Cuba e dintorni

Sono arrivata a cuba con la testa piena, piena di quello che mi portavo, piena di quello che pensavo di trovare: le donne più belle del mondo – il paese della rivoluzione – la patria del comunismo – dittatura povertà e prostituzione – sole e mare – la musica loro ce l’hanno nel sangue – sono tutti atei – il governo gli passa casa servizi scuola e sanità – polizia – la cazzata dell’embargo – fidel è morto e non glielo dicono – non hanno internet – nessuna libertà – guadagnano tutti lo stesso stipendio, tutti poveri tutti uguali – il Che – cohiba di daniele silvestri – attenti che là ti ammazzano per 10 euro – la baia dei porci – è il paese più sicuro del mondo – mi raccomando il rum – ricordati i sigari – porta qualcosa ai bambini, qualche quaderno, un po’ di vestiti.

Da quando sono andata via, cuba non è più nella testa, ma dentro – cuore e viscere – con tutta la sua bellezza, le sue contraddizioni, la sua vivace decadenza, la sua voglia di andare altrove e essere altro, la consapevolezza che qualcosa deve accadere e sarà bello e difficile, la rabbia di chi si sente stretto, la serenità di chi vive con quello che ha e se lo fa bastare, l’orgoglio di un popolo che sa cos’è la lotta, l’accoglienza delle mujeres regine di casa, i sorrisi delle bambine in divisa – gonna, camicetta, calzettoni – che vanno a scuola, la gestione dell’imprevisto, che lì è gestione del quotidiano, l’inquietudine della vista di poliziotti ovunque, la vergogna del turismo sessuale, la resistenza alle regole del regime.

Mi sono portata a casa un pezzetto di ogni scorcio, di ogni viso, di ogni storia incontrata in questo viaggio. L’Habana e i suoi edifici abbandonati, ma no, sono in via di restauro! Maria la loca, una donna giovane e già nonna con la forza di reinventarsi. La dolce donna Lele e le sue tisane medicamentose. Morito, il caballo problematico di vinales. I sigari dei campesinos. Trinidad e i suoi vicoli fatti di ciottoli. L’incanto delle spiagge deserte. Le confidenze degli uomini sul futuro politico del paese cuando fidel va a morir. La sede del partito comunista cubano a santa clara. Le storie dei pochi che hanno visto il mondo e di quelli che raccontano rocambolesche fughe sul kayak dei parenti. Gli occhi tristi del signore che ci mostrava le foto della figlia medico che vive in USA e che non può rientrare a Cuba. Gli occhi vispi e intelligenti di una dodicenne incontrata alla stazione dei bus che mi scriverà una carta. Valentina e Daniele, ottimi compagni di viaggio. Una nottata passata per strada, al buio, ad aspettare che qualcuno venisse a recuperarci. Le chilometrate in bici per raggiungere il mare. Il diario del Che in Bolivia, originale, del 1968. Il Granma – giornale di stato, l’unico – del 1 gennaio 2014, 55° anniversario della rivoluzione. La gente in strada in attesa di un passaggio. La musica a palla in ogni casa. I fuochi per la calle l’ultimo dell’anno. Moira e il suo sposo, duenos della casa di Santa Clara. La semplicità di playa Giron. Il volto tirato dell’uomo in taxibici che aveva appena divorziato. L’autentica laicità di uno stato. Le zuppe, il platano fritto e le tortillas del desayuno. Le chiamate dal telefono pubblico.

Mi sono portata via un pò di quell’atmosfera surreale, dove tutto sembra essersi fermato al 1959 e dove un potere forte che c’è e si sente cerca di mettere le pezze, di arginare le derive, di rallentare un percorso che capitalistico non potrà essere, o almeno spero…

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