama il loro modo di essere madri, sorelle, amiche. E ho trovato il coraggio, la forza, quella vera stavolta, di trovarmi sola davanti al mondo e di scegliere, quello che volevo fare, quello che volevo dire, dove volevo essere, con chi. E intorno, il vuoto: chi poteva amarmi? Proprio chi mi conosceva, forse meglio di me, proprio queste donne che mi hanno visto crescere, o che io ho cresciuto, o con le quali sono cresciuta, proprio loro, hanno accolto con gioia e con un caloroso abbraccio silenzioso la donna svelata.

E la mia vita, quanto, come è cambiata? La vita che vivevo, il mondo che abitavo, le persone che amavo, continuavano a essere lì, perché era quello che volevo, perché in realtà la mia vita mi somigliava, ero io a non rendermene conto, a non esserne consapevole, perché incapace fino a quel momento di ascoltare l’Altra. Forse è stata proprio Lei a guidarmi, a condurmi sulla mia strada, a farmi avvicinare alle persone che amavo, a farmi dedicare alle passioni che sentivo mie, a fare le scelte che avevo fatto.

E non è forse proprio Lei, l’Altra, a farmi vivere la vita che più mi somiglia?

E alla fine ho capito perché poggio sempre la mano sul ventre. Perché voglio/devo proteggere la mia guida, la mia essenza, l’essenza stessa dell’essere donna, la mia Altra.

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