Sui maestri e le maestre

Maestro. Contrazione del latino magistrum, accusativo di magister. Condivide la stessa radice dell’aggettivo “grande” (magnus) e dell’avverbio “di più” (magis).

Doveva quindi indicare il più grande-il più forte-il capo, qualche secolo fa. Oggi si riferisce a insegnanti delle scuole elementari, ad artisti, a guide spirituali (dette anche precettori di discepoli). ah, ci sono anche i maestri del lavoro, quelli che prendono la stella al merito del lavoro. e poi i maestri di vita, quelli che hanno imparato la vita per le strade e che sempre nelle strade la insegnano. e poi i maestri da salotto, quelli che per strada non ci sono stati mai ma che insegnano agli altri come gira il mondo. tutti loro (tranne i maestri di lavoro, perchè secondo me non esistono) hanno un gran fascino.
io da piccola volevo fare la maestra, e neanche lo sapevo che la la parola “maestra” sul dizionario non c’è e che se la cerchi su google (in effetti il web non c’era ancora) ti escono notizie di cronaca tipo: “bimba si rifiuta di togliersi il cappotto, la maestra la uccide rompendole la testa”, o una serie di blog maestrasilvia-maestragemma-maestrasabry-maestramary con tutte le informazioni sulla didattica e la programmazione a scuola: cornicette-copertine-disegni-alfabeti-giochi-echipiùnehapiùnemetta.

sì, volevo fare la maestra, ma senza cattedra (le cattedre m’hanno sempre messo a disagio). passavo i miei pomeriggi con i libri in mano a leggere, ad una platea che non aveva volti, ma che immaginavo essere tanti piccoli occhi fissi su un racconto che prendeva vita dalle mie parole. giocavo a fare la maestra senza giudizio, o forse volevo fare l’attrice.

poi, a un certo punto, quella figura, affascinante e ostile, l’ho allontanata sempre di più, anche fisicamente, finendo negli anni ad occupare quell’ultimo banco vicino al muro che mi dava l’agio dell’intermittenza: dell’attenzione, dello studio, del cazzeggio, della ribellione. sempre distante da quell’istituzione che mi valutava, mi giudicava, mi puniva, mi lodava. ma che pure continuava a affascinarmi. era come fossi legata al maestro di turno da un elastico: puoi tirare quanto vuoi, ma prima o poi ti riavvicini.

poi ho incontrato finalmente una maestra e ho corretto il dizionario, ho mollato l’elastico e mi sono avvicinata ai primi posti. la cattedra c’era ma non si vedeva. io invece c’ero e mi sono presa tutto, tutto quello che riusciva ad entrarmi dentro. poi, come succede nelle rivoluzioni, quelle molecolari, scopri che intorno a te è pieno di maestre, quelle vere, che in cattedra non ci salgono mai, che non vogliono insegnarti la vita, nè per strada nè in salotto, che non pensano a collezionare discepoli, che non cercano medaglie al merito.

sono quelle che ti prendono per mano, ti accompagnano nel mondo e poi ti lasciano lì, senza regole, senza consigli, senza discipline. sono quelle che si fidano e si affidano, quelle che si mettono in discussione insieme a te, sono quelle che hai sempre accanto anche quando non ci sono, sono quelle che se c’è da combattere imbracciano le armi e ti guardano le spalle. sono quelle che ti fanno amare, odiare, faticare, cadere, gioire, emozionare, incazzare di più. sono compagne di viaggio.

“maestra” nel dizionario non c’è. per fortuna.

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