L’8 marzo sulla soglia

Oggi pomeriggio ho visto una rappresentazione teatrale: artisti non professionisti hanno messo in scena la tragedia di quel maledetto 25 marzo 1911 in cui donne, giovani, bambine, hanno perso la vita, i sogni, le speranze in una fabbrica newyorkese, tra le camicie che cucivano ogni giorno, avvolte dalle fiamme che hanno preso vita proprio a causa di quelle camicie. Sfruttate, sottopagate, rinchiuse 12 ore al giorno. E allora, dopo 100 anni, ho pensato alle donne del maglificio di Barletta, morte sotto le macerie del palazzo in cui lavoravano, ancora sfruttate e sottopagate, a nero. E ho pensato che la giornata di oggi, l’8 marzo, viene spesso legata a quel giorno di tanti anni fa, quasi a simbolo di una condizione di subordinazione che ti fa morire, e da cui le donne si sono rialzate, lottando, rivendicando, fino a celebrarsi. Eppure Tina, Matilde, Antonella, Giovanna e Maria non ce l’hanno fatta, non si sono rialzate dalle macerie pugliesi, e oggi non si sono celebrate.

Ma le altre sì che hanno avuto spazio in questa giornata: ho letto tanto, sui giornali, sui siti, sui social network. Si è parlato di donne, di quanto (non) lavorano, fuori e dentro casa, di quanto sono discriminate, dentro e fuori la politica, di quanto sono osteggiate a raggiungere le posizioni che contano, dentro e fuori i consigli di amministrazione. Ho letto anche che usciremo dalla crisi mondiale che stiamo attraversando solo se riusciremo a valorizzare il lavoro dell’agricoltura femminile nel sud del mondo. E che altro? Ah sì, uomini che oggi hanno scritto a partire dalle questioni di genere, hanno scritto di donne e dei rapporti tra sessi. E poi mimose, piazze, manifestazioni, solidarietà, conciliazione. I successi di decenni di conquiste: donne che comandano, che governano, che trattano, che occupano la maggioranza delle scrivanie negli uffici pubblici. E poi le violenze: donne uccise, violentate, perseguitate, tutti i giorni, tutte le ore, dentro e fuori le relazioni familiari, amicali, sentimentali, sessuali.

E per tutto il giorno sono stata sulla soglia, nè dentro nè fuori. Nè dentro le celebrazioni della giornata internazionale della donna, per la diffidenza alla sovraesposizione e la puzza di strumentalizzazione, nè fuori, semplicemente. Fino allo spettacolo, fugace e inaspettato, di donne, italiane e straniere, che mi hanno scaraventata dentro e hanno chiuso la porta, con violenza. E non è teatro, non è finzione, il brivido che ti attraversa il corpo quando vedi una donna spegnersi tra le fiamme, di un incendio, di un marito violento, della solitudine.

E ho pensato alle donne di Barletta, che hanno perso la vita sotto le macerie. E poi alle donne che dalle macerie sono ripartite. Ho pensato a L’Aquila, a Napoli, alla Valle. A quelle che dalle macerie ripartono quotidianamente, ogni volta che si rompe un bicchiere, una storia, una speranza. A quelle che lo fanno in silenzio e a quelle che lo urlano al mondo intero. Ho pensato alle compagne e allora ho riconosciuto le donne e il loro odore familiare.

Sono rimasta dentro perchè è casa mia e il fuori non è mai oltre la soglia. E intanto l’8 marzo è passato!

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Una Risposta to “L’8 marzo sulla soglia”

  1. vince2006 Says:

    Già, le donne di Barletta. Le vedo così diverse dalle donne rappresentate, ad esempio, dall’ultima pubblicità della peugeot. Malate di shopping, molto fashion, così trendy. Insomma la donna è solo questo o anche chi per pochi euro porta avanti famiglie, condomini, nazioni?

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