Colloqui del quotidiano

17 ottobre 2012

Colloquio n. 1 – al bar, alimentazione e psicologia

caffè e cornetto, anzi no solo caffè, la mattina non mangio mai. E fai male. perchè? Perché vuol dire che non vuoi aprirti al mondo, che non sai apprezzare i sapori della vita, che inizi la giornata già inaridita. ah ok, dammi un cornetto allora.

tabacco per favore. Sai che non dovresti fumare? perché? Perché fa male a te e chi ti sta intorno, pensa ai bambini, pensa al fumo passivo, pensa alle donne incinta, pensa ai mozziconi che butti per strada, sai che ci mettono mille anni a biodegradarsi? si, l’ho sentito dire. Questo significa che non vuoi bene a te stessa e alla terra che abiti. ok, scusa, provo a smettere.

un piatto di verdure, piccolo però. Perché mangi così poco? non ho fame. Sei sicura? Guarda che ti sei dimagrita troppo. ma veramente io sono così da quando ho 18 anni. Non è che sei anoressica? Bulimica? no, guarda, semplicemente mangio quando ho fame, e ora non ho fame. Invece dovresti fare un pasto completo, il pranzo è importante. va bene, allora carbonara, cotoletta e patate al forno.

Colloquio n. 2 – a casa, benessere fisico e riposo

mi sdraio 10 minuti. Dopo pranzo? si, ho mangiato troppo, mi viene sonno. Non si dorme il pomeriggio, dopo pranzo poi, ti rimane tutto sullo stomaco, dovresti andare a fare una mezz’oretta di corsa. ma piove. E allora? no niente, vado, ma posso almeno camminare? Si, ma passo veloce.

non torno per cena, ho una riunione e finisco tardi. E quando mangi? non lo so, quando ho fatto. E vorresti mangiare a mezzanotte? perché no? Perché a mezzanotte devi aver già digerito e devi andare a dormire. a mezzanotte? io non dormo mai prima delle due. E a che ora ti svegli? alle sette. E pensi che ti bastino cinque ore di sonno? si. Sbagliato, ne servono almeno otto per riposare mente e corpo. ma io non posso dormire otto ore, ho troppe cose da fare. Non si lavora la notte. ok, allora mi porto un panino e torno presto.

Colloquio n. 2 – con la nonna, matrimonio e famiglia

Ma quando ti sposi? mai! Perché? sono contraria al matrimonio. E i figli? Non ti sembra ora di mettere su il cantiere? no, proprio no, non sono pronta, mi sento troppo figlia per fare la madre. Guarda che hai già superato l’età naturale ideale e più vai avanti e peggio è. ma ho solo 28 anni. Solo? Alla tua età io avevo sei figli e tua madre già te e tua sorella. ho capito ma erano altri tempi e poi io ho ancora troppe cose da fare, troppi posti da vedere, troppe persone da incontrare. Ma guarda che la famiglia è importante. dipende cosa intendi per famiglia. La famiglia è una: marito, moglie, figli.

Ma non è che sei lesbica? no. Sicura? si, abbastanza sicura. Ma sei sempre circondata da donne, stai sempre con tutte queste femmine, chissà cosa fate poi. amo le donne, ma non sono lesbica. Sarà, ma secondo me se non ti sbrighi rischi di rimanere zitella.

Colloquio n. 4 – con la nonna, sessualità e scoperte

Arriverà un giorno in cui capirai certe cose. che cose? Cose che si capiscono solo quando ti sposi. ma ti ho detto che non mi sposo! Vabbè, dai, quando vai a vivere con un maschio, quando ci dormi insieme. ah, ok. Prima o poi succederà. davvero? e come sarà? Dipende. da cosa? Dal maschio. quindi io non posso decidere niente. No, è lui che decide. e io che faccio? Aspetti. aspetto cosa? Che finisca. oddio!

ma guarda che è già successo. Cosa? quella cosa nel letto, e anche in altri posti. Ma quando? un po’ di tempo fa. Coooooooosaaaaaaaaaaa? si, ma niente di serio, non ti preoccupare. Quindi ti sposi? con chi? Con questo maschio. non credo. Perché? sono anni che non lo vedo.

Dai è tardi, è ora di cena. ma sono le 6. E’ meglio se vai a casa. ok nonna.

faccio colazione con caffè e sigaretta, pranzo di corsa, ceno tardi, lavoro pure la notte, dormo poco. E poi bevo troppo, faccio poco sport, dedico poco tempo alla vita privata, troppo a quella politica. ma quel che è peggio è che ancora non ho imparato ad assecondare la nonna…

 

Annunci

Rubrica al femminile

17 agosto 2012

Il secondo sesso. No, fraintendibile, non tutte conoscono de beauvoir. Donnae. No, e come glielo spiego il dittongo?

Scarabocchio. scrivo. cancello.

Se dico donna cosa ti viene in mente? Oddio, verrà ribattezzata con insulti e volgarità. Tempi di donna. No, non sono questi i tempi. Una rubrica tutta per noi. No, weil mi si rigira nella tomba.

Scarabocchio. scrivo. cancello.

Terre di donne. Carino, almeno come auspicio. La terra è femmina, la città è donna. Mi ci vuole un anno solo per spiegare la differenza tra femmina e donna…

Donne. C’è da dire.

Donne. C’è da fare.

Donne. Tempi Nuovi per dire e fare.

Donne du du du in cerca di guai…

La tessera dell’autodeterminazione

4 aprile 2012

Ieri sera sono tornata a casa con una tessera in tasca, e non era la solita tessera. Una falce e un martello sul fronte sono il simbolo inequivocabile di un partito, di una storia, di un’idea. Che ha avuto molto seguito in anni non troppo lontani, che arranca ultimamente. C’è chi con quel simbolo ci è cresciuto, chi l’ha incontrato, chi ci ha creduto, chi l’ha abbandonato. A me è sempre sembrato amico, eppure per anni l’ho tenuto a distanza: prima una croce nelle cabine elettorali, poi manifestazioni condivise, iniziative comuni, percorsi intrecciati, politici e non solo. Fino a ieri, quando, con quella tessera, sono entrata per la prima volta (e forse in passato ho detto che non l’avrei mai fatto) in un partito, quello più rosso e piccolo della mia città, quello che ha seguito le sorti del paese ed è uscito dalla rappresentanza istituzionale durante le ultime elezioni amministrative. Ma che resiste, tiene duro, e cerca di ripartire da dove ha fallito. Ho scelto loro per questo, perché vedo la voglia e il desiderio di ri-costruire un percorso, e perché la segretaria è una donna che fa la differenza, la differenza che piace a me. Ora ho la tessera con me, la stessa tessera, in stile postmoderno, che ai tempi andati era un simbolo di appartenenza, classe, lavoro e stile di vita. Quella tessera che nelle mani di chi la tiene oggi assume forse un significato diverso, e nelle mie assume la consapevolezza di voler vivere la città in modo diverso, renderla differente, forse migliore, a partire da me e il mio lavoro con altre e altri. E non su singoli temi, ma su un’idea condivisa, del mondo. Continuare a fare la mia politica senza ignorare la mia città, questo mi ha spinto. E poi ho girato la tessera e ho letto: autodeterminazione, beni comuni, diritti e movimento. Ottimo inizio no?

Attenzione! Femminista, avvicinarsi con cautela

24 marzo 2012

Contesto giovane, serata giovane. Si avvicina un giovane. Ciao, come ti chiami, che fai nella vita? giornalista. lui giovane stagista ingegnere. ti offro da bere? no grazie, faccio da sola. primo avvertimento: “è femminista!”. sì, sono femminista. secondo me parti male dichiarandoti femminista. gelo intorno, lui inconsapevole. io parto male? sì, perchè sai femminismo, maschilismo, è roba superata. io voglio risparmiarlo, è giovane, è ingegnere. lasciamo stare dai. pensa di aver colto nel segno. insiste. io penso che oggi le donne siano avvantaggiate in tutto, nel lavoro per esempio. ghiaccio. secondo avvertimento: “guarda che è meglio se cambi discorso”. lui niente, insiste. nel mio lavoro le donne riescono meglio, i clienti le approcciano in modo diverso, le stanno a sentire di più. ah si? interessante. si si, è chiaro, l’aspetto fisico è importante. il mio viso comincia a cambiare espressione. terzo avvertimento: “senti, ti dico lascia stare, hai sbagliato persona”. niente. che significa femminista? non ha senso. io sono per i diritti delle persone. e allora i padri separati? altro autogol. mi alzo, vado a fumare. mi segue. se l’è cercata. fiume in piena. femminismo e maschilismo non sono la stessa cosa, le donne sono ancora discriminate al lavoro, patriarcato, maschi. perchè mi chiami maschio? secondo me è discriminatorio. pippone filosofico sulla differenza. lui comincia a capire, sbianca, arretra. ti sei mai chiesto perchè una donna al giorno viene uccisa per mano del marito, fidanzato, padre? davvero? sei sicura? si, mi sembra di averlo letto da qualche parte! guarda che secondo me il femminismo non esiste. ah no? secondo pippone su collettivi, luoghi, autrici, militanti. è abbattuto, forse ha capito. scusa ma qual è il tuo obiettivo? farti desistere. ok, ci riesco. se ne va, sparisce. chissà se oggi avrà letto della 17enne uccisa dall’ex. e chissà se non sia il caso di uscire di casa con un cartello: attenzione. femminista. avvicinarsi con cautela.

L’8 marzo sulla soglia

9 marzo 2012

Oggi pomeriggio ho visto una rappresentazione teatrale: artisti non professionisti hanno messo in scena la tragedia di quel maledetto 25 marzo 1911 in cui donne, giovani, bambine, hanno perso la vita, i sogni, le speranze in una fabbrica newyorkese, tra le camicie che cucivano ogni giorno, avvolte dalle fiamme che hanno preso vita proprio a causa di quelle camicie. Sfruttate, sottopagate, rinchiuse 12 ore al giorno. E allora, dopo 100 anni, ho pensato alle donne del maglificio di Barletta, morte sotto le macerie del palazzo in cui lavoravano, ancora sfruttate e sottopagate, a nero. E ho pensato che la giornata di oggi, l’8 marzo, viene spesso legata a quel giorno di tanti anni fa, quasi a simbolo di una condizione di subordinazione che ti fa morire, e da cui le donne si sono rialzate, lottando, rivendicando, fino a celebrarsi. Eppure Tina, Matilde, Antonella, Giovanna e Maria non ce l’hanno fatta, non si sono rialzate dalle macerie pugliesi, e oggi non si sono celebrate.

Ma le altre sì che hanno avuto spazio in questa giornata: ho letto tanto, sui giornali, sui siti, sui social network. Si è parlato di donne, di quanto (non) lavorano, fuori e dentro casa, di quanto sono discriminate, dentro e fuori la politica, di quanto sono osteggiate a raggiungere le posizioni che contano, dentro e fuori i consigli di amministrazione. Ho letto anche che usciremo dalla crisi mondiale che stiamo attraversando solo se riusciremo a valorizzare il lavoro dell’agricoltura femminile nel sud del mondo. E che altro? Ah sì, uomini che oggi hanno scritto a partire dalle questioni di genere, hanno scritto di donne e dei rapporti tra sessi. E poi mimose, piazze, manifestazioni, solidarietà, conciliazione. I successi di decenni di conquiste: donne che comandano, che governano, che trattano, che occupano la maggioranza delle scrivanie negli uffici pubblici. E poi le violenze: donne uccise, violentate, perseguitate, tutti i giorni, tutte le ore, dentro e fuori le relazioni familiari, amicali, sentimentali, sessuali.

E per tutto il giorno sono stata sulla soglia, nè dentro nè fuori. Nè dentro le celebrazioni della giornata internazionale della donna, per la diffidenza alla sovraesposizione e la puzza di strumentalizzazione, nè fuori, semplicemente. Fino allo spettacolo, fugace e inaspettato, di donne, italiane e straniere, che mi hanno scaraventata dentro e hanno chiuso la porta, con violenza. E non è teatro, non è finzione, il brivido che ti attraversa il corpo quando vedi una donna spegnersi tra le fiamme, di un incendio, di un marito violento, della solitudine.

E ho pensato alle donne di Barletta, che hanno perso la vita sotto le macerie. E poi alle donne che dalle macerie sono ripartite. Ho pensato a L’Aquila, a Napoli, alla Valle. A quelle che dalle macerie ripartono quotidianamente, ogni volta che si rompe un bicchiere, una storia, una speranza. A quelle che lo fanno in silenzio e a quelle che lo urlano al mondo intero. Ho pensato alle compagne e allora ho riconosciuto le donne e il loro odore familiare.

Sono rimasta dentro perchè è casa mia e il fuori non è mai oltre la soglia. E intanto l’8 marzo è passato!

Se Morfeo mi tradisce

7 febbraio 2012

L’altra notte ho fatto un sogno bruttissimo, e dire che io con Morfeo ho un bel rapporto, abbiamo un compromesso: se i sogni sono belli, divertenti, rilassanti, eccitanti me li vivo e me li godo tutti, salvo poi non ricordarmeli; se invece sono brutti, paurosi, adrenalinici, ansiosi, li vivo con una certa serenità, perché c’è una parte di me che mi dice: è solo un sogno, svegliati!, salvo poi ricordarmeli tutti! L’altra notte è stato diverso: un incubo, uno dei peggiori che una mente possa partorire.

Il branco che mi circonda, le risatine, i passi minacciosi verso di me, e io col cuore in gola che cerco di mantenere la calma e reagire, forte, sicura. In branco è facile, eh? Grido a quei ragazzi. Da soli, uno alla volta, non avreste neanche il coraggio di abbordarmi in un bar! Intanto cerco con lo sguardo una via di fuga, cerco di capire se e come fuggire, sfuggire al branco. Loro diventano sempre più grandi, si avvicinano, e io che cerco di non indietreggiare, il volto immobile, rabbioso, ma il mio corpo piange, a dirotto, incredulo, disperato di fronte a quello che potrebbe succedere. Poi d’improvviso scappo, senza pensarci troppo, verso l’unica porta che vedo. Corro, troppo piano per loro. Mi divincolo, tiro calci e pugni, tiro fuori tutta la voce che ho, urlo.

Mi sveglio per le grida, le mie. Ho un nodo in gola, sudo, le tempie che battono. Mi alzo, devo bere, respiro. Morfeo m’ha tradito stanotte, non mi ha avvertito dell’incubo, tutto sembrava vero. Mi infilo di nuovo sotto le coperte, l’ho già perdonato, in fin dei conti è lui che mi ha aiutato a scappare…

Bilancio 2011

3 gennaio 2012

diciassette viaggi, tre all’estero. molti di piacere, altri di desiderio e volontà politica. spettacoli teatrali, concerti, feste pensate. convegni, interventi, manifestazioni. una in difesa dei diritti civili, tante in difesa del lavoro. un’elezione, un concorso, una vertenza. un progetto editoriale. una collaborazione conclusa, due contratti firmati. articoli, saggi, interventi, recensioni. tanti. compagne vecchie, compagni nuovi. affinità elettive. gli amici di sempre. un amore e tante passioni. un paese alla deriva, pensieri frammentati, pratiche di ricomposizione. fatica, tanta. voglia, di più. buoni propositi per il nuovo anno: leggere, parole, sguardi, gesti. solo questo.

Se torna il sereno

27 dicembre 2011

Un ufficio silenzioso e silente, ancora assopito. Risveglio da giorni calorosi, di unione e condivisione, di giochi e risate, di bimbi felici di fronte a un libro parlante, di donne sorridenti e soddisfatte di fronte a una tavola imbandita, di giovani chiusi in casa davanti a un camino e annebbiati dai fumi, di coppie innamorate sotto alberi illuminati, di folle impazzite per le vie della città, di vecchi impegnati a ricordare il passato e a immaginare un futuro, di vite spezzate, di famiglie divise, di crisi persistenti.

Un’irruzione violenta e volgare, per un risveglio brusco. Brividi attraversano il corpo e gelano il cuore. Riportano nell’umido della terra che si fa fango, e investe corpi e pensieri, li copre, li soffoca. Nel presente che non riesce a farsi futuro, nelle lettere che non riescono a comporre frasi, nei suoni che non riescono a farsi melodia, nei gesti che non possono indicare la strada. E’ il nostro tempo, quello che viviamo e abitiamo, dal quale fuggiamo rifugiandoci, nelle case, nei romanzi, nelle relazioni. Sospesi su nubi insidiose, pronti a precipitare, alla disperata ricerca di paracaduti che possano ammorbidire la caduta. La salvezza nelle relazioni intrecciate, coltivate, disperse, ricominciate. In quelle politiche fatte di corpi, nella voglia di vedersi, toccarsi, stare insieme, pensare insieme. E’ lì che le nubi si disperdono e torna il sereno.

Piazze e date

18 ottobre 2011

Io amo la storia ma le date non mi sono mai entrate in testa. C’è chi dice che senza date non c’è storia, io dico che non c’è storia senza narrazione, senza donne e uomini, senza quella politica che lavora per il cambiamento, per le rotture, per ricucire, per spostare, per “rivoluzionare”.

In questi anni di vita politica ho imparato sul mio corpo e sulle mie pratiche che le date portano con sé un significato importante, ma continuano a non piacermi, e continua a non piacermi l’uso che se ne fa. In quest’ultimo anno sono stata costretta ad associare corpi e modalità politiche e simbolico a quelle date: il 16 ottobre, il 14 dicembre e poi il 22, il 13 febbraio, il 9 aprile, e ora il 15 ottobre. Date in cui ci sono stata, con il mio corpo, insieme alle altre e agli altri, quando organizzata, quando indipendente, quando scettica, quando emozionata, sopra un carro, in un corteo, in una piazza enorme, seduta per terra, e infine di corsa, anche spaventata, tra lacrimogeni, incendi, caschi e blindati.

Devastazione e violenza organizzata, così hanno definito ciò che è andato in scena sabato 15 ottobre. Io credo sia qualcosa di più: la guerriglia urbana, sì organizzata e prevista, ma anche prevedibile, è il sintomo di una conflittualità acre e radicale, le cui motivazioni vanno rintracciate in un disagio profondo, per gli spazi (non) abitati, per gli abusi subiti, per le parole (non) dette, per la politica (non) agita.

E’ un tempo strano il nostro, quello che quotidianamente viviamo e attraversiamo, con i nostri corpi, le nostre parole, la nostra politica. In cerca della ricomposizione, di un senso comune, di una dimensione collettiva, ricerca che non deve fermarsi davanti a una piazza distrutta, una madonna in pezzi o cassonetti e auto bruciate. La condanna è legittima, la perdita di spazi, forze e energie no.

Guardare indietro, raccogliere e continuare, con le altre e con gli altri, perché la mia politica è fatta di corpi e relazioni, non di date. Guardare indietro perché il 15 ottobre è una di quelle date che porta con sé un significato importante, raccogliere perché ciò che è stato – il corteo, la piazza, gli scontri – ci hanno parlato e ci parlano, ed è un errore rimanere sordi, continuare perché siamo donne e uomini carichi di saperi, esperienze, linguaggi che possono parlare a tutte e tutti, e dobbiamo continuare a farlo!

Porto e parto

1 agosto 2011

Una stagione è al termine, è tempo di vacanza, di riposo, di svago. Porto con me una valigia carica, piena, di esperienze, ricordi, emozioni, corpi. Porto con me un lungo anno, di incontri, piazze, lavori, parole, pensieri, saperi, inizi e conclusioni. Porto con me quel vento che ho sentito soffiare insieme alle altre e agli altri. Porto con me le mie compagne, i loro racconti, i loro geni, la loro compagnia, le loro torte, balli e canti. Porto con me i Tempi Nuovi di una nuova avventura e chi l’ha resa realtà. Porto con me le menate e le risate di un luogo di lavoro estraneo. Porto con me una rivista, una nuova associazione e gli atelier in progress. Porto con me una e tante piazze, campeggi, convegni, interventi. Porto con me uno spazio aperto e comune di confronto. Porto con me tanta tanta politica, di pensiero, di esperienza, di relazione, di quotidiano. Porto anche il costume e due libri: il diario di una madre e la forza delle figlie.

Porto l’amore e parto con lui!